AUTORI VARI.
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IL GRANDE LIBRO DELLA FANTASY CLASSICA.
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Parte 1.
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1998. Casa Editrice Nord, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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 possibile stabilire quali siano le origini della moderna letteratura dell'immaginario? Dire da dove sia scaturito il caleidoscopico patrimonio di fantasia e sogno che contraddistingue la narrativa non solo occidentale ma di tutto il mondo?  certo che le sue radici affondano in un passato assai remoto: in quella trasfigurata memoria collettiva che riassumiamo nel termine Mito.
A partire dalla arcaica mitologia del Medio e Vicino Oriente, passando per la classicit mediterranea per approdare alla corrusca epica celtica e germanica, dalla Saga di Gilgamesh all' Odissea, dai Canti dell Edda a Beowulf, secoli e secoli di miti costituiscono la materia prima e comunque il modello esemplare di tutto il moderno immaginario. E lo stesso vale alle pi diverse latitudini, prendendo le mosse dalle Mille e Una Notte o dal Mahabaratha, dal Gengi Monogotari allepica dellantica Cina. Tuttavia una data di nascita della Fantasy come forma compiuta della narrativa occidentale esiste o perlomeno  comunemente accettata come tale dagli studiosi di tutto il mondo. Si tratta del 1895, anno di pubblicazione della prima opera letteraria dellinglese William Morris: il romanzo The Wood Beyond The World. Da allora e fino a quando la Fantasy cominci ad affermarsi ma anche a codificarsi come genere letterario con lavvento, alla fine degli anni 30, dei pulp (le riviste seriali da pochi centesimi, tipiche del mondo anglosassone, cui da noi o in Francia corrispondevano i feuillettons), sulla scena dellimmaginario moderno si mossero autori, e in certi casi veri e propri maestri, che oggi sono caduti un po nel dimenticatoio. A loro, ai vari Lord Dunsany e James Branch Cabell, Erik R. Eddison e George McDonald, oltre che ai protagonisti della riscoperta della favolistica celtica, a cominciare dal grande W.B. Yeats,  dedicato questo volume che consentir agli appassionati e ai curiosi di comprendere come e perch la Fantasy moderna divent ci che divent e come prepar il terreno allavvento della mitica rivista Weird Tales e dei suoi indimenticati autori, da Robert Howard a Lovecraft. Un viaggio davvero incantato alle fonti della fantasy pi classica e dei suoi Universi Immaginari.
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Titoli originali delle opere raccolte in questo volume:
LE AVVENTURE DI GILGAMESH; LA GUERRA DEGLI DI; IL MOSTRO DI PIETRA, da The Oldest Stories in the World, di Theodor H. Gaster. The Viking Press, 1952. Traduzioni di Nicoletta Coppini.
STORIA DI SETNE E DEL LIBRO MAGICO DI NANEFERKAPTAH, da Favole e racconti dellAntico Egitto Faraonico, a cura di Aldo Troisi (il racconto in questione  una ricostruzione di G. Maspero.) Per gentile concessione di Xenia Edizioni, Milano.
LUCCISIONE DI BHSMA, dal Mahabharata. Traduzione di Viviana Viviani.
Gawan allassedio di Bearosche, da Parzifal, di Wolfram von Eschenbach. Traduzione di Viviana Viviani.
IL MIRACOLO DI GALAHAD, da Le Mort d'Arthur, di Sir Thomas Malory. Traduzione di Viviana Viviani.
I MIRACOLI DI ODINO, da Ynglinga Saga. Traduzione di Viviana Viviani.
LA SELVA DI ASHTAROTH, The Grove of Ashtaroth, di John Buchan. Traduzione di Rita Botter Pierangeli.
LINSENATURA DEI PESCHI DAI FIORI ROSSI, Red-Peach-Blossom Inlet, di Kenneth Morris. Traduzione di Rita Botter Pierangeli.
LA LEGGENDA DELLA ROSA DI NATALE, Legend of The Christmas Rose, di Selma Lagerlf. Traduzione di Delio Zinoni, per gentile concessione di Arnoldo Mondadori Editore, Milano.
OSBERNE E IL NANO, Of Wethermel and the child Osbeme, di William Morris. Traduzione di Rita Botter Pierangeli.
COLUI CHE ASCOLTAVA NEL BUIO, The Listener, di Algernon Blackwood. Traduzione di Viviana Viviani.
NELLA TERRA DEL TEMPO, In the Land of Time, di Lord Dunsany. Traduzione di Eiadia Rossetto, per gentile concessione di Arnoldo Mondadori Editore, Milano.
LALBINO, Wachsfigurenkabinet, di Gustav Meyrink. Traduzione di Viviana Viviani.
ATTRAVERSO LA LENTE DEL DRAGO, Through the Dragon Glass, di Abraham Merritt. Traduzione di Anna Feruglio Dal Dan.
LA RICERCA DI IRANON, The Quest Of Iranon, di Howard P. Lovecraft. Traduzione di Alda Carrer.
I GATTI DI ULTHAR, The Cats of Ulthar, di Howard P. Lovecraft. Traduzione di Alda Carrer.
LA VIA PER ECBEN, The Way Of Ecben, di James Branch Cabell. Traduzione di Rita Botter Pierangeli.
NEL VALHALLA, In Valhalla, di E.R. Eddison. Traduzione di Rita B. Pierangeli.
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INDICE.
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Introduzione, di Alex Voglino.
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PARTE PRIMA: le origini, le premesse, le radici
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Le avventure di Gilgamesh, di Theodor H. Gaster.
La guerra degli Di, di Theodor H. Gaster.
Il mostro di pietra, di Theodor H. Gaster.
Storia di Setne e del libro magico di Naneferkaptah, di G. Maspero.
Luccisione di Bhishma.
Gawan allassedio di Bearosche.
Il miracolo di Galahad.
I Miracoli di Odino.
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PARTE SECONDA: la Transizione, la Fiaba Colta
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La selva di Ashtaroth, di John Buchan.
Linsenatura dei peschi dai fiori rossi, di Kenneth Morris.
La leggenda della rosa di Natale, di Selma Lagerlf.
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PARTE TERZA: Nasce la Fantasy Classica.

Osberne e il Nano, di William Morris.
Colui che ascoltava nel buio, di Algemon Blackwood.
Nella Terra del Tempo, di Lord Dunsany.
LAlbino, di Gustav Meyrink.
Attraverso la lente del Drago, di Abraham Merritt.
La ricerca di Iranon, di Howard P. Lovecraft.
I gatti di Ulthar, di Howard P. Lovecraft.
La Via per Ecben, di James Branch Cabell.
Nel Valhalla, di E.R. Eddison.
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Postfazione, di Gianfranco de Turris.
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Fine indice.
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INTRODUZIONE. di Alex Voglino.
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Che cos propriamente un mito? Nel linguaggio corrente del secolo XIX, Mito significava tutto ci che si oppone alla realt: la creazione di Adamo o lUomo Mascherato, come la storia del mondo raccontata dagli Zul o la Teogonia di Esiodo, erano miti Oggi si comincia finalmente a conoscere e a comprendere il valore del mito elaborato dalle societ primitive e arcaiche, cio dai gruppi umani in cui il mito costituisce il fondamento stesso della vita sociale e della cultura. Essendo reale e sacro, il mito diventa esemplare, e di conseguenza ripetibile, poich serve da modello e anche da giustificazione a tutti gli atti umani. In altri termini un mito  una storia vera che  avvenuta allinizio del tempo e che serve da modello ai comportamenti degli uomini.
" Sembra improbabile che una societ possa liberarsi completamente dal mito Luomo moderno subisce linfluenza di tutta una mitologia diffusa che gli propone molti modelli da imitare. Gli eroi, immaginari o no, influiscono notevolmente sulla formazione degli adolescenti europei: tali sono i personaggi dei romanzi di avventura, gli eroi di guerra Questa mitologia si arricchisce con let. Unanalisi adeguata della mitologia diffusa delluomo moderno richiederebbe volumi. Infatti i miti e le immagini mitiche si ritrovano ovunque, laicizzati, degradati, travestiti: basta saperli riconoscere Lo si capir meglio osservando le due principali vie di evasione usate dal moderno: lo spettacolo e la lettura La continuit mito-leggenda-epopea-letteratura moderna  stata ripetutamente illustrata1 ricordiamo semplicemente che gli archetipi mitici sopravvivono in un certo senso nei grandi romanzi moderni La struttura mitologica della letteratura dappendice  poi evidente.2

Ho deliberatamente scelto di aprire questa introduzione cedendo idealmente la parola al maggiore storico delle religioni del XX secolo - il romeno Mircea Eliade3 - perch nessuno meglio di lui ha saputo inquadrare in anni di studi il fenomeno della letteratura cosiddetta devasione e in particolar modo di quella di genere fantastico, nel contesto assai pi ampio e pregnante di uno studio delle permanenze del mito nel mondo moderno.
Eppure proprio qui sta la sola chiave di lettura legittima della nascita della letteratura dellimmaginario in seno alla narrativa occidentale sul finire del XIX secolo, e sempre qui sta la sintesi di un lavoro critico svolto prevalentemente in Italia nellarco di pi di 25 anni, al quale ho avuto la fortuna di potere dare un modesto contributo.
Fu Gianfranco De Turris agli inizi degli anni 70 a cominciare quel prezioso lavoro esegetico che oggi tanti danno per scontato - ma che allora pareva pura eresia - e che consistette nel dedurre forme e modi di comprensione e interpretazione della letteratura fantastica nel suo insieme dal prezioso lavoro che tanti grandi pensatori del 900 avevano fatto intorno al Mito e al Simbolo.
Mito e Simbolo difficilmente, infatti, possono essere compresi disgiunti luno dallaltro perch il secondo sta al primo come lalfabeto a un linguaggio.
Il termine simbolo deriva in via immediata dal latino symbolum, ma le sue radici etimologiche affondano in realt nel greco e precisamente nei termini sun e ballo, che significano lego insieme.
Troppa eccellente letteratura  stata dedicata in questo secolo al modo corretto di comprendere, intendere e interpretare i simboli, perch io mi dilunghi nel vano tentativo di farne una sintesi: lo stesso Eliade e i suoi allievi e poi Evola, Gunon, Schuon, Coomaraswamy, Campbell, Zimmer e altri hanno scritto in materia cose memorabili, alle quali vi rimando.
La sostanza, tuttavia,  che il ricorso ai simboli serve a esprimere in modo sintetico verit molteplici ma non contraddittorie.
 ci che intendeva il sommo Ezra Pound quando diceva che un grande poeta deve sapere parlare al cuore anche di quelli per i quali un falco  semplicemente un falco.
In sostanza si tratta di questo: chi si esprime attraverso un linguaggio simbolico vuole - per davvero - sia raccontare la pura storia che emerge dalla interpretazione letterale e che parla al cuore dei semplici, sia trasmettere significati di carattere religioso, politico, etico, in modo velato affinch siano intesi solo da chi  preparato a recepirli e a farne buon uso, sia veicolare messaggi di carattere squisitamente esoterico, riservati a una ristretta lite di saggi e di iniziati, che si trasmettono in tale modo i contenuti di un patrimonio sapienziale che solo pochi sanno maneggiare.
 questa - peraltro - esattamente la chiave di lettura della Divina Commedia indicata direttamente da Dante Alighieri nel suo Convivio.
Dunque il linguaggio simbolico, costituisce la sostanza stessa del Mito. I veri Miti, infatti, sono rappresentati in forma di racconto e, come tali, rappresentano un modello chiaro e di facile lettura per linsieme della comunit o delletnia che li ha espressi, ma grazie al valore simbolico dei personaggi e delle situazioni, veicolano altres contenuti meno immediati ma altrettanto preziosi ai capi delle comunit e messaggi esoterici alla loro classe sacerdotale, che in essi trova la spiegazione profonda dei riti che regolano il tempo sacro delle comunit stesse.
Quando con il trascorrere del tempo la funzione fondante del mito perse la sua centralit nella vita dei popoli, la memoria della sua sostanza narrativa si conserv tuttavia in forme via via pi confuse eppure permanenti, diventando racconto epico, leggenda, ballata, fiaba e infine frammento folclorico.
Poich lordito su cui era tessuta la trama di questi racconti era rappresentato da simboli, ci che si perse per strada fu la capacit dei singoli di interpretarli non lintrinseca molteplicit di significati dei simboli stessi.
Ne deriva che - come adombrato da Eliade gi nel Trattato di Storia delle Religioni  possibile, per chiunque abbia adeguata conoscenza e cultura in materia di linguaggi simbolici, ritrovare gli stessi in seno anche alle forme pi laiche, degradate e moderne di narrazione di ispirazione mitica. Ne consegue anzi, sia detto una volta per tutte, che questa forma di interpretazione  la sola completa ed esauriente applicabile a qualunque genere di narrativa immaginaria che derivi anche solo alla lontana, anche solo per un eco remota, dal patrimonio mitico dellumanit.
Tante incomprensioni, tante storiche cantonate, valga per tutte linnamoramento degli hyppies americani per II Signore degli Anelli di Tolkien a met degli anni 60, si spiegano cos: con il tentativo di avvicinarsi a una materia in realt estremamente complessa e sottile come la narrativa fantastica, con strumenti inadeguati o - peggio - con la supponenza gretta degli strutturalisti e di quelli che pretendevano di spiegare Dio con Freud.
E invece, come scriveva De Turris gi diciassette anni fa, Pur nella generale degradazione  possibile rintracciare un eco lontanissima della struttura e della funzione originaria del mito, nelle forme che esso ha preso oggi, nelle sue estreme propaggini: nel racconto fantastico, nel folklore, nella fiaba che, a sapere ben vedere, portano ancora un barlume, una scheggia di sacro in un mondo che ormai lo disconosce4
Ma lassoluto, come diceva Eliade, non si pu estirpare. Pu soltanto degradarsi. La spiritualit arcaica sopravvive a suo modo, non come atto, non come possibilit di reale conseguimento per luomo, ma come una nostalgia creatrice di valori autonomi: arte, scienza, mistica sociale, ecc.5
Gi, come una nostalgia il cui portato pi evidente e nello stesso tempo pi universale, pi capace di narrare al cuore degli uomini ci che la loro mente non  pi in grado di afferrare  il Fantastico: letterario anzitutto, ma anche filmico, grafico, fumettistico, televisivo.
E daltronde lo aveva gi scritto bene Ren Gunon nel 1962: Quando una forma tradizionale  sul punto di spegnersi, i suoi ultimi rappresentanti possono benissimo affidare volontariamente alla memoria collettiva ci che altrimenti si perderebbe irrimediabilmente;  insomma lunico mezzo per salvare quello che pu essere in una certa misura salvato6

Questa antologia non ha la pretesa di essere esauriente n questo era il suo scopo; essa vuole, al contrario, rappresentare plasticamente al lettore come sia impossibile stabilire una cesura, una zona di vera discontinuit, un momento di straniamento, fra levolversi della autentica mitologia delle origini in racconto epico, di questo in saga e leggenda, di queste ultime in fiaba e racconto popolare e, infine, del tessuto fiabesco in romanzo fantastico del 900. E se tutto questo  vero, il secondo scopo della nostra antologia e di mostrarvi - di farvi toccare con mano - quanto pi immediato, naturale, sensato e pieno di significati sia il leggere Morris e Dunsany, Eddison e Merrit alla luce di Gilgamesh e del Parzifal di Eshenbach, che non della rivoluzione industriale o degli incubi del dottor Freud.
Se alla fine saremo riusciti a farvi cogliere questo nesso essenziale, avremo dato un senso al nostro lavoro di tanti anni.
La prima parte della antologia, quella intitolata Le Origini, le Premesse, le Radici, rappresenta un florilegio (della cui scelta mi assumo tutte le responsabilit), di alcune delle fonti mitiche autentiche pi rappresentative alla luce di quanto detto fino a qui e, soprattutto, di alcune di quelle che maggiormente hanno influenzato la successiva letteratura dellimmaginario.
La sezione prende le mosse da un testo che, a tuttoggi, costituisce il pi antico poema epico prodotto dallumanit: la Saga di Gilgamesh.
Le avventura del mitico re assiro di Uruk e delleroe Enkidu, suo inseparabile amico, risalgono ad almeno quattromila anni fa e appartengono alla grande tradizione mitica del vicino oriente in epoca pre-greca. Esse sono giunte fino a noi su tavolette dargilla scritte in caratteri cuneiformi e sono il frutto della fusione di un insieme di racconti di origine mesopotamica, originalmente indipendenti e separati e che certo, per lungo tempo, erano stati tramandati solo oralmente. Della Saga di Gilgamesh, oltre alledizione principale allestita a met del 600 a.C. per la biblioteca del re Assurbanipal e conservata al British Museum di Londra, noi conosciamo, sia pure in forma frammentaria, svariate versioni pi antiche, fra cui una ittita e una addirittura hurrita.
Il secondo testo che vi proponiamo,  La Guerra degli Di, narrazione anchessa vecchia di almeno quattro millenni, e appartenente alla tradizione babilonese. Il suo protagonista  infatti il dio supremo della capitale babilonese Ninive, Marduk dai quattro occhi. La principale versione della Guerra degli Di proviene comunque anchessa - come la Saga di Gilgamesh - dalla biblioteca del re Assurbanipal. Non si tratta di un mito fra tanti. Esso infatti veniva narrato dai sommi sacerdoti di Babilonia nel sacrario pi segreto del tempio, nel quarto giorno delle feste che si celebravano per lavvento dellAnno Nuovo: feste fondamentali, che ruotavano intorno al tema del rinnovarsi della vita.
Il terzo racconto appartiene invece alla tradizione ittita ed  uno dei molti che raccontano le imprese di Kumarbi, suprema divinit degli Hurriti. Entrate nella tradizione degli Ittiti dopo la vittoria di questi ultimi sugli Hurriti, le avventura di Kumarbi potrebbero per avere addirittura una origine sumera, cio risalire alla popolazione pi antica di Babilonia. In questo caso si narra della procreazione da parte di Kumarbi dellenorme mostro di pietra Ullikummi: un tema che, sia pure con varianti pi o meno accentuate, ricorre nella tradizione popolare del mondo intero, dal Caucaso al Mato Grosso.
La quarta storia che vi proponiamo ci introduce nelluniverso mitico e misterioso dellAntico Egitto, ma anche e a pieno titolo in una atmosfera' veramente fantasy. Come altro giudicare, infatti, la vicenda del sommo sacerdote Khaemuaset, figlio del faraone Ramses II, che si cala nella tomba del celebre mago Naneferkaptah per sottrarne un potentissimo libro magico?
Con il successivo LUccisione di Bhisma, che io stesso ho ridotto secondo gli scopi di questa antologia, entriamo invece nelluniverso mitico, magico e religioso dellantica India, immergendoci nellatmosfera del celebre poema epico ind Mahabharata. Opera redatta nella sua versione attuale nei primi secoli dopo Cristo, ma anchessa in realt derivata da un coacervo di tradizioni orali e scritte preesistenti, universalmente nota soprattutto per la sezione che ne riassume ed esplicita la visione cosmica - la celeberrima Bhagavadgita - il Mahabharata  un lunghissimo (pi del doppio dell' Iliade e dell' Odissea messe insieme) racconto di guerra e di magia, di eroi e di di, di imprese titaniche e di sublimi illuminazioni, che costituisce anche il capolavoro del rinascimento induista.
Ad esso abbiamo fatto seguire (e come potevano mancare) ben due testi appartenenti - a vario titolo - alla cosiddetta materia di Bretagna ovverossia a quel ricco e discontinuo insieme di poemi, romanzi e leggende, che si ispira alla vicenda storica e soprattutto al mito di Re Art e dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Evitando volutamente i troppo noti e troppo citati Perceval di Chretin de Troyes e Romanzi del Lancelot-Graal, abbiamo optato per Gawan allassedio di Bearosche - un episodio tratto dallesoterico Parzival di Wolfram Von Eschenbach, poema cavalleresco redatto in Turingia o in Baviera fra il 1200 e il 1220 - e per Il miracolo di Galahad, che appartiene al corpus dellassai pi tardo, ma non meno suggestivo racconto epico La Mort dArthur, che linglese Sir Thomas Mallory redasse presumibilmente nel 1470, partendo dalladattamento in prosa di un poemetto francese del XIV secolo.
La sezione dedicata alle principali fonti tradizionali e mitiche della moderna fantasy non poteva peraltro concludersi che con un omaggio allepica scandinava e germanica e, in particolar modo, alle leggende vichinghe. Di qui la scelta de I miracoli di Odino", testo appartenente alla fondamentale Ynglnga saga (o Saga degli Ynglingar), prima parte dell' Heimskringla, cio del racconto delle avventure dei vari re di Norvegia, redatta fra l800 e il 900 dopo Cristo da quello stesso Snorri Sturlson cui dobbiamo anche l'Edda in prosa.

La seconda sezione, dedicata a quel periodo di transizione fra puro folklore e fantasy moderna che gi parecchi anni fa battezzai della fiaba colta, comprende una serie certamente opinabile di autori e di testi, che per credo siano efficaci nel rendere lidea di come una sterminata congerie di temi appartenenti alla fantasia popolare ed anonima, siano trasmigrati nellimmaginario moderno e quindi nella letteratura fantastica dellultimo secolo. In realt il periodo della fiaba colta - inaugurato forse da Alice in Wonderland e Through the Looking Glass di Lewis Carroll, certamente dal Wonderful Wizard of Oz di L. Frank Baum - visse la sua apoteosi nella forma del romanzo (e culmin nei due che James Matthew Barrie dedic al personaggio di Peter Pan), ragion per cui non  facile dame conto attraverso la forma del racconto.
Ritengo tuttavia esemplare il modo in cui, per esempio, La Selva di Astaroth dello scozzese John Buchan - che  del 1912 - anticipa toni e atmosfere che diventeranno poi abituali con lavvento, ventanni dopo, della rivista Weird Tales o lestrema modernit di Linsenatura dei peschi dai fiori rossi, vero racconto taoista di quello che Ursula Le Guin considera a ragione uno dei grandi della fantasy moderna, insieme a E. R. Eddison e a Tolkien, vale a dire Kenneth Morris.

Un altro Morris, William questa volta, ci introduce nella terza e ultima sezione, che ci mostra la fantasy di oggi muovere i primi, anche se gi autorevoli passi. Lo fa con lepisodio di Osberne e il Nano, tratto da uno dei suoi romanzi meno noti: The Sundering Flood.
Questo onore, daltronde, non poteva che toccare a lui che - per il suo romanzo The Wood Beyond th World del 1895 -  considerato unanimamente come il padre e liniziatore della letteratura fantasy propriamente detta.
La sezione  completata da autori in qualche misura scontati e per molti non ignoti, come il gi citato Eddison, Branch Cabell, Lord Dunsany, Abraham Merritt. Ad essi ho deliberatamente aggiunto un racconto del ciclo di John Silence dovuto ad Algernon Blackwood ed uno dellesoterista Gustav Meyrink, tratto dalla oggi introvabile antologia Racconti di Cera, che De Turris cur nel lontano 1972. Due racconti che servono a ricordare a tutti noi che, da sempre, fantasy e orrore camminano su sentieri paralleli che molto spesso si intrecciano.
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Alex Voglino.
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PARTE PRIMA: LE ORIGINI, LE PREMESSE, LE RADICI.
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STORIE BABILONESI.
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LE AVVENTURE DI GILGAMESH. di Theodor H. Gaster.
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Nella citt di Erech cera un uomo grande e potente che si chiamava Gilgamesh. Per due terzi egli era divino, e per un terzo era umano.
Era il pi forte guerriero di tutto lOriente; nessuno poteva superarlo in combattimento, nessuno poteva vincerlo con la lancia.
Esso dominava la popolazione di Erech con il suo potere e la sua forza: governava gli abitanti con mano di ferro, prendendo tutti i giovani al suo servizio e facendo sua ogni donna che desiderava.
Gli abitanti di Erech, non potendo pi oltre sopportare le sue sopraffazioni, un giorno implorarono laiuto del cielo. Il Signore del cielo intese la loro preghiera e chiam la dea Aruru, quella stessa dea che nei tempi antichi aveva plasmato luomo dallargilla.
- Vai - disse il Signore del cielo, - e plasma dallargilla un essere che abbia la stessa forza di questo tiranno, affinch lo combatta e lo vinca, e liberi la popolazione di Erech dal suo dominio.
Udite tali parole, la dea si inumid le mani e, presa dellargilla dal suolo, la impast, dandole la forma di una mostruosa creatura, alla quale impose il nome di Enkidu. Fiero e violento era Enkidu, come il dio della battaglia, e lintero suo corpo era coperto di pelo. Aveva trecce lunghe come quelle di una donna, e andava vestito di pelli. Trascorreva le giornate vagando per la campagna insieme con gli animali, e come questi si nutriva di erbe selvatiche e si dissetava allacqua dei ruscelli.
Ma nessuno ancora ad Erech sapeva della sua esistenza.
Un giorno, un cacciatore che era andato a posare delle trappole, scorse la strana creatura che, accanto alle mandrie, si dissetava a una sorgente.
Al solo vederla, il cacciatore impallid dallo spavento. Con il volto teso e contratto e con il cuore in tumulto, si precipit verso casa terrorizzato, gridando di paura.
Il giorno seguente, il cacciatore ritorn nei campi, per continuare il suo lavoro, e trov che tutte le fosse che aveva scavato erano state nuovamente riempite di terra e tutti i lacci che aveva teso erano stati strappati ed ecco che l cera lo stesso Enkidu, intento a liberare gli animali caduti nelle trappole!
Al terzo giorno, lincidente si ripet ancora; allora il cacciatore and a domandare consiglio a suo padre, e questi gli sugger di andare ad Erech e di riferire il fatto a Gilgamesh.
Quando Gilgamesh ud quanto era accaduto e apprese lesistenza della selvaggia creatura che ostacolava i lavori dei suoi sudditi, ordin al cacciatore di trovare una ragazza di strada e di condurla al luogo ove le mandrie andavano ad abbeverarsi. Quando Enkidu fosse giunto sul posto in cerca di acqua, la ragazza avrebbe dovuto spogliarsi delle sue vesti e sedurlo con le sue grazie. Non appena egli le si fosse avvicinato per stringerla a s, gli animali avrebbero compreso che Enkidu non apparteneva alla loro razza e lo avrebbero immediatamente abbandonato.
Cos sarebbe stato forzatamente spinto nel mondo degli uomini, e sarebbe stato costretto a rinunciare alle sue abitudini selvagge.
Il cacciatore fece quanto gli era stato ordinato e, dopo un viaggio di tre giorni, giunse con la ragazza al luogo nel quale le mandrie andavano ad abbeverarsi. Per due giorni, essi attesero. Al terzo giorno, la strana creatura selvaggia venne con le mandrie in cerca di acqua. Non appena la ragazza lo scorse, gli si rivel in tutte le sue grazie. Il mostro, incantato e rapito, lattir a s e la strinse in un abbraccio appassionato.
Per una settimana intera egli si accompagn a lei, fino a quando, stanco, si accinse a raggiungere nuovamente le mandrie. Ma cervi e gazzelle non lo riconobbero pi per uno dei loro e al suo avvicinarsi si spaventarono e rapidi si diedero alla fuga.
Enkidu tent di inseguirli, ma, durante la corsa, sent le gambe mancargli e le membra intorpidirsi, e dimprovviso comprese di non essere pi un animale, ma di essere divenuto un uomo.
Stanco e senza fiato, torn dalla ragazza. Ma ormai Tessere che sedeva ai piedi della donna era mutato, e la guardava fisso negli occhi, intento a ogni sua parola.
Dopo poco, la ragazza si volse verso di lui.
- Enkidu - disse dolcemente, - sei divenuto bello come un dio. Perch vuoi continuare a errare in compagnia degli animali? Suvvia, vieni con me, che io ti condurr a Erech, la grande citt degli uomini. Io ti accompagner al tempio sfavillante, dove il dio e la dea seggono sul loro trono.  l, appunto, che Gilgamesh infuria come un toro, tenendo tutti gli abitanti sotto il suo ferreo dominio.
A tali parole, Enkidu fu preso da una grande gioia. Ormai non era pi come una bestia selvaggia, e desiderava la compagnia degli uomini.
- Guidami - disse, - alla citt di Erech, al tempio sfavillante del dio e della dea. In quanto a Gilgamesh e al suo crudele dominio, io muter ben presto questo stato di cose. Io lo provocher e lo sfider, e gli mostrer, una volta per tutte, che i giovanotti campagnoli non sono degli imbecilli!
Era la vigilia dellAnno Nuovo, quando raggiunsero la Citt. I festeggiamenti erano al culmine, ed era giunto il momento in cui il re doveva dirigersi al tempio, per rappresentarvi la parte dello sposo che si unisce in sacro matrimonio con la dea.
Le strade erano addobbate di allegri festoni e ovunque le grida dei giovani festanti salivano nellaria, impedendo il sonno ai pi anziani.
Improvvisamente, al di sopra del fragore e del chiasso, si ud un suono di tintinnanti cembali e la debole eco di flauti lontani. Il suono si faceva sempre pi forte e pi vicino, fino a quando la grande processione apparve a una svolta della strada: Gilgamesh ne era la figura centrale. La processione si apr un passaggio lungo la strada e nel cortile del tempio. Poi si ferm, e Gilgamesh si fece avanti.
Ma proprio mentre era sul punto di entrare nel tempio, un movimento improvviso si fece nella folla, e poco dopo Enkidu fu visto ergersi dinanzi alla porta scintillante, lanciando la sua sfida e sbarrando il passaggio.
La folla arretr stupita, ma al suo stupore si accompagnava un segreto senso di sollievo.
- Ora finalmente - sussurrava ciascuno al suo vicino, - Gilgamesh ha trovato un avversario degno di lui. Guardate, costui  il suo stesso ritratto! Forse un poco pi basso, ma forte ugualmente, poich ha succhiato il latte degli animali selvaggi. Finalmente vedremo delle novit a Erech!
Gilgamesh, tuttavia, non prov nessuna sorpresa: infatti, gi in sogno gli era stato rivelato quanto stava maturando. Aveva sognato di trovarsi sotto alle stelle, quando improvvisamente dal cielo cadeva sopra di lui un grosso macigno, che egli non riusciva a rimuovere.
E poi, aveva sognato che una gigantesca, misteriosa ascia veniva improvvisamente scagliata nel centro della citt, e nessuno sapeva donde venisse. Gilgamesh aveva riferito tali sogni alla madre, ed essa gli aveva spiegato che presagivano la venuta di un uomo potente, al quale egli non avrebbe saputo resistere, ma che passato qualche tempo, sarebbe divenuto il suo migliore e pi intimo amico.
Gilgamesh avanz dunque verso il suo avversario e, dopo pochi istanti, eccoli entrambi avvinghiati nella lotta impetuosi e selvaggi come tori. Alla fine, Gilgamesh fu abbattuto al suolo e comprese di aver trovato il suo degno avversario.
Ma Enkidu era altrettanto generoso quanto forte, comprese subito che il suo avversario non era soltanto un millantatore e un tiranno, come gli si era voluto far credere, ma che era un valoroso e fiero guerriero, il quale aveva coraggiosamente accettato la sua sfida, senza indietreggiare di fronte al combattimento.
- Gilgamesh - egli disse, - mi hai dato chiara prova di essere stato generato da una dea; il cielo stesso ti ha posto sul trono. Non sar dunque pi tuo nemico. Stringiamo piuttosto un patto di amicizia.
E, rialzatolo da terra, lo abbracci.
Il re Gilgamesh era amante delle avventure, e mai si ritirava di fronte a un pericolo. Un giorno propose a Enkidu di recarsi insieme a lui sulle montagne, e come atto di coraggio di abbattere uno dei cedri della sacra foresta degli di.
- Questa impresa non  facile - rispose lamico, - perch la foresta  difesa da un mostro potente e terribile che risponde al nome di Humbaba. Spesso, al tempo in cui vivevo in compagnia degli animali, osservavo le sue azioni. La sua voce  simile a un turbine di vento, e il suo alito  pestilenziale.
- Vergogna! - replic Gilgamesh - un guerriero del tuo valore avrebbe forse paura della battaglia? Solo gli di possono sfuggire alla morte; e come potrai guardare in viso i tuoi figli, quando ti chiederanno cosa facesti il giorno in cui cadde Gilgamesh?
Allora Enkidu si lasci convincere; dopo aver approntato le armi e le asce necessarie, Gilgamesh si rec dagli anziani della citt per informarli del suo piano. Essi lo misero in guardia contro i pericoli dellimpresa, ma Gilgamesh non volle ascoltarli e subito si rivolse al dio del Sole per implorarne laiuto. Tuttavia il dio del Sole si mostr riluttante ad assisterlo nellimpresa. Allora Gilgamesh and da sua madre, la divina regina Ninsun, e la preg di intervenire in suo favore. Ma anchessa, quando apprese il progetto del figlio, fu presa da spavento. Indoss la veste pi preziosa, si mise in capo la corona e si rec sul tetto del tempio da dove si rivolse al dio del Sole.
- Dio del Sole - implor, - tu sei il dio della giustizia. Perch mi hai permesso di partorire un figlio cos ardimentoso e fiero? Oh, caro dio del Sole, egli si  ora messo in capo di viaggiare per giorni e giorni e di battere strade lunghe e perigliose, al solo scopo di sfidare a battaglia il mostro Humbaba. Ti prego, sorveglialo giorno e notte e restituiscimelo sano e salvo!
Quando il dio del Sole vide le lacrime di Ninsun, la compassione intener il suo cuore, ed egli promise il suo aiuto.
Allora la dea scese dal tetto del tempio e impose a Enkidu il sacro segno, che tutti i suoi devoti dovevano portare.
- Dora in avanti - essa disse, - tu entrerai nel novero dei miei fedeli. Vai dunque senza timore, e conduci Gilgamesh sulla montagna!
Quando gli anziani della citt videro che Enkidu portava il sacro segno, desistettero dal loro atteggiamento e diedero la loro benedizione a Gilgamesh.
- Poich Enkidu  ora un fedele della dea, - essi dissero, - noi affidiamo con fiducia il nostro re alla sua protezione.
Entusiasti, i due valorosi si misero dunque in viaggio, coprendo in soli tre giorni una distanza che avrebbe richiesto una marcia di sei settimane.
Alla fine giunsero a una folta foresta, al margine della quale cera una immensa porta.
Enkidu la schiuse e, dallo spiraglio, guard nellinterno.
- Suvvia, affrettiamoci - sussurr, facendo cenno al compagno, - possiamo coglierlo di sorpresa. Infatti, ogni qualvolta Humbaba esce e va in giro, si avvolge in ben sette strati di vesti differenti. In questo momento, invece, se ne sta seduto coperto solo dalla camicia. Lo possiamo sorprendere prima che esca.
Ma, mentre Enkidu stava parlando la grande porta gir sui cardini e si richiuse di colpo schiacciandogli la mano.
Per dodici giorni Enkidu giacque gemendo dal dolore e implorando il compagno di recedere dalla folle impresa. Ma Gilgamesh rifiut di prestare ascolto alle sue parole.
- Siamo forse cos deboli e imbelli? - egli grid - da arrenderci alle prime avversit? Abbiamo fatto un lungo viaggio. Dobbiamo forse tornarcene indietro sconfitti? Quale onta! Vedrai, le tue ferite guariranno presto; e se non possiamo sfidare il mostro nella sua tana, lo aspetteremo nel folto della foresta.
Cos essi andarono nella foresta, e infine raggiunsero proprio il monte dei Cedri, quel monte alto e maestoso sulla vetta del quale gli di sogliono radunarsi a concilio. Stanchi del lungo viaggio, gli eroi si distesero allombra degli alberi, e ben presto si addormentarono.
Ma, nel cuore della notte, Gilgamesh si dest di soprassalto.
- Mi hai forse svegliato tu? - chiese al compagno. - Perch, se non sei stato tu, devessere stata la forza del mio sogno. Infatti, ho sognato che una montagna ruzzolava sopra di me quando, dun tratto, appariva dinanzi ai miei occhi luomo pi bello del mondo, che mi tirava fuori da sotto i macigni e mi rialzava in piedi.
- Amico - rispose Enkidu, - il tuo sogno  un presagio, perch la montagna che ti  apparsa  il mostro Humbaba. Ormai  chiaro che se pure egli piomber su di noi, ne usciremo salvi e vittoriosi.
Poi si voltarono sul fianco e si addormentarono. Ma questa volta fu Enkidu che si dest di soprassalto.
- Mi hai forse svegliato tu? - chiese al compagno. - Perch se non sei stato tu  stata la forza del mio sogno. Infatti ho sognato che il cielo rumoreggiava e la terra era scossa da un sussulto, e il giorno diventava buio, e cadevano le tenebre e la folgore fiammeggiava e il fuoco saliva divampando, e scendeva la morte. E poi dun tratto la luce impallid, il fuoco si spense e le scintille che erano cadute divennero cenere.
Gilgamesh comprese benissimo che il sogno presagiva sventura per il suo amico. Cionondimeno, lo esort a non arrendersi; e subito entrambi si levarono in piedi e si addentrarono nella foresta.
Allora Gilgamesh prese la sua ascia e abbatt uno dei sacri cedri.
Lalbero cadde a terra con un forte schianto, ed ecco Humbaba precipitarsi fuori dalla sua dimora, ringhiando e imprecando.
Il mostro aveva una faccia feroce e terribile, e un occhio sulla fronte col quale poteva tramutare in pietra chiunque fissasse.
Attraversando impetuosamente la foresta si andava sempre pi avvicinando e lo scricchiolio e lo spezzarsi dei rami annunciava il suo approssimarsi. Gilgamesh per la prima volta ebbe veramente paura.
Ma il dio del Sole si sovvenne della sua promessa e lo chiam dal cielo, ordinandogli di affrontare il combattimento senza tema.
E proprio quando le fronde degli alberi si divisero, e la faccia terribile del mostro si abbass sugli eroi, il dio del Sole scaten da tutte le parti del cielo venti potenti e infuocati, che soffiarono contro locchio del mostro, fino ad accecarlo e a impedirgli di avanzare o di retrocedere.
Allora, mentre il mostro brancolava impotente, Gilgamesh ed Enkidu gli piombarono addosso, fino a quando egli fu costretto a implorare merc. Ma gli eroi non vollero accordargliela.
Sguainarono le spade e staccarono la mostruosa testa dal corpo gigantesco.
Allora Gilgamesh si deterse dalla fronte la polvere della battaglia e scosse i suoi capelli arruffati, indoss gli abiti regali e si pose in capo la corona.
Cos splendente egli appariva per bellezza e per valore, che neppure una dea avrebbe resistito al suo fascino, ed ecco la stessa Signora Ishtar apparire subitamente al suo fianco.
- Gilgamesh - essa disse, - vieni e sii il mio amante. Ti doner un cocchio doro, incrostato di gemme, e le mule che lo traineranno saranno veloci come il vento. Tu entrerai nella nostra dimora profumata dalla fragranza dei cedri. La soglia e lo scalino baceranno il tuo piede. Re e principi si inchineranno dinanzi a te e ti porteranno, come tributo, i prodotti della terra. Le tue pecore partoriranno gemelli, i cavalli aggiogati ai tuoi cocchi saranno impareggiabili destrieri e i suoi buoi non avranno eguali.
Ma Gilgamesh rimase impassibile.
- Signora - egli rispose, - tu mi prometti ricchezze e tesori, ma assai di pi mi domanderesti in cambio. Il cibo e le vesti dei quali avresti bisogno sarebbero quelli che si addicono a una dea; la tua dimora dovrebbe essere simile a quella di una regina, e i tuoi abiti dovrebbero essere dei pi preziosi tessuti. Perch dovrei io darti tutto ci? Tu non sei che una porta sconnessa, un palazzo vacillante, un turbante che non arriva a coprire il capo, una pece che sporca la mano, una bottiglia che fa acqua, una scarpa che stringe.
Hai forse mai tenuto fede a un amante? Sei mai stata leale e sincera? Quando eri fanciulla, cera Tammuz. Ma che cosa gli  accaduto? Ogni anno gli uomini ne lamentano il destino. Chi viene da te, ornato delle sue penne come un pavone, ne torna con le ali tarpate. Chi viene da te, forte come un leone, tu lo prendi sette volte in trappola nella fossa. Chi viene da te, focoso come un destriero nella battaglia, tu lo trascini per miglia e miglia a colpi di frusta e di speroni, e poi lo disseti con acqua fangosa. Chi viene da te come un pastore che protegge il suo gregge, tu lo tramuti in lupo feroce, ululante, malmenato dai suoi compagni, e morso dai suoi stessi cani.
Ti rammenti il giardiniere di tuo padre? Che cosa accadde a lui? Ogni giorno, ti donava ceste di frutta, e ogni giorno apparecchiava la tua tavola. Ma quando respinse le tue offerte di amore, tu lo prendesti in trappola, come un ragno impigliato in una goccia, che non pu pi muoversi. Certamente faresti lo stesso con me.
Quando Ishtar ud queste parole fu presa da una grande ira e di corsa torn in cielo dai suoi genitori, a lamentarsi degli insulti con i quali leroe laveva ferita. Ma il suo divino padre non volle intervenire nella contesa e le disse francamente che aveva ricevuto quel che si meritava.
Allora Ishtar ricorse alle minacce.
- Padre - ella grid, - voglio che tu mandi contro questuomo quel potente toro divino, il cui galoppo  foriero di tempeste e terremoti. Se ti rifiuti, abbatter le porte dellinferno, e metter in libert i morti, cos che risuscitino e soverchino i vivi!
- Va bene - rispose infine il padre, - ma rammentati che ogni qualvolta il toro scende dal cielo, ci significa una carestia di sette anni in terra. Hai provveduto a questo? Hai raccolto scorte di cibo e di foraggio sufficienti per gli uomini e gli animali?
- Ho gi pensato a tutto - disse la dea. - Vi sono scorte di cibo e di foraggio sufficienti per gli uomini e gli animali.
Cos il toro fu mandato gi dal cielo e si scagli direttamente contro gli eroi. Ma, mentre li assaliva, soffiando e sbuffando sui loro volti, spazzando e sferzando ogni cosa con la sua coda possente, Enkidu lo afferr per le corna e gli immerse la spada nella cervice. Poi i due eroi gli estrassero il cuore, e lo offersero al dio del Sole.
Nel frattempo Ishtar passeggiava nervosamente sui baluardi di Erech, osservando la lotta che si svolgeva nella vallata sottostante. Quando vide che il toro divino era stato sconfitto, salt sui merli, lanciando un urlo acuto.
- La sciagura cada sul capo di Gilgamesh - grid, - il quale ha osato disprezzare me e abbattere il toro divino!
A tali parole Enkidu, desideroso di mostrarle la parte da lui avuta nella vittoria, strapp i testicoli del toro e li gett in faccia alla dea.
- Se soltanto potessi metterti le mani addosso - grid Enkidu, - e fare a te quel che ho fatto al toro! Se potessi strapparti i visceri, e appenderli accanto a quelli del toro!
Ishtar era ora pienamente sconfitta. Tutto ci che poteva fare era di dare una decorosa sepoltura al toro, come si addiceva a una creatura divina.
Ma neppure questo le fu concesso, perch i due eroi ne presero subito la carcassa, e la portarono in trionfo a Erech. Cos la dea, in compagnia delle sue ancelle, irrorava ridicolmente di lacrime i resti del divino animale, mentre Gilgamesh e il suo compagno si dirigevano baldanzosi verso la citt, mostrando con orgoglio la prova della loro prodezza, e raccogliendo il plauso della popolazione.

Ma gli di non si fanno beffare, e chi semina vento raccoglie tempesta.
Una notte Enkidu ebbe uno strano sogno. Sogn che gli di erano seduti a concilio per decidere chi, tra lui e Gilgamesh, dovesse essere considerato maggiormente colpevole per luccisione di Humbaba e del toro divino. Secondo quanto avevano stabilito, il pi colpevole dei due doveva venir punito con la morte.
Il dibattito fu lungo e violento; alla fine, mentre non avevano ancora preso alcuna decisione, Anu, padre degli di, propose una via duscita.
- Secondo me - egli disse, - il maggior responsabile  Gilgamesh. Infatti, non soltanto egli ha ucciso il mostro, ma ha anche abbattuto il sacro cedro.
Non appena per il dio Anu ebbe pronunciato queste parole, scoppi un vero pandemonio e gli di ben presto si trovarono ai ferri corti, e cominciarono a ingiuriarsi reciprocamente:
- Gilgamesh? - url il dio dei Venti. -  Enkidu il vero responsabile, poich fu lui a guidarlo nel viaggio.
- Ah,  cos - rugg il dio del Sole, girandosi bruscamente verso di lui. - Che diritto hai tu di parlare? Sei tu che hai spinto i venti in volto a Humbaba!
- E tu allora? - ritorse laltro, tremante di rabbia. - E tu? Non fosse stato per te, nessuno dei due avrebbe compiuto tali misfatti!
Tu li hai incitati, e tu hai continuato ad assisterli nelle loro imprese!
Continuarono a discutere, accalorandosi sempre di pi e gridando sempre pi forte. Ma, prima che fossero venuti a una decisione finale, Enkidu si dest.
Ormai Enkidu era convinto di essere destinato a morire. Ma quando narr il suo sogno a Gilgamesh, parve a questi che la punizione spettasse a lui.
- Caro amico - disse, mentre le lacrime gli solcavano il volto, - forse gli di si immaginano che uccidendo te, lascerebbero libero me? Oh no, mio caro amico, io trascorrerei le mie giornate seduto come un mendicante sulla soglia della Morte, attendendo che la porta si apra, per poter entrare e vedere il tuo volto!
Il resto della notte Enkidu lo trascorse sveglio nel suo letto, girandosi e agitandosi. E mentre vegliava, gli pareva che tutta la sua vita passasse dinanzi ai suoi occhi.
Ricord i giorni sereni di un tempo, quando andava errando con le mandrie nelle montagne, e poi si ramment del cacciatore che lo aveva trovato, e della ragazza che lo aveva lusingato e attirato nel mondo degli uomini.
Ricord anche lavventura nella foresta dei cedri, e come la porta si fosse richiusa sulle sue mani, infliggendogli la prima e unica ferita della sua vita. E maled amaramente il cacciatore e la ragazza e la porta.
Infine, i primi raggi del sole mattutino penetrarono nella stanza, cercando di fugare le ombre sulla parete opposta. - Enkidu - pareva dicessero i raggi del Sole, - la tua vita tra gli uomini non  stata tutta oscurit, e quelli che tu maledici furono raggi di luce. Non fosse stato per il cacciatore e la ragazza, ancora oggi tu ti nutriresti di erba e dormiresti sui freddi prati: ora invece mangi alla mensa dei re, e ti corichi in un letto principesco. Non fosse stato per il cacciatore e la ragazza, non avresti mai incontrato Gilgamesh, n avresti conosciuto il pi fedele amico della tua vita.
Allora Enkidu comprese che il dio del Sole gli aveva parlato, e non maledisse pi il cacciatore e la ragazza, ma anzi su di essi invoc ogni sorta di benedizioni.

Poche notti dopo Enkidu ebbe un secondo sogno. Questa volta, pareva che un grande clamore si levasse nel cielo e sulla terra, e una strana orribile creatura, con il volto di leone e le ali e gli artigli di aquila, scendesse non si sa da dove e lo rapisse. Improvvisamente, anche sulle sue braccia spuntavano penne, ed egli assumeva il medesimo aspetto della mostruosa creatura che lo aveva assalito.
Allora Enkidu comprese che era morto, e che una delle Arpie infernali lo spingeva sulla strada che non ha ritorno. Infine, raggiungeva la Casa delle tenebre, dove abitavano le ombre dei Morti. Ed ecco, tutti i grandi uomini della terra lo circondavano. Re, nobili e sacerdoti sedevano ammassati come orridi demoni, coperti di ali, simili a quelle degli uccelli; e, in luogo delle prelibate vivande di cui usavano cibarsi un tempo, mangiavano ora polvere e terriccio.
E l, su di un alto trono, sedeva la Regina dellinferno in persona, e presso a lei era accovacciata la sua fedele ancella, che leggeva in una tavoletta la vita di ciascuna anima che passava nell oscurit.
Quando si dest, Enkidu narr il suo sogno al compagno; ed ora, entrambi seppero per certo quale dei due fosse destinato a morire.
Per nove giorni Enkidu langu nel suo letto, perdendo le forze di minuto in minuto, mentre Gilgamesh, prostrato dal dolore, vegliava accanto a lui.
- Enkidu - gridava Gilgamesh nella sua angoscia, - sei stato per me la scure che avevo al fianco, larco che tenevo nelle mani, il pugnale che portavo alla cintura, la mia corazza, la mia veste, la pi grande delle mie delizie!
Con te vicino, osai affrontare qualsiasi rischio e sopportare ogni avversit, osai scalare le montagne e cacciare le fiere selvagge! Con te vicino, ho vinto il toro divino, e ho lottato contro lorco della foresta! Ma ora, ecco, tu sei immerso nel sonno e circondato dalloscurit, e non odi pi le mie parole!
E mentre parlava, vide che il suo amico non si muoveva pi e non apriva pi gli occhi: e quando gli pose la mano sul cuore, sent che non batteva pi.
Allora Gilgamesh prese un velo e copr il volto di Enkidu, cos come gli uomini coprono di un velo la sposa il giorno delle nozze. E percorse la stanza in lungo e in largo, piangendo e gemendo, e la sua voce era la voce di una leonessa, alla quale sono stati strappati i piccoli.
E Gilgamesh si lacer le vesti e si strapp i capelli e si mise in lutto.
La notte intera vegli la salma dellamico, e a poco a poco lo vide irrigidirsi e contrarsi e la bellezza abbandonare i suoi tratti. - Ora - disse Gilgamesh, - ho veduto il volto della Morte e ho grande paura. Un giorno, anchio sar come Enkidu.
Quando spunt lalba, Gilgamesh aveva preso una coraggiosa decisione.

Correva fama che in unisola, ai remoti confini della terra, vivesse lunico mortale che era sempre sfuggito alla morte, un vecchio, vecchissimo uomo, il cui nome era Utnapishtim. Gilgamesh decise di andarlo a visitare, per apprendere da lui il segreto della vita eterna.
Non appena sorse il sole, Gilgamesh si mise dunque in viaggio, e finalmente, dopo aver percorso una lunga strada, giunse alla fine del mondo e vide dinanzi a s unalta montagna, le cui due vette toccavano il cielo, e le cui radici arrivavano fino agli Inferi. Davanti alla montagna, cera un massiccio cancello, e il cancello era difeso da creature spaventose e terribili, mezze uomini e mezze scorpioni.
Per un attimo, Gilgamesh esit e ripar i suoi occhi dal loro orribile sguardo. Poi si riprese, e avanz coraggiosamente per affrontarle.
Quando i mostri videro che leroe non aveva alcun timore, e quando scorsero la bellezza della sua persona, subito compresero che di fronte ad essi non stava un comune mortale. Cionondimeno, essi gli impedirono il passaggio, e domandarono la ragione della sua venuta.
Gilgamesh disse loro di voler andare da Utnapishtim, per apprendere il segreto della vita eterna.
- Questa - rispose il loro capo, -  una cosa che nessuno ha mai appreso; n alcun mortale ha mai potuto raggiungere questo saggio che non ha et. Infatti, il sentiero del quale stiamo a difesa  il sentiero del Sole, una oscura galleria lunga dodici leghe, una strada che il piede delluomo non pu calpestare.
- Fosse essa anche pi lunga e pi oscura - replic leroe, - fossero i pericoli e le pene anche pi ardui, fosse il calore anche pi intenso e il freddo pi pungente, io sono deciso a calpestarla!
Al suono di quelle parole, i guardiani compresero che stava di fronte a loro un essere superiore ai mortali, e immediatamente aprirono il cancello.
Con coraggio e ardire, Gilgamesh entr nella galleria; ma ad ogni passo la strada si faceva pi oscura, Sinch alla fine leroe non pot pi distinguere nulla, n davanti n dietro a s. Cionondimeno, continu ad avanzare, e proprio mentre cominciava a pensare che la strada non avrebbe mai avuto fine, un alito di vento gli sfior il volto, e un sottile raggio di luce travers le tenebre.
Quando usc alla luce del sole, una vista meravigliosa si offr al suo sguardo: si trovava nel mezzo di un giardino incantato, dagli alberi pendevano pietre preziose. E mentre li contemplava rapito, la voce del dio del Sole pervenne dal cielo alle sue orecchie.
- Gilgamesh - disse la voce, - non avanzare oltre. Questo  il giardino delle Delizie. Trattieniti qui un poco, e godi di queste bellezze. Mai, prima di ora, gli di hanno concesso a un mortale cos grande favore, e non puoi sperare di pi. La vita eterna, che tu vai cercando, non riuscirai mai a trovarla.
Ma neppure queste parole poterono distogliere leroe dal suo proposito, e lasciandosi dietro il paradiso terrestre, prosegu nel suo viaggio.
Era molto stanco, quando giunse in vista di una casa che sembrava essere una locanda. Avanz lentamente verso di essa, e avrebbe voluto entrarvi.
Ma la locandiera, il cui nome era Siduri, aveva scorto da lontano Gilgamesh che si avvicinava e, giudicando dal suo aspetto trasandato che egli fosse un qualsiasi vagabondo, aveva dato ordine di chiudergli la porta in faccia.
Gilgamesh, dapprima offeso, minacci di abbattere la porta, ma quando la donna si affacci alla finestra per spiegargli il motivo del suo timore, la collera lo abbandon, e si affrett a rassicurare la locandiera, spiegandole chi egli fosse e la ragione del suo viaggio e del suo aspetto trasandato. Allora ella gli apr la porta e gli diede il benvenuto.
Pi tardi, a sera, Gilgamesh e la locandiera cominciarono a discorrere e questultima cerc di dissuadere leroe dal suo proposito.
- Gilgamesh - ella disse, - ci che tu cerchi, non lo troverai mai. Infatti, allorch gli di crearono luomo, a lui dettero la morte, e tennero per s la vita eterna. Perci, godi di quanto ti  concesso: mangia, bevi, sii allegro;  per questo che sei nato!
Ma neppure questa volta leroe si lasci persuadere, e subito si inform dalla locandiera del cammino per raggiungere Utnapishtim.
- Egli vive - rispose la donna, - in una remota isola, e per raggiungerla devi attraversare un oceano. Ma questo oceano,  loceano della morte, e nessun essere vivente vi ha mai navigato. Per si trova ora qui, in questa locanda, un uomo, che ha nome Urshanabi. Egli  il nocchiero del vecchio saggio ed  venuto qui per una faccenda: forse puoi indurlo a trasportarti sullisola.
Cos la locandiera present Gilgamesh al nocchiero, che accett di trasportarlo sullisola.
- Per - egli disse, - vi  una condizione. Le tue mani non dovranno mai toccare le acque della morte, e quando in esse avrai immerso una volta il tuo remo, dovrai subito gettarlo via e usarne un altro, perch neppure una goccia dacqua cada sulle tue dita. Perci, prendi lascia e taglia sei ventine di remi. Infatti, il viaggio  lungo, e ne avrai bisogno.
Gilgamesh fece quanto gli era stato detto, e in breve tempo allestirono la barca e presero il mare.
Ma, dopo alcuni giorni di navigazione, i remi vennero a mancare, e i due compagni avrebbero sicuramente fatto naufragio, se Gilgamesh non avesse lacerato la sua camicia, issandola come vela.
Utnapishtim sedeva sulla spiaggia dellisola, sorvegliando la grande distesa dacqua, quando improvvisamente i suoi occhi scorsero il ben noto naviglio, che oscillava pericolosamente sulle acque.
- C qualche cosa di strano - mormor il vegliardo, - forse il timone  rotto.
E, mentre limbarcazione si avvicinava, scorse la bizzarra figura di Gilgamesh che reggeva alta contro il vento la camicia.
- Questi non  il mio nocchiero - mormor il vecchio - vi  certamente qualche cosa di strano.
Appena toccarono terra, Urshanabi condusse il suo passeggero alla presenza di Utnapishtim, al quale Gilgamesh narr perch era venuto e che cosa cercava.
- Giovanotto - rispose il vegliardo, - ci che tu cerchi, non lo troverai mai. Infatti, sulla terra non vi  nulla di eterno. Quando gli uomini sottoscrivono un contratto, essi fissano un termine. Ci che oggi acquistano, domani lo devono cedere ad altri. Privilegi antichissimi si estinguono con il tempo. Fiumi che oggi son gonfi e straripano, alla fine rientreranno nel loro letto. Quando la farfalla lascia il bozzolo, vive per un solo giorno. Tempo e stagione sono stabiliti per ogni cosa.
-  vero - rispose leroe, - ma tu stesso sei un mortale, e in nulla differisci da me; eppure sei eterno. Dimmi come hai trovato il segreto della vita eterna che ti ha reso simile agli di.
Gli occhi del vegliardo fissarono un punto lontano. Parve che tutti i giorni di tutti gli anni della sua vita sfilassero in processione dinanzi a lui. Poi, dopo una lunga pausa, sollev il capo, e sorrise.
- Gilgamesh - disse lentamente, - ti sveler il segreto: un segreto grande e sacro che nessuno conosce, eccettuati gli di e io stesso.
E gli narr la storia del diluvio universale, che gli di avevano mandato sulla terra nei tempi antichi: e gli disse come Ea, il dolce signore della sapienza, gli avesse fatto pervenire il suo avvertimento con una folata di vento, che aveva fatto stormire le frasche della sua capanna. Per ordine di Ea, Utnapishtim aveva fatto costruire unarca, e aveva chiuso ogni apertura con pece e catrame, e su di essa aveva caricato la famiglia e gli animali e aveva navigato per sette giorni e sette notti, mentre le acque salivano, le tempeste infuriavano e i fulmini guizzavano nelle tenebre. E al settimo giorno larca era approdata su una montagna agli estremi limiti della terra, ed egli aveva aperto una finestra nellarca, e ne aveva fatto uscire una colomba, per vedere se il livello delle acque fosse sceso. Ma la colomba era tornata perch non aveva potuto trovare un luogo ove posarsi. Poi aveva fatto uscire una rondine, e anche la rondine era tornata. Infine, aveva fatto uscire un corvo, e il corvo non aveva fatto ritorno. Allora aveva condotto fuori la propria famiglia e gli animali, e aveva offerto doni di ringraziamento agli di. Ma, dimprovviso, il dio dei Venti era sceso dal cielo, lo aveva ricondotto nellarca e con lui sua moglie, e ancora una volta aveva spinto larca sulle acque, finch non aveva raggiunto unisola sul lontano orizzonte, dove gli di lo avevano portato perch vi abitasse in eterno.
Quando Gilgamesh ebbe udito il racconto, comprese che la sua richiesta era stata vana, perch era chiaro che il vegliardo non aveva alcuna formula arcana da offrirgli. Egli era divenuto immortale, come ora aveva rivelato, per una grazia particolare accordatagli dagli di, e non perch, come aveva creduto Gilgamesh, egli fosse in possesso di qualche segreta conoscenza.
Il dio del Sole aveva avuto ragione, e avevano avuto ragione gli uomini-scorpione, e aveva avuto ragione la locandiera; ci che cercava non lo avrebbe trovato, almeno non in questo mondo.

Quando il vegliardo ebbe terminato il suo racconto, fiss intensamente il volto tirato e gli occhi stanchi delleroe. - Gilgamesh - egli disse gentilmente, - tu devi riposare un poco. Stenditi, e dormi per sei giorni e sette notti. - E, appena ebbe pronunciato queste parole, ecco, oh meraviglia, Gilgamesh cadde in un profondo sonno.
Allora Utnapishtim si rivolse a sua moglie. - Vedi - egli disse, - costui vuole la vita eterna e non pu neppure privarsi del sonno. Quando si sveglier, negher certamente di aver dormito: gli uomini sono sempre stati bugiardi, e perci ti prego di dargli una prova tangibile del suo sonno. Per ogni giorno in cui dorme, cuoci una pagnotta di pane e mettigliela vicino. Un giorno dopo laltro, queste pagnotte diverranno sempre pi dure e stantie, e dopo sette notti (trovandole in fila accanto a s) egli stesso potr constatare per quanto tempo ha dormito dallo stato di ciascuna di esse.
Cos, ogni mattina, la moglie di Utnapishtim fece cuocere una pagnotta e fece un segno sul muro per mostrare che un altro giorno era trascorso: e, logicamente, allo spirare del sesto giorno, la prima pagnotta era completamente secca, la seconda era come cuoio, la terza era umida, la quarta aveva la crosta bianca, la quinta era piena di chiazze, e soltanto la sesta appariva fresca.
Quando Gilgamesh si svegli, neg naturalmente di avere mai dormito. - Perch - egli disse ad Utnapishtim, - proprio nel momento in cui sto per appisolarmi mi tiri per un braccio e mi svegli? - Ma Utnapishtim gli mostr le pagnotte, e allo a Gilgamesh seppe di avere davvero dormito sei giorni e sette notti.
Allora Utnapishtim gli ordin di alzarsi, di lavarsi e di prepararsi per il viaggio di ritorno. Ma proprio quando leroe stava per salire sulla barca per ripartire, la moglie di Utnapishtim si avvicin:
- Utnapishtim - ella disse, - non puoi mandarlo via a mani vuote. Per giungere qui, Gilgamesh ha affrontato un viaggio duro e pericoloso, e tu devi dargli un dono di addio.
Il vegliardo alz gli occhi e fiss seriamente in volto leroe. - Gilgamesh - egli disse, - ti sveler un segreto. Nelle profondit del mare vi  una pianta. Ha laspetto di un biancospino, e le sue spine pungono come quelle di una rosa. Se un uomo riesce a impossessarsene, egli pu, assaggiandola, riacquistare la giovent.
Quando Gilgamesh ud queste parole, si leg ai piedi delle grosse pietre e si tuff nei profondi abissi del mare: e l, sul letto delloceano, scorse la pianta. Non curandosi delle sue spine, lafferr tra le dita, si liber dalle pietre, e attese che la marea lo riconducesse a riva.
Allora, mostr la pianta a Urshanabi, il nocchiero. - Guarda - egli disse, - ecco la famosa pianta che ha nome Vecchio ringiovanisci! Chiunque lassaggi acquista altri anni di vita! Io la porter ad Erech, e la dar da mangiare agli uomini: cos, per lo meno, avr una ricompensa alle mie fatiche.


Dopo aver riattraversato le insidiose acque e aver raggiunto la riva, Gilgamesh e il suo compagno intrapresero il lungo viaggio a piedi che doveva condurli alla citt di Erech. Dopo aver percorso cinquanta leghe, videro che il sole stava per tramontare e cercarono un luogo dove poter trascorrere la notte. Videro una fresca sorgente.
- Fermiamoci qui - disse leroe, - e io mi bagner nelle acque di questa sorgente. - Cos, si tolse di dosso le vesti, pos la pianta in terra e and a bagnarsi nella fresca sorgente. Ma, appena ebbe voltato la schiena, un serpente usc dalle acque e, odorato il profumo della pianta, la rap. E non appena lebbe assaggiata, subito mut la pelle e riacquist la giovent.
Quando Gilgamesh vide che la preziosa pianta era perduta per sempre, si mise a sedere e pianse. Ma dopo poco si alz e, rassegnato infine al destino di tutta lumanit, fece ritorno alla citt di Erech, al paese da dove era venuto.
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LEGGENDE BABILONESI.
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LA GUERRA DEGLI DI. di Theodor H. Gaster.
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Una volta non esistevano n il cielo n la terra. Nulla esisteva al mondo, tranne lacqua e i due potenti esseri che la governavano. Ad Apsu appartenevano le acque dolci, e alla moglie di lui, Tiamat, le acque salate. Ma, a quei tempi, le due acque si mescolavano e si confondevano assieme, poich non vi erano ancora n fiumi n mari.
Dalla unione di Apsu e di Tiamat nacquero due creature colossali, Lahmu e la sua compagna Lahamu; e da essi ebbe vita una seconda coppia, Anshar e la sua compagna Kishar. Anshar era lo spirito di tutto quanto era sopra e Kishar era lo spirito di tutto quanto era sotto; da questi nacque Anu, ovvero il Cielo.
Anu ebbe per figlio Ea; altrettanto saggio quanto forte, Ea era di gran lunga superiore ai suoi genitori e a chiunque era esistito prima di lui.
Dopo la nascita di Ea, la famiglia degli di si moltiplic rapidamente, ed era, la loro, una assai rumorosa e chiassosa compagnia! Gli di, scorrazzavano su e gi, strepitando e gridando a squarciagola, finch la povera nonna Tiamat si ridusse a un misero fascio di nervi. Tuttavia, essa soffriva in silenzio e senza lamentarsi.
I ragazzi sono ragazzi pensava, e ci che non si pu rimediare si deve sopportare.
Ma nonno Apsu la pensava diversamente, e un bel giorno, non potendo pi tollerare quel fracasso, mand a chiamare Mummu, il nano che egli teneva in casa perch lo consigliasse e lo divertisse.
- Vieni - gli disse, - andiamo assieme da Tiamat a parlare con lei di questa faccenda. - Cos andarono da Tiamat per discutere con lei sul da farsi con quei ragazzi.
Apsu, per, non era nellumore adatto per discutere tranquillamente la situazione.
- Senti - url a Tiamat, - io non ne posso pi. Non ho pi un minuto di riposo durante il giorno, n un attimo di sonno durante la notte. Dobbiamo avere la nostra pace e la nostra tranquillit, e io ho intenzione di farla finita.
Udendo queste parole, Tiamat impallid di collera.
- Che cosa intendi dire? - tuon. - Vogliamo forse distruggere ci che noi stessi abbiamo creato? Certamente, questi figlioli abusano della nostra pazienza, come fanno tutti i ragazzi con le persone anziane; ma infine, dovremo pur farci labitudine!
Ma le parole di Tiamat non ebbero alcun effetto; essa aveva appena terminato di parlare allorch Mummu, chinandosi verso il suo padrone, gli bisbigli allorecchio: - Signore, non datele ascolto; se volete aver pace e tranquillit, non esitate a distruggerli.
Apsu fu entusiasta del consiglio: sollevato il nano sulle sue ginocchia, gli cinse il collo con le braccia e lo baci. Quindi se ne andarono assieme, per riferire agli di quanto avevano stabilito.
Quando gli di appresero la loro decisione, furono invasi dal panico e cominciarono a correre su e gi per la volta del cielo, torcendosi le mani dalla disperazione. Poi, in un profondo e cupo silenzio, tutti si misero a sedere, meditando tristemente sulla mala sorte che pendeva sul loro capo; tutti, tranne Ea, il pi saggio, il pi astuto, il pi sottile degli abitanti del cielo, per il quale non vi  nulla di imprevisto e nulla che egli non sappia prevenire.
Mentre i suoi fratelli e le sue sorelle, abbandonandosi alla disperazione, si stringevano luno allaltra, Ea era intento a studiare un piano; e dimprovviso, senza dir parola, levandosi dal suo seggio, prese una brocca, la riemp dacqua e pronunci sopra di essa una solenne formula magica. Quindi la port ad Apsu e a Mummu, e offerse loro da bere.
Dopo pochi istanti, Apsu dormiva profondamente e Mummu, insonnolito e quasi incapace di tener gli occhi aperti, dondolava il capo.
Allora Ea, senza perder tempo, rapido come la folgore, strapp la veste dai fianchi di Apsu e la corona dal suo capo, gli tolse la raggiera e se le pose addosso. Poi, incatenato Apsu, lo uccise e si impadron della sua dimora.
In quanto al suo iniquo consigliere Mummu, lo leg stretto, gli pass un anello nel naso e lo gett in una oscura prigione.
Quando ebbe vinto i suoi nemici e innalzata una colonna a memoria del proprio trionfo, Ea costru una gaia e bella dimora e quando la ebbe terminata prese in sposa Damkina. L, in quella sacra e benedetta dimora, nacque da loro il pi potente, il pi forte degli di, il principe dei principi, il re dei re, IL SIGNORE MARDUK IN PERSONA.
Egli fu allattato al seno di dee, e con il loro latte succhi maest e potenza. Agile aveva la persona, lucenti gli occhi, signorile il portamento e, il giorno stesso della sua nascita, era gi pienamente virile. Appena il padre vide Marduk, una gran gioia lo invase e il suo volto si illumin. Pose sul figlio il suggello della propria approvazione e, seduta stante, decise di conferirgli una natura doppiamente divina. Cos, Ea dette a Marduk una forma a tal punto imponente e maestosa, quale nessuna mente umana pu concepire n lingua umana pu esprimere.
Quattro occhi aveva Marduk, e quattro orecchie, e ogni qualvolta egli muoveva le labbra, ne uscivano fiamme. La sua statura era gigantesca e smisurate le sue membra, ed era ammantato dello splendore di dieci di.
Ma egli aveva nel sangue la passione dellavventura, e con il crescere, si svilupp in lui il gusto, sempre pi accentuato e selvaggio, delle imprese offensive. Una volta, per fare un cattivo scherzo, prese al laccio i venti perch soffiassero soltanto nella direzione da lui voluta; e unaltra volta, con tutta tranquillit, mise la museruola al drago che custodiva le dimore celesti.
Alla fine gli di, stanchi di sopportarlo, si recarono da Tiamat a lamentarsi.
- Non vedi - le dissero, - come Marduk mette tutto sottosopra? I suoi scherzi insopportabili ci fanno perdere la testa. E tu te ne rimani qui, senza muovere un dito.  sempre la medesima storia: quando Apsu e Mummu vennero a lamentarsi, tu ti rifiutasti di agire.
Avevi nelle tue mani unarma potente, che lo stesso Apsu aveva fabbricato, ma persino quando egli si trov in pericolo di morte, ti rifiutasti di farne uso! E pensa a quanto ti  accaduto: sei rimasta vedova. Se pure non ti sei curata di tuo marito, potresti almeno prenderti cura dei tuoi figli! Muoviti dunque, e dgli una buona lezione!
A tali insistenze, Tiamat dovette arrendersi.
- Bene - rispose, - andiamo insieme a combatterlo. Ma, io vi avverto, Marduk  un avversario degno di tutti noi messi insieme, e non riusciremo a spuntarla contro di lui, a meno di non avere aiuti. Perci, vediamo di crearli.
Gli di si riunirono allora intorno a Tiamat e tennero un consiglio di guerra. Notte e giorno complottarono, discussero e fecero piani di battaglia, mentre Tiamat foggiava fiere terribili, dai denti aguzzi e dalle lunghe zanne, e nelle loro vene versava veleno al posto del sangue. Erano mostri violenti, circondati di fuoco e di fiamme, e tuttintorno irradiavano un bagliore cos forte da volgere in fuga chiunque osasse fissarli. Cerano la Vipera ed il Drago, il Mammuth e il Grande Leone, il Cane Rabbioso e lUomo Scorpione; cerano gli impetuosi dmoni dellUragano, la Libellula e il Centauro: undici esseri orrendi, intrepidi nel combattimento, n alcuno poteva opporsi al loro furibondo assalto.
Infine, Tiamat pose a capo dellesercito un dio che aveva nome Kingu.
- Kingu - essa disse, - tu devi tener alto il vessillo, guidare lassalto e custodire il bottino. Ogni tuo ordine sar decisivo, giacch, ascoltami bene, io ti ho elevato a un altissimo grado, e tu agirai come fossi il mio consorte! - Ci detto, Tiamat impose a Kingu i simboli del potere, e assicur al suo petto le grandi Tavole della Decisione. Dopo questa cerimonia, Tiamat e Kingu, rivolgendosi agli di, dissero:

Il fuoco infuri,
 arda la fiamma:
 il vostro alito li spenger;
 il pi forte sar reso inerme,
 il potente sar volto in fuga!

E, al suono di queste parole, larmata si mise in marcia.
Nel frattempo, Marduk ignorava ci che si stava tramando. Ed Ea, quando venne a sapere che il suo amato figliolo era minacciato, fu preso da un dolore cos grande, che per un bel po non seppe fare altro che starsene seduto ad arrovellarsi. Alla fine, tuttavia, lo sgomento cedette il passo al freddo ragionamento, e un piano si affacci alla sua mente.
Levatosi in piedi, immediatamente Ea si rec da Anshar: astuto e saggio, ben sapeva come meglio eccitare lindignazione del vecchio dio.
- Tiamat - disse, - sta tramando una rivolta contro la corte celeste. - E narr ad Anshar come Tiamat avesse radunato tutti gli di e avesse creato mostri terribili, e come gi si stesse muovendo per dare battaglia.
Quando Anshar ud queste parole, si batt le cosce e si morse le labbra dal dolore, e il suo cuore fu invaso da un triste presentimento.
- Ea - esclam, - tu hai gi dimostrato il tuo ardire sconfiggendo Apsu e Mummu. Vai, ora, e affronta Kingu e Tiamat!
Ea si avvi dunque a combattere il nemico che avanzava, ma quando scorse i mostri che marciavano in prima linea circonfusi di tremendi bagliori, fu colto dal terrore, volse le spalle e fugg.
Allorch Anshar apprese che Ea era stato messo in fuga, fu colto dallo sgomento e comand a suo figlio Anu di presentarsi a lui.
- Anu - disse, - tu sei il mio figliolo maggiore, un eroe al quale nessuno pu opporsi. Vai dunque, e affronta Tiamat. Tenta prima di placarla tu stesso, ma se essa non vuol darti ascolto, dille che tu vieni a nome mio ed esigi da lei obbedienza immediata!
Anu allora si pose in cammino e si diresse senza indugio verso Tiamat. Ma, appena ebbe scorto il suo aspetto furioso e il suo sguardo terribile, anchegli fu invaso dal terrore, e, come Ea, anchegli fugg.
Ritornato da Anshar, gli rifer quanto era accaduto. E quando Anu ebbe terminato di parlare, Anshar si volse a Ea, scuotendo il capo con disperazione; e tutti gli abitanti del cielo si raccolsero assieme, mormorando: - Ohim, nessuno  in grado di misurarsi con Tiamat e di ritornarne vivo!
Spaventati, avviliti e sconsolati sedettero: infine, Anshar si lev dal suo trono e li fiss in tutta la sua gloria e la sua possanza: - Uno solo - disse, - potrebbe essere il nostro campione: lo strenuo guerriero, il soldato intrepido, il valoroso, limpetuoso Marduk in persona!
Quando Ea ud queste parole, chiam Marduk in una stanza appartata per potergli parlare da solo a solo. E gli narr tutto circa il complotto di Tiamat, senza tuttavia rivelargli che il complotto era diretto proprio contro di lui.
-  - gli disse, come gi aveva detto ad Anshar, - una ribellione contro la corte celeste.
- Marduk - aggiunse poi con voce grave, - io ti parlo ora come padre; ascoltami dunque con attenzione e obbedisci. Desidero che tu vada a trovare il tuo bisnonno Anshar: sebbene i tuoi fratelli e le tue sorelle si lamentino di te, Anshar ha sempre dimostrato di avere una preferenza verso di te, e nel suo cuore ha per te un caldo affetto. Quando sarai alla sua presenza, avanza impettito, con baldanza e con fare guerresco, poich ci lo rallegrer particolarmente.
Cos Marduk obbed agli ordini di suo padre e si present ad Anshar con laria di un uomo perfettamente sicuro di s.
E quando Anshar vide il suo incedere guerresco, il suo cuore si rallegr, ed egli baci teneramente Marduk sulle labbra. Marduk ne fu profondamente commosso.
- Anshar - disse con dolcezza, - tu sai che io ti ho sempre amato, e che non vi  nulla che io non farei per te. Mio padre mi ha detto quanto sta accadendo, e come Tiamat stia tramando una rivolta contro la corte celeste. Chi ne ha timore? Tiamat non  che una donna, e io son pronto ad affrontarla e a combatterla. In men che non si dica, tu le metterai il piede sul collo!
- Benissimo - replic Anshar, - vai dunque, e affrontala. Vedi dapprima se puoi calmarla con le parole o con qualche divino incantesimo. Ma se essa non vuol darti ascolto, monta sul cocchio dei venti turbinosi e combatti!
Tuttavia, Marduk era figlio di suo padre e, oltre ad essere forte e intrepido, era anche astuto e ambizioso.
Questa, egli pens,  unoccasione doro per me. Perch dovrei sfidare i mostri e salvare lonore del cielo per nulla? E cos, raddrizzando le spalle poderose, guard baldanzosamente in faccia il suo bisnonno.
- Anshar - gli disse, - sono pronto a combattere. Ma se debbo essere il tuo campione, vincere Tiamat e salvarti la vita, tu, allora, devi farmi capo degli di. Vai, chiamali a raccolta e promulga il decreto! Dora innanzi, soltanto a me spetter il compito di prendere decisioni, e tutto quanto io dir sar legge!
Quando ud queste parole, Anshar mand subito a chiamare il suo fedele messaggero, Gaga.
- Vai - disse, - dai miei anziani genitori Lahmu e Lahamu, che troverai negli abissi del mare. Di loro che Tiamat sta sollevando una ribellione contro la corte celeste e che Marduk si  offerto di combatterla, a condizione di divenire il capo degli di.
Spiega loro che questa  una decisione che non posso prendere da solo, poich riguarda allo stesso modo gli di che abitano nelle profondit e quelli che abitano in alto. Perci, invitali a riunire tutti gli di dei vari regni e a venir qui, per tenere consiglio tutti assieme.
Gaga and e rifer a Lahmu e a Lahamu il messaggio di Anshar e raccont loro quanto era accaduto e, a loro volta, Lahmu e Lahamu avvertirono tutti gli di nei loro regni di recarsi alla corte celeste.
Quando gli di ricevettero questo invito, a stento credettero alle proprie orecchie. - Deve essere accaduto qualche fatto davvero straordinario  mormorarono, - perch Tiamat si conduca in questo modo. Andiamo a vedere che cosa succede.
La corte celeste si andava affollando di di e di dee, che giungevano da ogni parte. Nellincontrarsi, si fermavano ad abbracciarsi e a scambiare parole di saluto. Poi, quando tutti furono riuniti, cibo e bevande vennero offerti e i convenuti sedettero dinanzi a una ricca mensa.
Quando venne il momento di prendere una deliberazione, tutti gli di erano sereni e ben disposti, e nessuno pens a elevare obiezioni e proteste contro il piano che venne loro presentato. In gran fretta venne approntato un trono, sul quale Marduk si insedi trionfalmente, mentre lassemblea si prodigava in espressioni di approvazione e di lode al suo indirizzo.
- Marduk sia il nostro capo! - gridavano tutti. - Qualsiasi cosa egli dica sia legge! A lui solo il diritto di innalzare e di abbattere! A lui siano conferiti tutti i poteri di Anu! Marduk sia il re delluniverso e possano le sue frecce colpire sempre il bersaglio!
Quindi, uno dei presenti pose dinanzi a lui una veste.
- Marduk - gridarono gli di, - al fine di mostrare il tuo potere, pronuncia la formula magica, e questa veste venga distrutta. Pronuncia nuovamente la formula, e questa veste ritorni intera!
Cos Marduk pronunci la formula, ed ecco, la veste fu distrutta; e nuovamente pronunci la formula, ecco, la veste ritorn intera. Allora, tutti gli di credettero in Marduk, poich videro che il suo potere era in verit supremo, e si inchinarono di fronte a lui, gridando: - Marduk  re, Marduk  re! - Gli offrirono lo scettro e lo fecero salire sul trono e posero nelle sue mani le insegne della regalit e gli consegnarono una spada possente, dicendo: - Vai, taglia la gola a Tiamat e lascia che i venti ne disperdano il sangue!
Appena gli di ebbero fatto ritorno alle loro dimore, subito Marduk si accinse a preparare le armi per il combattimento. Prese un arco e vi mise una freccia, davanti a s pose la saetta della folgore, e lintero suo corpo risplendeva nella luce. Poi fece una rete per imprigionarvi i suoi nemici e suscit dei venti gagliardi e tempestosi che marciassero al suo fianco.
Quando tutto fu pronto, dette di piglio alla grande mazza del tuono e sal sul cocchio dei venti turbinosi, trascinato da quattro mostri che si chiamavano il Devastatore, limplacabile, il Tempestoso, il Rapido, rigonfi di veleno, indomiti e dai denti aguzzi. Si spalm di ocra rossa, per proteggersi contro le potenze del male, e prese in mano unerba odorosa per respingere il fetore di Tiamat e delle sue fiere. Quindi si mosse.
Allorch Kingu e le sue avanguardie videro avanzare Marduk, furono invasi dal terrore, poich non avevano previsto ci; e tutti i loro piani ne furono sconvolti. Ma Tiamat non vacill n sbigott, ma baldanzosamente avanz e le parole del suo canto di guerra squarciarono laria:

Cos, o superbo, il capo tu sei
E tutti dovranno cederti il passo?
Ma qui schierati avanzano gli di
A sfidarti faccia a faccia.

Ma non appena tali parole ebbero raggiunto lorecchio di Marduk, questi, sollevando la sua clava, la brand in faccia a lei, lanciando a gran voce la sua risposta:

Tua era la forza e tuo il potere,
Tu eri la regina di tutti.
Ma nullaltro era accetto al tuo cuore
 Che discordia e conflitti e tumulto.
Nellanima non hai che odio,
Tu, che abbiamo chiamato nostra madre.
Hai opposto il fratello al fratello
Hai gettato il figlio contro il padre
Iniqua, vile e di cuore nero.
Apsu era appena spirato
Che infedele al vivo e al morto
Hai chiamato Kingu al suo posto.
Ma ora avanza, avvicinati
 E combattiamo, tu e io!

Udendo questo, Tiamat fu presa da furore, e senza neppure volgere lo sguardo intorno, con la bocca spalancata si scagli con cieco impeto contro Marduk che la provocava, quasi volesse divorarlo.
E mentre essa muoveva verso di lui, lanciando parole di insulto e di sfida, gli di che marciavano al suo fianco forbivano le armi per il combattimento.
Ma anche Marduk era veloce: vedendo Tiamat piombare su di lui, rapido come il baleno apr la rete, la distese sul cammino della dea e ve la rinchiuse. Cos, in un attimo, Tiamat si trov a dibattersi furiosamente nella rete.
Allora Marduk chiam a s luragano che marciava nella retroguardia del suo esercito e gli comand di avanzare. Luragano si precipit in avanti e si lanci nella bocca spalancata della dea, impedendole di serrare le labbra: senza por tempo in mezzo, Marduk, teso larco, scocc nella gola della dea una freccia e questa penetr nelle fauci di Tiamat, ne squarci le vene e ne trapass il cuore. Fiaccato cadde il gran corpo della dea e Marduk, legatala, ne rap la vita e sul cadavere disteso calc il suo tallone.
Quando le schiere di Tiamat videro cadere uccisa colei che li aveva guidati, rotte le file, tentarono di salvarsi con la fuga; ma subito le forze di Marduk circondarono i nemici, li immobilizzarono e ne infransero le armi. Quindi Marduk li rinchiuse nella rete e li precipit negli abissi della terra, affinch rimanessero laggi prigionieri in eterno. Leg poi in catene anche gli undici mostri, li calpest fino a distruggerne le forze e lorgoglio, e li ridusse allo stato di fiere domate al guinzaglio.
Quanto a Kingu, la condanna contro di lui fu questa: che avrebbe perduto limmortalit.
Sbarazzatosi in tal modo degli alleati di Tiamat, Marduk si volse nuovamente verso di essa. Levata in  aria la sua possente clava, con tutte le sue forze la abbass sul cranio della dea e il vento disperse il sangue dalle sue vene squarciate.
Quando Anshar ed Ea e tutti i loro compagni videro ci che Marduk aveva compiuto, felici e sollevati avanzarono premurosamente verso di lui, offrendogli doni e tributi. Ma Marduk non si indugi a riceverli, ch gi altri compiti lo chiamavano, poich la fine di Tiamat altro non era per lui che il principio del suo ordine nuovo.
Prese la carcassa della sua nemica abbattuta, la divise in due come unostrica, e sollevata in alto una met, ne form il firmamento celeste. Quindi misur con i passi, in lunghezza e larghezza, le acque che si stendevano sotto il firmamento, e con laltra met del corpo di Tiamat fece alle acque una copertura, e quella copertura costitu le fondamenta della terra.
Quindi pose Anu nel regno sopra il firmamento, ed Enlil nel regno tra il firmamento e la terra, ed Ea nelle acque che scorrevano sotto la terra. Cos Anu divenne il re del cielo, Enlil il re dellaria ed Ea il re degli abissi.
Poi Marduk assegn a tutti gli altri di i loro posti e cre lumi che splendessero nel cielo: il sole, la luna e le stelle. Regol il tempo e le stagioni dei loro moti, fiss il corso degli astri, e aperse a oriente una porta donde il sole potesse uscire allalba, e una porta a occidente, dove il sole potesse ritrarsi alla sera.
Ma, ecco, quando tutto fu ordinato, gli di si raccolsero intorno a Marduk e ruppero in aspri lamenti.
- Signore Marduk - gemettero, - tu ci hai assegnato le nostre incombenze, hai affidato un compito a ciascuno di noi. Ma non hai dato a nessuno lincarico di servirci e di sostentarci mentre noi eseguiremo il nostro compito. Chi dunque accudir alla nostra casa, chi penser a prepararci il cibo?
Quando Marduk ebbe inteso queste parole, cadde in profonda meditazione. Poi, dimprovviso il suo volto si illumin.
Ora so, disse tra s, ci che debbo fare. Prender sangue e ossa e ne former un piccolo fantoccio. II suo nome sar Uomo. Uomo servir gli di, accudir ai loro bisogni, mentre essi eseguiranno i loro compiti.
Ma quando inform Ea del suo piano, quel saggio e astuto dio seppe immediatamente trovarne uno migliore. - Perch - domand - nuovo sangue e nuove ossa? Prendile da uno dei ribelli.
Cos Marduk diede ordine che i ribelli incatenati fossero condotti dinanzi a lui e li interrog e comand loro di dichiarare il vero e di dire chi di essi fosse stato il maggiore colpevole, perch quello sarebbe stato messo a morte.
I ribelli che erano stati soltanto semplici soldati nellesercito di Tiamat, non vedevano per quale ragione uno di essi dovesse scontare le colpe della guerra.
- Il maggiore colpevole - risposero concordi, -  stato Kingu.  stato il nostro capo e il nostro comandante, egli ha ideato il piano di guerra e lo ha diretto!
E Kingu, dunque, venne tratto fuori dalla prigione e consegnato nelle mani di Ea che gli tagli la testa, gli aperse le vene, e con le sue ossa e il suo sangue form un fantoccio al quale venne dato il nome di Uomo, per servire gli di e accudire ad essi.
Allora gli di soddisfatti si affollarono intorno a Marduk.
- Signore Marduk - gridarono, - tu hai reso pi facile il nostro compito e hai alleggerito le nostre fatiche, e noi vorremmo mostrarti la nostra gratitudine costruendoti un santuario sulla terra, dove anche tu possa riposare lontano dalle tue fatiche. Ogni anno noi ci recheremo a questo santuario e ti renderemo omaggio e canteremo le tue lodi.
Per due anni interi dunque essi lavorarono e si affaticarono con mattoni e con calce e al terzo anno la citt di Babilonia fu innalzata e, sovrastante ad essa, era il palazzo di Esagila, il santuario di Marduk.
Quando la costruzione fu ultimata, tutti gli di si riunirono e vi celebrarono una festa, mentre Marduk, seduto in mezzo a loro, riceveva il loro omaggio, promulgava leggi e annunciava le sorti e il futuro del mondo intero. E, preso il Grande Arco con il quale aveva sconfitto i suoi nemici, lo appese alla volta del cielo, affinch tutti lo potessero vedere.
E cos  fino ad oggi.
Luomo  il servitore degli di, e ogni primo giorno dellanno, gli di si recano al santuario di Marduk a Babilonia, per rendergli omaggio, e l egli annuncia le sorti e il futuro del mondo. E lArco  sempre appeso alla volta del cielo, affinch tutti possano vederlo.
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LEGGENDE ITTITE.
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IL MOSTRO DI PIETRA. di Theodor H. Gaster.
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Quando il mondo era appena stato creato, regnava nei cieli una potente divinit, di nome Alalu. Per nove anni Alalu regn pacificamente, e il suo ministro Anu era pronto a eseguire ogni suo ordine. Ma il decimo anno Anu si ribell, cacci il suo padrone e simpossess del trono.
Per nove anni Anu regn pacificamente, e il suo ministro Kumarbi era pronto a eseguire ogni suo ordine. Ma il decimo anno Kumarbi si ribell e sfid il suo padrone a duello.
Il combattimento infuri aspro e selvaggio, infine, quando Anu stava per sfuggire alla stretta di Kumarbi questi lo morse selvaggiamente ai lombi, bevendo il sangue che sgorgava dalla ferita.
- Sciagurato! - lo maled allora Anu ritirandosi sconfitto. - Sappi che questo mio sangue crescer dentro di te, e prender la forma di due grandi e terribili esseri, furiosi come il Tigri in piena, selvaggi come il vento turbinoso, implacabili come il dio della battaglia. Come gli impetuosi vortici delle acque e i rabbiosi soffi del vento, essi finiranno col fracassarti contro le rocce!
Kumarbi comprese che Anu aveva detto la verit, e malgrado la sua vittoria, decise di nascondersi. Si vergognava di presentarsi ai suoi sudditi nella sua strana e pietosa condizione di maschio gravido di mostri. Abbandonate dunque le corti celesti, scese sulla terra e si stabil nella citt di Nippur. Poi cominci a contare i mesi, in attesa della nascita di quella mostruosa progenie.
Al settimo mese Anu, che sebbene avesse perduto il regno era rimasto in cielo, chiam improvvisamente i mostri e comand loro di uscire dal corpo di Kumarbi.
- Uscite dalla sua bocca - disse loro Anu.
- No - replicarono i mostri, - noi non possiamo far questo. Perch gli di ci hanno dato forza e vigore, cuore e intelletto, ma se dovessimo venire alla luce nel modo che tu ci ordini, potremmo facilmente rimanere feriti o storpiati.
- Allora uscite dalle sue orecchie - comand Anu.
- Neppure questa sarebbe una via sicura - replicarono i mostri, - e potrebbe riuscirci dannosa.
- Trovate dunque un luogo dal quale possiate finalmente venire alla luce! - grid infine il dio esasperato.
Ma, in tutto il corpo di Kumarbi, non esisteva un luogo siffatto.
Anu era molto turbato, poich sembrava che i mostri non sarebbero mai venuti alla luce, e di conseguenza, egli non sarebbe mai stato vendicato, n avrebbe potuto riconquistare il trono.
Una sola cosa mi rimane da fare pens Anu. Debbo andare da Ea, il dio della Saggezza, e chieder a lui consiglio e aiuto.
Cos Anu si rec da Ea, e gli espose la situazione.
- Maestro di ogni sapere - disse, - nel corpo di Kumarbi ci sono due mostri possenti, frutto del mio sangue, dai quali attendo la mia vendetta e la restituzione del mio trono. Ma, ahim, questi mostri sono imprigionati e non possono venire alla luce.
- Non temere - replic benignamente Ea. - Non vi  nulla che oltrepassi la mia capacit e io certamente li far venire alla luce.
Ci detto, Ea si rivolse affabilmente ai mostri, e una volta ancora li invit a uscire dalla bocca o dalle orecchie di Kumarbi. Ma i mostri ripeterono semplicemente ci che avevano detto ad Anu.
- Trovate dunque un luogo adatto dal quale possiate finalmente venire alla luce! - grid il dio.
Ma, di nuovo, i mostri si rifiutarono.
Quando Ea vide che era impossibile persuaderli, e che la causa di Anu sembrava ormai persa, prese una grande ascia e mentre Kumarbi era immerso in un profondo sonno, fece un taglio nel suo corpo gigantesco, cos come un uomo avrebbe tagliato una pietra.
Dal corpo di Kumarbi balz allora il potente dio Desiderio. Ma il secondo dei mostri vi rimase ancora imprigionato.
Un giorno, Kumarbi era uscito a passeggio, quando vide venirgli incontro il dio Ea in persona. Alla vista del dio, Kumarbi si inchin fino a terra. Poi cominci a supplicarlo:
- O signore Ea - esclam, - o tu, che possiedi ogni saggezza e ogni sapere, ti prego, vieni in mio aiuto! Perch, vedi, io porto dentro di me un peso che non posso sopportare.
Ma Ea non prest attenzione alle sue parole, e sorridendo malignamente, seguit per la sua strada.
Ogni giorno sempre pi opprimente diveniva il peso del mostro nel corpo di Kumarbi, e sempre pi grandi erano il suo tormento e la sua disperazione. Alla fine, giunto al limite della sopportazione, Kumarbi si rivolse a quella potente dea che era la Signora delle piante verdi, nelle cui mani sono riposti tutti i farmaci e tutte le piante medicinali.
- O dolce dea - grid Kumarbi gettandosi ai suoi piedi e afferrando lorlo della sua veste, - ti scongiuro, concedimi una grazia. Dammi unerba che mi liberi dalla mia disperazione e mi sollevi da questo peso, cos che io possa confondere colui che ha tentato di confondere me, colui che mi ha costretto ad avere le doglie come una donna!
Allora la dea raccolse unerba nel suo giardino e la diede a Kumarbi.
- Mangiala - disse, - e sarai liberato.
Ma appena Kumarbi ebbe assaggiato lerba, una smorfia torse la sua bocca e i denti incominciarono a dolergli. Allora Kumarbi comprese che la dea lo aveva ingannato e deriso, e urlando e contorcendosi dal dolore, si precipit da Ea, e di nuovo implor il suo aiuto.
Ma Ea si limit a sorridere.
- Puoi vedere da te - disse il dio, - che non c altro da fare. Tu devi partorire, proprio come una donna. Chiama dunque una esperta levatrice, e invita tutti i cavalieri e tutti i nobili, tutti i maghi e tutti gli stregoni a recarsi alla tua dimora ad assistere alla nascita.
Cos fu chiamata una esperta levatrice, e tutti i cavalieri e tutti i nobili, tutti i maghi e tutti gli stregoni si riunirono nella dimora di Kumarbi, per assistere alla nascita del mostruoso fanciullo. Venne suonata della musica, furono fatti degli incantesimi e celebrati dei riti magici; e infine, dai lombi del grande dio usc un fanciullo che era lo Spirito dei Venti
Nel frattempo, Anu attendeva impazientemente nel cielo. Non appena ebbe appresa la nascita del fanciullo, decise di convincerlo alla sua causa.
Una sera il fanciullo, ormai cresciuto, passeggiava al fresco, quando si imbatt in un vecchio seduto sul ciglio della strada, il quale borbottava e mormorava tra s, pronunciando un nome che pareva essere quello di Kumarbi.
Per alcuni istanti, il giovanetto rimase a osservare con curiosit il vecchio; quindi gli si avvicin, e dolcemente, toccando il braccio allo straniero, chiese: - Nonno, che coshai? Come ti chiami, e chi ti d dolore e tormento?
Il vecchio lev il capo e fiss intensamente il giovanetto.
- Figlio - disse lentamente, - io sono il dio Anu. Per nove lunghi anni, ho regnato in pace sul trono celeste e Kumarbi, mio ministro, stava dinanzi a me, pronto a eseguire ogni mio ordine. Ma al decimo anno, egli si ribell, mi cacci dal mio regno e mi evir. Ora sto qui derelitto, e nessuno vuole aiutarmi. Ti supplico, o giovane, di battaglia al tiranno, e vendicami!
A tali parole, il giovanetto fu mosso a piet e decise subito di combattere in favore dello sventurato dio. Salt dunque sul suo carro, e spronando il Toro celeste che lo tirava, si prepar ad affrontare il cimento.
Ma il Toro non volle muoversi.
- Perch - gridava, - vuoi rivolgere la tua forza contro gli di celesti? Essi sono tutti del partito di Kumarbi: il dio del Sole, il dio della Guerra, il dio della Sapienza, tutti i grandi di del cielo sono con lui. Come puoi tu sperare di vincerli?
 Me ne infischio di tutti loro  replic il giovane,  me ne infischio del dio della Sapienza, del dio del Sole e del dio della Guerra! Ho deciso di vendicare Anu, e lo vendicher!
E il giovane afferr le redini, spron il Toro e part per dare battaglia.
Aspra e selvaggia fu la battaglia. Ma alla fine Kumarbi fu vinto e cacciato, e di nuovo il potente Anu sedette in pace sul suo trono.
Per lungo tempo Kumarbi cur le sue ferite, meditando la vendetta. Infine, concep un astuto piano. Chiam Impaluri, fedele ministro del re del Mare, e lo mand in gran fretta dal suo padrone.
- Mio signore - disse il messaggero al dio del Mare, - vieni subito. Kumarbi ha bisogno di parlarti.
A tali parole, il signore del Mare si spavent. Forse pens, Kumarbi crede che io sia dalla parte dei suoi nemici, e ha intenzione di vendicarsi di me. - Torna da Kumarbi - disse quindi il signore del Mare al messaggero, - e fai di tutto per persuaderlo che non deve essere adirato contro di me e la mia famiglia. Noi siamo sempre i suoi leali e fedeli servitori. Abbiamo approntato un banchetto per lui, e i menestrelli lo attendono. Digli che venga, e che si unisca a noi.
Cos Kumarbi and alla casa del signore del Mare e prese parte al banchetto. Alla fine, mentre il vino scorreva generoso e tutti i presenti si trovavano nelle migliori disposizioni di spirito, Kumarbi, rinfrancato, espose la sua richiesta.
- Signore del Mare - disse, - io sono in grande imbarazzo e ho bisogno del tuo aiuto. Lo Spirito del Vento mi ha cacciato dal trono e vi ha rimesso Anu, il mio odiato rivale. Tutti gli di sono ora passati dalla sua parte e non mi obbediscono pi, e io non so trovare alcun modo per sconfiggerlo.
Il signore del Mare si lisci la barba e chin il capo sovrappensiero. Poi guard di nuovo Kumarbi.
- Kumarbi - disse, - so cosa devi fare. Vai alla montagna, stenditi su di essa, e chiedile di partorirti un figlio. Entro pochi mesi, la montagna partorir una creatura fatta di pietra. Non appena essa avr visto la luce, portala negli abissi sotto le profondit del mare, e ponila sulla spalla destra di Upelluri, il gigante che l abita e sorregge il peso della terra e del cielo. Giorno per giorno, la creatura di pietra crescer in altezza, fino a quando la sua testa urter contro il pavimento del cielo: allora, tutti gli di saranno sbalzati dai loro troni e fuggiranno terrorizzati. Cos, tu potrai nuovamente conquistare il trono.
Non appena il signore del Mare ebbe terminato il suo dire, Kumarbi mand a chiamare il suo messaggero Mukishanu, al quale ingiunse di scendere nei profondi abissi marini e di esigere lobbedienza delle acque per lattuazione del progetto del loro padrone, il signore del Mare.
La mattina dopo, appena spuntata lalba, Kumarbi si diresse alla montagna, si stese su di essa, e le chiese di partorirgli un figlio.
Dopo pochi mesi, la montagna cominci a sussultare e a gemere, e quando le levatrici divine videro quanto stava per accadere, accorsero alla montagna per assistere alla nascita, e con esse vennero anche le fatali sorelle, per predire il destino della nuova creatura.
 Duro e laborioso fu il parto della montagna: e infine ne usc un enorme masso di pietra, che aveva le sembianze di un fanciullo. Subito le dee si avvicinarono a raccoglierlo, e portandolo teneramente a Kumarbi, lo deposero sulle sue ginocchia.
 Kumarbi era fuori di s dalla contentezza. Prese il bimbo tra le braccia e, dondolandolo, incominci a cantare:
 
 Alto, bambino mio, tu devi diventare
 Finch il cielo lass potrai toccare.
 Scuoti allora le nubi, e gi fnne cadere
 Il dio della Tempesta con tutte le sue schiere.
 
 Ma, mentre stava cos cantando, il fanciullo tese la mano verso un vaso, poggiato su un tavolo vicino, e con gesto improvviso lo scagli a terra, mandandolo in mille frantumi. Kumarbi rimase imperturbabile: Questo pens,  un presagio. E senza arrestarsi, cos continu:
 
 Poi verso Kummi il tuo passo rivolgi,
 Colpisci, distruggi e sconvolgi:
 Gli idoli infranti giaccian rovesciati
 A terra, come vasi frantumati.
 
 Terminato il canto, prese il bambino sulle ginocchia, e lo fiss negli inespressivi occhi di pietra.
- Bimbo - disse, - devo darti un nome. Ti chiamer Ullikummi. E quando, nei tempi a venire, gli uomini udranno questo nome, essi si ricorderanno della citt di Kummi, la dimora terrena del dio della Tempesta, e di come tu labbia rasa al suolo.
Poi Kumarbi fece chiamare Impaluri, e gli ordin di condurgli le fate che sogliono accompagnare i neonati nel mondo.
- Fate - disse Kumarbi quando giunsero, - prendete questo bambino, portatelo gi negli abissi sotto le profondit del mare, e ponetelo sulla spalla destra di Upelluri. Fatelo crescere per pertiche e miglia e fate s che si erga in altezza come una gigantesca colonna, fino a raggiungere il cielo.
Ma quando le fate guardarono il fanciullo e videro che era fatto di pietra, furono invase dal terrore e decisero di mostrarlo prima ad Enlil, il potente dio di Nippur, e di chiedere la sua opinione.
Enlil, vedendo il fanciullo, arretr spaventato.
- Questo non  un fanciullo normale - disse. - Nessuna dea ha benedetto la sua nascita e nessuna fata ha cantato sulla sua culla! Questo non  un fanciullo,  un mostro un mostro ideato da Kumarbi per contrapporlo allo Spirito dei Venti!
Nonostante queste parole, le fate si sentirono legate dallordine di Kumarbi e scesero gi negli abissi sotto le profondit del mare, dove posero il fanciullo sulla spalla destra di Upelluri, il gigante che sorregge la terra e il cielo.
La creatura crebbe e crebbe, avanzando come una saetta diretta al proprio bersaglio. In quindici giorni, le acque giungevano ormai soltanto alla sua cintola, poi soltanto alle sue ginocchia
Un giorno, secondo la sua abitudine, il dio del Sole si era arrampicato fino alla pi erta vetta del monte Hazzil, la pi alta montagna della Siria; ivi si ferm a riposare e a guardare gi nelloceano.
Improvvisamente, i suoi occhi furono attirati da una mostruosa visione: l, ergendosi dalle acque, spuntava una gigantesca colonna, che cresceva in altezza di secondo in secondo, fin quasi a toccare la volta del cielo.
Il dio del Sole si precipit allora dallo Spirito dei Venti, per narrargli quanto aveva veduto. Arriv stanco e affaticato dal lungo viaggio, e lo Spirito dei Venti ordin al suo ministro Tasmisu di ristorarlo con cibi e bevande. Ma il dio del Sole, troppo agitato per assaggiarli, raccont subito la storia della strana apparizione, in parole rotte e affannose.
Lo Spirito dei Venti chiam durgenza il suo ministro, e insieme si prepararono ad andare l dove il dio del Sole li avrebbe guidati. Non appena la loro sorella Ishtar vide quanto stava accadendo, lasci anchessa la sua dimora e li raggiunse.
Lunga e aspra era la strada, e quando infine raggiunsero la pi erta vetta della montagna e guardarono in basso sulloceano, ecco laggi la gigantesca colonna che, ergendosi dalle acque, cresceva in altezza di secondo in secondo, fin quasi a toccare la volta del cielo!
Alla vista del mostro, lo Spirito dei Venti fu invaso dal terrore. - Ahim, ahim, siamo rovinati - gridava mentre le lacrime gli solcavano il volto. - Chi mai potr opporsi a una simile creatura?
Ma Ishtar rimase impassibile. - Non temere - disse quietamente. - Questa creatura infatti ha pi muscoli che cervello, e perci non pu essere invincibile. Non siamo forse andati a scuola da Ea, e non abbiamo appreso da lui questi antichi versi?

Se pur la roccia potesse generare,
Sole pietre alla luce essa saprebbe dare:
Quale altra cosa, dimmi, hai conosciuta
Ottusa pi che la creta, pi che la pietra muta?

Non occorre un eroe per vincere questo mostro. Sebbene tu sia un uomo e io soltanto una donna, pure sapr sconfiggerlo.
Ci detto, Ishtar si tolse le vesti, prese un cembalo e un tamburello e scese alla riva delloceano, soavemente suonando e cantando.
Al suono della sua musica e del suo canto, il mare cominci ad agitarsi e i flutti si sollevarono. Improvvisamente, dal fondo del mare sorse una immensa onda, che avanzava e si frangeva con tremendo fragore.
A Ishtar parve allora di udire, tra lo spumeggiare delle acque, le parole di uno scherzoso ritornello, ripetute di continuo:

Muta  la pietra e sorda parimenti,
Della musica udir non pu i concenti;
E poich non ha occhi per vedere,
Non pu della bellezza tua godere!

Allora Ishtar comprese che tutti i suoi sforzi erano vani e che n la dolcezza della musica, n il richiamo della sua bellezza avrebbero potuto avvincere il mostro. Delusa e abbattuta, raggiunse i compagni sulla vetta del monte, e tristi e disperati, fecero tutti ritorno alla corte celeste.
Appena arrivato, lo Spirito dei Venti convoc tutti e settanta gli di e ordin loro di approntarsi al combattimento.
- Mai, n in cielo n in terra, si sar assistito a una simile lotta - disse. - Liberate dunque i fulmini dalle loro prigioni e sciogliete le tempeste dalle loro catene. Andate alla sacra montagna, dove pascolano le greggi divine, e portate qui subito i due tori, Aurora e Crepuscolo. Aggiogateli al mio carro, cos che io possa impetuosamente galoppare contro questo ribaldo!
Non appena gli di, eseguiti tali ordini, ebbero allestito ogni cosa, lo Spirito dei Venti sal sul suo carro e part per la lotta.
Nel frattempo, la sua consorte Hebat sedeva, circondata dalle ancelle, nel palazzo dei cieli, in attesa dellesito del combattimento.
Improvvisamente, la terra trem sotto i suoi piedi e forti colpi risuonarono, come se qualcuno battesse con una mazza sotto il pavimento. Allora Hebat comprese che il mostro non era stato fermato, ma che era divenuto gi cos alto da minacciare le fondamenta della sua dimora.
La dea fugg terrorizzata sulla torre pi alta, e l comand al suo ministro Takiti di correre al campo di battaglia e di recarle subito notizie del suo sposo, lo Spirito dei Venti. Ma, mentre Takiti stava per muoversi, ecco, la gigantesca figura del mostro apparire eretta sul suo cammino, sbarrandogli la strada e nascondendo alla sua vista ogni altra cosa.
Lunga e aspra fu la battaglia, ma infine tutti i fulmini, le tempeste e le armi celesti erano state usate, e il mostro ancora resisteva.
Allora lo Spirito dei Venti si rec dal suo compagno Tasmisu, lo preg di salire su di unalta torre e di gridare di l, attraverso la volta celeste, che tutto era ormai perduto e che nulla era possibile, se non la resa.
Cos Tasmisu sal su di unalta torre, e di l grid con voce stentorea: - Siamo rovinati, siamo rovinati! - E quando il suono del suo grido giunse alle orecchie di Hebat, ella impallid e svenne, e certamente sarebbe caduta dagli spalti, se il suo ministro non lavesse prontamente afferrata, trattenendola nelle sue braccia.
La notte fonda precedette lalba. Quando la sconfitta pareva ormai inevitabile, Tasmisu si rivolse dimprovviso allo Spirito dei Venti, che gli era a fianco, e cos gli parl:
- Fratello - disse Tasmisu dolcemente, - prima di ritirarci, rechiamoci alla citt di Abzuwa, e sentiamo il parere di Ea, signore della Sapienza e dellAstuzia. Forse sapr trovare, nei suoi antichi libri, un modo di salvarci!
Cos, lo Spirito dei Venti si ritir dal combattimento, e accompagnato da Tasmisu si rec in gran fretta alla citt di Abzuwa, per udire il parere del dio della Sapienza.
Ea, sempre gentile e benevolo, non appena ebbe inteso la supplice preghiera dello Spirito dei Venti, si rec a Nippur, alla dimora di Enlil, e impetr il suo aiuto.
- Enlil - disse Ea, inchinandosi profondamente, - ascoltami: Kumarbi ha creato un mostro per minacciale lo Spirito dei Venti e per riconquistare con la forza il dominio del cielo. Questo mostro, egli lo ha confitto nel fondo degli abissi del mare, e di minuto in minuto esso cresce in altezza, ed  ora arrivato a scuotere con il suo capo le fondamenta del cielo. Sarebbe meglio che tu venissi in nostro aiuto, perch chiss che Kumarbi non voglia poi fare a te ci che ora sta facendo a noi, e che non voglia spodestarti della tua dimora a Nippur!
A queste parole, Enlil si sovvenne della strana creatura che le fate avevano posto tempo addietro sulle sue ginocchia, e subito comprese che questi doveva essere proprio il mostro del quale il supplice Ea stava ora parlando. Pertanto, era restio a cimentarsi con esso.
- No - egli disse, - nessuno pu opporsi a un simile mostro.
Cos Ea si rec egli stesso nelle profondit del mare, alla dimora di Upelluri, il gigante che regge il cielo.
- Upelluri! - grid Ea, - non sai tu, e nessuno ti ha dunque detto, che Kumarbi ha ordito una rivolta contro il re degli di, e che ha portato nel mare un mostro di pietra, che cresce in altezza di minuto in minuto ed  ora arrivato a cacciare dal suo palazzo la regina Hebat? Sei dunque cos isolato, cos lontano da tutti, da non saper nulla di ci che avviene nel resto del mondo?
Ma il gigante scosse semplicemente la testa: - Non serve a nulla parlare con me - rispose - perch davvero io non so mai niente di niente; infatti, neanche quando la terra e il cielo insieme gravarono su di me, io mi accorsi di nulla!
E quando essi presero il coltello magico e si separarono luna dallaltro, neanche allora io ebbi la minima idea di quanto stava accadendo! In questo momento, so soltanto di avere male alla spalla destra. E, in verit, questo mostro di cui mi stai parlando, non lho mai neppure sentito nominare!
Stupido vecchio! pens Ea e, afferrandolo bruscamente, gli torse la spalla destra e gli fece vedere il mostro che vi era appoggiato come una colonna. Nello stesso tempo, ci che Upelluri aveva detto a proposito del coltello magico, gli fece balenare unidea.
- Il coltello magico! - esclam. E con la rapidit consentitagli dalle sue gambe, corse alla corte celeste. Chiam a raccolta gli di pi anziani, gli stessi di che erano stati presenti il giorno in cui il cielo era stato disgiunto dalla terra.
- Venerabili signori - disse, - ho trovato una via di scampo. Andate dinanzi agli scrigni celesti, e ripetete le magiche rime che hanno il potere di spalancare ogni porta. Perch queste magiche rime soltanto voi le conoscete.
Cos gli di andarono, e di fronte agli scrigni celesti, recitarono le antiche magiche rime; ed ecco le grandi porte si spalancarono.
In men che non si dica, Ea entr nella sala segreta e simpadron del coltello magico, che allinizio del mondo aveva separato il cielo dalla terra. Poi, col coltello in mano, torn da Upelluri e tagli i piedi del mostro, cos che questi cadde dalla spalla del gigante e precipit nelle profondit del mare.
Lo Spirito dei Venti e tutti gli di si riunirono allora intorno al mostro caduto, e lo fecero a pezzi come un vaso di creta.
In tal modo la rivolta di Kumarbi fu stroncata, lo Spirito dei Venti regn sovrano nel cielo, e tutti, nel cielo e sulla terra, impararono che non sempre la vittoria arride al pi forte.
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LEGGENDE DELLEGITTO FARAONICO.
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STORIA DI SETNE E DEL LIBRO MAGICO DI NANEFERKAPTAH. ricostruzione di G. Maspero.
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Cera una volta un re che aveva un figlio di nome Setne Khaemuaset, che aveva un fratello di latte di nome Inaro. Setne Khaemuaset era molto sapiente in ogni scienza e passava il suo tempo nella necropoli di Menfi a leggervi i libri sacri, i libri della doppia Casa della Vita e le iscrizioni delle steli e dei muri dei templi. Ed era un grande e famoso mago che non aveva eguali nel paese dEgitto.
 Un giorno mentre stava leggendo le iscrizioni del tempio di Ptah, un uomo che si trovava l si mise a ridere.
 Setne gli chiese: - Perch ridi di me?
Quello gli rispose: - Non rido di te, ma del fatto che leggi qui delle scritte che non hanno alcun potere. Se davvero desideri leggere uno scritto dotato di potere, vieni con me e ti condurr in un luogo dove c il libro che Thot ha scritto di suo pugno e che ti porr al di sopra degli di. Se tu reciterai la prima delle formule che vi sono scritte, incanterai il cielo, la terra, la notte, le montagne, le acque. Potrai capire quello che dicono gli uccelli del cielo e i rettili della terra quanti essi sono, e vedrai salire alla superficie dellacqua i pesci. Se leggerai la seconda formula, anche se sarai gi nella tomba riprenderai laspetto che avevi sulla terra.
 Setne disse: - Che io possa vivere! Dimmi che cosa desideri e te lo far dare, ma accompagnami nel luogo dove c il libro!
- Il libro non  in mano mia - disse luomo a Setne, - si trova nella tomba di Naneferkaptah, figlio del Faraone Mernebptah. Non cercare di sottrargli il libro perch ti costringerebbe a riportarlo con una forca e un bastone in mano e con un braciere acceso sulla testa.
 Setne and al cospetto del Faraone e gli ripet tutte le parole che gli erano state dette.
 Il re gli chiese: - Che cosa desideri?
 Setne rispose: - Permettimi di scendere nella tomba di Naneferkaptah, figlio del re Mernebptah. Mi far accompagnare da mio fratello Inaro e mi impadronir di quel libro.
 Cos Setne si rec con Inaro nella necropoli.
 Passarono tre giorni e tre notti a cercare tra le tombe della necropoli di Menfi, e finalmente il terzo giorno scoprirono il luogo della tomba di Naneferkaptah.
 Quando lo ebbero scoperto, Setne recit un incantesimo, e subito si apr un foro nella terra che diede accesso alla tomba che custodiva il libro.
 Luomo che Setne aveva incontrato nella necropoli era Naneferkaptah stesso. Questi aveva con lui nella tomba solo le anime di sua moglie e di suo figlio, e desiderava averne anche i corpi. Voleva perci servirsi di Setne perch le mummie fossero trasportate da Copto, doverano sepolte, nella necropoli di Menfi.
 Nella fretta di scendere nella tomba, Setne non aveva compiuto tutti i riti necessari e perci non fu in grado di aprire la porta. Allora Naneferkaptah torn ad apparirgli, e gli indic i sacrifici espiatori necessari.
 Dei corvi e degli avvoltoi lo trasportarono nel luogo voluto, e dove essi lo posarono Setne trov una pietra che subito alz, e che nascondeva lentrata della tomba che splendeva della luce che usciva dal libro e l stava Naneferkaptah con sua moglie Ihuret e suo figlio, perch le loro anime erano con lui grazie al potere del libro di Thot.
 Ihuret si rivolse a Setne e gli chiese: - Chi sei?
- Io sono Setne Khaemuaset, figlio del Faraone Usermaatra, Ramses II; sono venuto per prendere il libro di Thot che si trova in questa tomba. Dammelo o lo prender con la forza.
 Ihuret disse: - Prima di prenderlo, ascolta le sventure che mi hanno colpita a causa di questo libro. Esso ci  stato tolto il tempo che ci era destinato sulla terra. Io mi chiamo Ihuret, figlia del re Memebptah, e questi che  vicino a me  mio fratello Naneferkaptah. Noi siamo fratelli, figli di uno stesso padre e di una stessa madre, e i nostri genitori non avevano altri figli.
 Quando giunse let del matrimonio ci condussero davanti al Faraone, nel momento in cui il re si divertiva. Ero tutta adorna e fui trovata bella.
 Il re disse: - Ecco che Ihuret nostra figlia  ormai matura, ed  venuto il tempo di darla in sposa. Con chi sposeremo nostra figlia Ihuret?
 Io amavo profondamente mio fratello Naneferkaptah e non desideravo altro sposo. Lo dissi a mia madre, che and dal re Memebptah e gli disse: - Nostra figlia Ihuret ama Naneferkaptah, suo fratello maggiore; sposiamoli come  lusanza.
 Quando il Faraone ud le parole che mia madre aveva detto, osserv: - Hai solo due figli e vuoi sposarli luna con laltro? Non  meglio sposare Ihuret con il figlio di un generale e Naneferkaptah con la figlia di un altro generale?
 Essa rispose: - Anche se non abbiamo altri figli oltre a questi due, non  forse luso di far sposare luno con laltra?
 - Io far sposare Naneferkaptah con la figlia di un generale e far sposare Ihuret con il figlio di un altro generale - disse il re, in modo che la nostra famiglia prosperi!
 Venne lora di far la festa alla presenza del Faraone, ma il mio cuore era pieno di tristezza e non potevo comportarmi nella mia solita maniera.
 Il Faraone mi disse: - Sei tu che mi hai mandato a dire queste parole sciocche: Fammi sposare con mio fratello maggiore Naneferkaptah?
 Io gli risposi: - Ebbene, sposami con il figlio di un generale e Naneferkaptah si sposi con la figlia di un altro generale, perch la nostra famiglia prosperi! Se cos desideri.
 Cos dissi ridendo, ed anche il Faraone rise, e compresa la mia vera intenzione ordin al maggiordomo reale: - Che Ihuret sia condotta questa notte stessa nella casa di Naneferkaptah, e che si portino da lei regali di ogni sorta!
 Cos fui data come sposa a Naneferkaptah quella notte stessa. Il Faraone mi fece portare doni doro e dargento e tutti i membri della casa me ne portarono altri.
 Naneferkaptah pass un giorno felice con me, ricevette tutte le persone della casa del Faraone, dorm con me in quella notte ed ebbe rapporti con me pi e pi volte, perch ciascuno di noi due amava il suo compagno.
 Quando venne il giorno in cui avrei dovuto avere le mestruazioni, esse non comparvero. Ci fu riferito al Faraone e il suo cuore se ne alliet profondamente. Egli fece portare molte cose dalla sua casa e mi fece recare doni dargento e doro e stoffe di lino sottile assai belle.
 Quando venne il giorno del parto, io partorii questo giovane che hai davanti a te. Gli fu dato il nome di Merib, e fu fatto iscrivere nel registro della Casa della Vita. Intanto mio fratello Naneferkaptah non faceva assolutamente altro che interessarsi della necropoli di Menfi leggendo le iscrizioni dei Faraoni nei templi, delle steli degli scribi della Casa della Vita e le scritte che vi erano tracciate.
 Vi fu una processione del dio Ptah.
 Naneferkaptah and al tempio per pregare, e anche seguendo la processione leggeva le scritte sulle cappelle degli di.
 Egli vide un sacerdote che rideva. Naneferkaptah gli disse: Perch ridi di me?
 Quello rispose: - Non rido di te, ma del fatto che leggi delle scritte che non hanno alcun potere. Se davvero desideri leggere uno scritto dotato di potere, vieni con me e ti condurr in un luogo dove c un libro che Thot ha scritto di suo pugno e che ti porr al disopra degli di. Se tu reciterai la prima delle formule che vi sono scritte, incanterai il cielo, la terra, la notte, le montagne, le acque. Potrai capire quello che dicono gli uccelli del cielo e i rettili della terra, quanti essi sono, e vedrai salire alla superficie dellacqua i pesci. Se leggerai la seconda formula, anche se sarai nella tomba riprenderai laspetto che avevi sulla terra.
 Naneferkaptah gli disse: - Veramente, dimmi qualsiasi cosa tu desideri e io te la far ottenere, ma fammi raggiungere il luogo dove c quel libro.
 Il sacerdote disse a Naneferkaptah: - Se vuoi giungere nel luogo dove  il libro mi dovrai dare cento deben dargento per il favore che ti faccio e mi dovrai fare assegnare il doppio della razione dovuta a un sacerdote.
 Naneferkaptah chiam un suo aiutante e fece dare al sacerdote le cento monete e gli fece assegnare le due razioni.
 Allora il sacerdote disse a Naneferkaptah: - Il libro di cui ti parlo  in mezzo alle acque di Copto, dentro uno scrigno di ferro; lo scrigno di ferro  dentro uno scrigno di rame, e lo scrigno di rame  dentro uno scrigno di legno, e lo scrigno di legno  dentro uno scrigno di avorio e di ebano, e lo scrigno di avorio e di ebano  dentro uno scrigno dargento, e lo scrigno dargento  dentro uno scrigno doro dentro il quale c' il libro. Ma tutto intorno gli scrigni che contengono il libro, per dodicimila cubiti, ci sono serpenti, scorpioni e rettili dogni specie, e un serpente di Eternit sta arrotolato intorno agli scrigni.
Appena il sacerdote ebbe parlato a Naneferkaptah, questi non seppe pi in che parte del mondo si trovasse. Usc dal tempio e mi narr tutto quanto gli era accaduto dicendo: - Andr a Copto e riporter quel libro senza indugio.
Pregai Naneferkaptah perch non andasse a Copto, ma lui non mi ascolt. And alla presenza del Faraone e gli rifer tutto ci che gli aveva detto il sacerdote.
Il Faraone gli chiese: - Perch lo desideri tanto?
Ma lui rispose soltanto: - Mi sia data la nave del Faraone con il suo equipaggio, porter con me Ihuret e suo figlio Merib, prender il libro e non tarder a ritornare.
Cos gli venne data la nave del Faraone col suo equipaggio, e noi vi salimmo e partimmo. Quando arrivammo in vista di Copto furono avvertiti i sacerdoti di Iside e il capo dei sacerdoti. Essi senza indugiare si recarono incontro a Naneferkaptah, mentre le loro donne vennero da me. Sbarcammo e andammo al tempio di Iside e di Arpocrate.
Naneferkaptah fece portare buoi, uccelli, vino e fece un sacrificio e una libagione a Iside di Copto e ad Arpocrate. Ci portarono in una casa molto bella, e sedemmo a festeggiare. Naneferkaptah si ferm quattro giorni che pass in allegria con i sacerdoti di Iside, mentre le mogli dei sacerdoti si trattenevano lietamente con me.
Quando sorse il mattino del quinto giorno, Naneferkaptah si fece portare molta cera pura, e con essa fabbric una barca compresi i suoi rematori e i suoi marinai. Poi fece sopra di loro un incantesimo e li fece vivere e diede loro il respiro. Poi riemp di sabbia la nave e vi sal a bordo, mentre io sedevo sulla riva del fiume chiedendomi: - So che cosa gli succeder!
 Egli ordin: - Rematori, remate secondo il mio ordine fino al luogo dove c il libro.
 Essi remarono secondo il suo ordine, di notte come di giorno, e in tre giorni arriv. Egli gett della sabbia davanti a s e nellacqua si form un vuoto. L egli vide dodicimila cubiti di serpenti, di scorpioni, di rettili di ogni specie, e trov un serpente di Eternit avvolto intorno allo scrigno.
 Pronunci un incantesimo sui serpenti, gli scorpioni e i rettili che erano intorno allo scrigno e cos imped loro di uscire fuori. Giunse dovera il serpente di Eternit, combatt con lui e lo uccise; ma quello tornava a vivere come prima, ed egli ancora combatt con lui per la seconda volta e lo uccise. Ma il serpente viveva ancora, e per la terza volta combatt con lui e lo tagli in due pezzi, poi vers della sabbia tra un pezzo e laltro, e quello infine mor e non rivisse pi come prima.
 Naneferkaptah trov uno scrigno di ferro, lapr e trov uno scrigno di rame, lapr e trov uno scrigno di legno, lapr e trov uno scrigno di avorio e di ebano, lapr e trov uno scrigno dargento, lapr e trov uno scrigno doro, lapr e vi trov dentro il libro. Port fuori il libro nello scrigno doro, pronunci un incantesimo e incant il cielo, la terra, lOltretomba, i monti, i mari, e seppe tutto ci che dicevano gli uccelli del cielo e i pesci del mare e le bestie delle montagne. Pronunci laltro incantesimo e vide Ra nel cielo e la luna che splendeva e le stelle come esse sono.
 Vide i pesci del mare e i geni sullacqua al di sopra di esso. Pronunci un incantesimo sullacqua, e cos fece che tornasse come era prima.
 Risal a bordo della barca e disse ai rematori: - Remate secondo il mio ordine fino a dove si trova Ihuret.
 Essi remarono secondo il suo ordine, di notte come di giorno, finch la nave giunse dove io mi trovavo. Ed egli mi trov seduta sulla riva del fiume senza che avessi bevuto n mangiato e senza che avessi pronunciato alcuna parola, come una persona che ormai  giunta al sepolcro.
 E io dissi a Naneferkaptah: - Fratello mio, fammi vedere il libro per il quale noi abbiamo sopportato queste angosce.
 Egli mi mise in mano il libro e io vi lessi un incantesimo e incantai il cielo, la terra, lOltretomba, i monti e i mari, e seppi tutto quello che dicevano gli uccelli del cielo e i pesci del mare e le bestie delle montagne. Pronunciai laltra formula e vidi Ra che appariva nel cielo con i Nove Di, vidi la luna che splendeva e tutte le stelle del cielo come esse sono. Vidi i pesci del mare e un genio che stava sopra di loro.
 Quando ebbi finito di leggere chiesi a Naneferkaptah che era un abile scriba e un uomo molto sapiente di prepararsi. Egli si fece portare un foglio di papiro nuovo e vi scrisse tutte le parole che erano nel libro davanti a lui, lo bagn di mirra e sciolse lo scritto nellacqua; e quando vide che era sciolto lo bevve e seppe tutto ci che vi era stato scritto.
 Quel giorno stesso tornammo a Copto e passammo una giornata lieta davanti al Tempio di Iside di Copto e di Arpocrate. Poi risalimmo a bordo e navigammo verso nord.
 Ma il dio Thot seppe ci che Naneferkaptah aveva fatto a proposito del libro, e senza indugio lo rifer a Ra dicendogli: - Sappi che il libro, mia opera,  in mano di Naneferkaptah, il figlio del Faraone Mernebptah; egli  entrato in casa mia e lha rubato, ha preso lo scrigno con il mio rotolo, ha ucciso la guardia che lo custodiva.
 Gli fu risposto: - Disponi come credi di lui e di tutti gli uomini che erano con lui!.
 Uno spirito divino venne fatto scendere dal cielo con questo ordine: Non permettere che Naneferkaptah giunga a Menfi sano e salvo con le persone che erano con lui. E cos fu.
 Mentre il piccolo Merib usciva da sotto la tenda della nave del Faraone, cadde nel fiume invocando il dio Ra. Tutta la gente che era a bordo lanci grida.
 Naneferkaptah usc da sotto la tenda e pronunci un incantesimo e lo fece uscire dallacqua, perch una potenza divina si pos sullacqua sopra di lui. Pronunci ancora un incantesimo su Merib e fece s che gli narrasse come era andata la cosa e come Thot avesse riferito tutto a Ra.
 Tornammo a Copto con il corpo di Merib e lo facemmo portare alla Buona Dimora, perch se ne prendessero cura e lo facemmo seppellire come si conf a un nobile principe, perch riposasse nel suo sarcofago nella necropoli di Copto.
 Poi mio fratello Naneferkaptah disse: - Partiamo senza indugio con la nostra nave. Il Faraone non sa ci che ci  accaduto e perci il suo cuore  triste.
 Quindi partimmo senza indugio verso nord. Quando giungemmo nel punto in cui il piccolo Merib era annegato nel fiume, io stessa uscii da sotto la tenda della nave del Faraone e caddi nella corrente invocando Ra. Tutta la gente che era a bordo lanci grida per avvertire Naneferkaptah. Egli usc da sotto la tenda della nave e pronunci su di me un incantesimo che mi fece uscire dallacqua e una potenza divina stava sopra di me. Pronunci su di me un incantesimo che fece s che io gli raccontassi tutto ci che mi era successo e come Thot avesse riferito tutto a Ra.
 Naneferkaptah torn con me a Copto, mi fece portare alla Buona Dimora perch si prendessero cura di me e mi fece seppellire come si conf a una nobile principessa, e mi fece deporre nella tomba in cui riposava il piccolo Merib.
 Poi risal poi a bordo e navig senza indugio fino al punto dove noi eravamo caduti nel fiume. Egli parl col suo cuore dicendo: - Non sarebbe meglio per me tornare a Copto e stabilirmi l con loro? Perch se invece torner subito a Menfi e il Faraone mi chieder dei suoi figli che cosa gli dir? Potr io dirgli: Ho portato i tuoi figli nella provincia di Tebe, li ho uccisi mentre io tomo a Menfi ancora vivo?
 Si fece portare una striscia di lino finissimo, ne fece come una benda, vi avvolse il libro e se lo mise sul petto legandolo solidamente. Quindi usc da sotto la tenda della nave del Faraone e si butt in acqua invocando Ra.
 Tutta la gente che era a bordo lanci grida e disse: - Oh tremenda sventura!  dunque scomparso lottimo scriba, il sapiente che non aveva eguali!
 La nave del Faraone continu nel suo viaggio, ma nessuno sapeva dove fosse Naneferkaptah. Giunsero a Menf e informarono di tutto il Faraone. Questi scese dove si trovava la nave vestito a lutto, ed anche tutta la popolazione di Menfi prese il lutto come anche i sacerdoti di Ptah e il capo dei sacerdoti di Ptah e tutti i cortigiani della casa del Faraone.
 E videro il corpo di Naneferkaptah che si era impigliato nel timone della nave. Lo tirarono fuori e videro il libro saldamente legato sulla sua persona.
 Il Faraone ordin: - Levategli il libro.
 I cortigiani, i sacerdoti di Ptah e il capo dei sacerdoti dissero davanti al Faraone: - Nostro grande signore, che possa tu vivere quanto Ra! Naneferkaptah era un ottimo scriba e un grandissimo sapiente.
 Il Faraone fece portare per lui offerte di pane sulla tomba, lo fecero riposare nel suo sarcofago nella Buona Dimora.
 Ecco, queste sono le cose terribili che ci accaddero per colpa di questo libro che tu vuoi che ti sia dato. No, non avrai una cosa per colpa della quale ci  stata tolta la vita che ci era destinata.
 
 Ma Setne disse: - Mi sia consegnato il libro che vedo tra te e Naneferkaptah, altrimenti lo prender con la forza.
 Naneferkaptah si sollev sul suo letto e disse:
 - Sei tu quel Setne a cui questa donna ha raccontato questi fatti dolorosi? Sarai capace di impadronirti di questo libro col potere di ottimo scriba, oppure per la capacit di vincermi al gioco? Giochiamolo a dama.
 Setne accett.
 Misero davanti a loro il gioco con le sue pedine e cominciarono a giocare. Naneferkaptah vinse una partita contro Setne, quindi recit un incantesimo su di lui, mise su di lui la scacchiera che aveva davanti e lo fece sprofondare nella terra fino alle gambe. Poi vinse anche la seconda partita, e fece sprofondare Setne fino alle orecchie.
 Allora Setne sent un grande dolore per opera di Naneferkaptah. E invoc Inaro, suo fratello di latte, dicendo: - Affrettati a risalire sulla terra e racconta al Faraone tutto ci che mi  accaduto e portami i talismani di Ptah mio padre e i miei libri di magia.
 Inaro si affrett a risalire sulla terra e rifer al Faraone tutto ci che era accaduto a Setne.
 Il Faraone disse: - Portagli i talismani di suo padre Ptah, e i libri di magia!
 Inaro si affrett a scendere nella tomba e mise i talismani sul corpo di Setne e allistante Setne balz fuori dalla terra. Stese la mano verso il libro e lo afferr, risal dalla tomba mentre la luce avanzava davanti a lui e loscurit avanzava dietro di lui.
 Ihuret piangeva, dicendo: - Addio oscurit, addio luce, tutte le cose che erano nella tomba se ne sono andate.
 Ma Naneferkaptah disse a Ihuret: - Non essere triste, far in modo che egli debba riportare qui il libro, con in mano una forca e sulla testa un braciere acceso.
 Setne usc dalla tomba e la richiuse dietro di s come era prima. And davanti al Faraone e gli rifer tutto ci che gli era accaduto a causa del libro.
Ma il Faraone disse a Setne: - Riporta questo libro nella tomba di Naneferkaptah da persona saggia, oppure egli far in modo che tu glielo riporti con una forca in mano e un braciere acceso sulla testa!
 Ma Setne non volle ascoltarlo. Pass del tempo e un giorno mentre passava nel viale del tempio di Ptah incontr una donna bellissima, tanto che non ve nera eguale in bellezza; portava molti monili doro e con lei vi erano cinquantadue servitori.
 Appena Setne la vide non seppe pi in che mondo si trovasse. Chiam il suo giovane servo e gli disse: - Va subito dove si trova quella donna e scopri qual  la sua condizione.
 Il giovane si affrett ad andare dovera la donna, chiam una serva che la seguiva e le chiese: - Chi  quella donna?
 Essa rispose: -  Tabubu, figlia del profeta della dea Bastet, signora del quartiere di Anekh-Tauy, ed  venuta a pregare davanti a Ptah, il grande dio.
 Il servitore torn da Setne e gli rifer esattamente le parole che la ragazza gli aveva detto.
 Setne disse allora al suo servitore: - Va e d alla ragazza che Setne Khaemuaset, figlio del Faraone Usermaatra, manda a dire alla tua padrona che le far avere dieci monete doro se accetter di passare unora con me, oppure domandale se preferisce subire la mia violenza. In questo caso la far portare in un luogo nascosto e nessuno la trover pi.
 Il giovane servo ritorn dove era Tabubu e chiam la sua serva, ma questa si mise a gridare come se fosse stata insultata. Allora Tabubu disse al servitore: - Non stare a parlare con questa stupida ragazza; vieni qui e parla con me.
 Il servo si avvicin e le disse: - Avrai dieci monete doro se accetti di passare unora con il mio padrone Setne Khaemuaset, figlio del Faraone Usermaatra. Non vorrai che egli ti usi violenza, perch se rifiuti te la far e ti porter in un luogo nascosto dove nessuno pi ti trover.
 Tabubu rispose: - Va e riferisci a Setne che io sono una sacerdotessa, non sono una persona del volgo. Se vuole fare con me quello che desidera, venga a Bubasti nella mia casa, dove ogni cosa sar pronta, e potr fare con me ci che desidera senza che io mi debba comportare come una plebea sulla strada.
 Il servo torn da Setne e gli rifer tutto quello che Tabubu gli aveva detto.
 Questi osserv: -  giusto!
 Tutti quelli che erano intorno a lui fecero commenti sdegnati, ma Setne fece portare una barca, vi sal e non perse tempo ad andare a Bubasti. Sbarc nella parte occidentale della citt e trov una casa molto alta, circondata da un muro, che aveva un giardino sulla parte nord, con una panca sul davanti.
 Setne chiese in giro: - Di chi  quella casa? - e gli risposero: -  la casa di Tabubu.
 Allora Setne vi entr e osserv ammirato il padiglione che era nel giardino. Andarono a riferirlo a Tabubu; essa usc, prese per mano Setne e gli disse: - Per la prosperit della casa del profeta di Bastet, signore del quartiere di Anekh-Tauy, mi fa molto piacere che tu sia venuto qui e che tu salga con me.
Setne segu Tabubu sulle scale della casa fino al piano superiore, ben pulito e spruzzato dacqua, che aveva un pavimento fatto di veri lapislazzuli e di vera pietra turchese e dove vi erano vari letti ricoperti di lino finissimo e una tavola con molte coppe doro.
Riempirono di vino una di queste coppe doro e la misero in mano a Setne e la donna gli disse: - Compiaciti di mangiare.
Ma egli rispose: - Non voglio farlo.
Misero allora incenso su un braciere e portarono un unguento degno del Faraone, e Setne pass un giorno felice con Tabubu, ma senza poter vedere il suo corpo.
Alla fine Setne disse a Tabubu: - Compiamo ci per cui siamo venuti qui.
La donna gli rispose: - Arriverai a compiere il tuo desiderio, e ci sei vicino, ma io sono una sacerdotessa, non una donna del volgo, e se tu vuoi fare con me quello che desideri, dovrai farmi un atto di concessione di alimenti e di comunione di tutti i beni che possiedi.
Egli rispose: - Si mandi a chiamare uno scriba della scuola.
Questo fu subito condotto l, ed egli fece fare una concessione di alimenti e un atto di comunione di tutti i suoi beni a nome di Tabubu.
Ma qualcuno venne ad avvertire Setne che i suoi figli lo aspettavano fuori dalla casa. Allora lui comand: - Fateli salire.
Sentendo quelle parole, Tabubu si alz e si copr di una veste di lino finissimo. Setne vide attraverso la stoffa tutto il suo corpo, e il suo desiderio divenne ancora pi grande.
Egli disse: - Tabubu, fa che io compia ci per cui sono venuto.
Ma lei gli rispose: - Arriverai a compiere ci che desideri e ci sei vicino. Ma io sono una sacerdotessa, non una donna del volgo. Se vuoi fare con me ci che desideri, fa sottoscrivere ai tuoi figli questi documenti perch non litighino poi con i miei per i tuoi beni.
Egli chiam i suoi figli e fece sottoscrivere i documenti.
Setne allora chiese: - Posso adesso compiere ci per cui sono venuto?
Ma lei gli rispose: - Arriverai a fare ci che desideri e ci sei vicino. Ma io sono una sacerdotessa non una donna del volgo; se vuoi fare ci che vuoi da me, dovrai far uccidere i tuoi figli perch non si mettano a litigare con i miei a proposito dei tuoi beni.
Setne allora disse: - Venga commessa contro di loro la crudelt che tu hai pensato. - I suoi figli furono uccisi davanti a lui, e gettati sulla strada dalla finestra ai cani e ai gatti; e questi mangiarono le loro carni e lui li sentiva mentre beveva con Tabubu.
Setne disse allora: - Tabubu, compiamo ci per cui siamo venuti qui! Io ho fatto tutto quello che mi hai detto.
Lei gli rispose: - Entra in questa camera.
Setne entr nella camera e si stese su un letto davorio ed ebano perch il suo desiderio trovasse compimento. Tabubu gli si sdrai accanto ed egli stese la mano per toccarla, ma lei apr la bocca e lanci un grande grido. E Setne si risvegli dentro un forno con il membro dentro una [] e senza nessun abito addosso.
Setne scorse un notabile che veniva trasportato in portantina, mentre molti uomini correvano sotto di lui che aveva laspetto del Faraone. Setne volle alzarsi, ma non lo fece per la vergogna di non avere abiti ad dosso.
Il Faraone lo scorse e disse: - Come mai ti trovi in queste condizioni?
Ed egli rispose: -  stato Naneferkaptah a farmi questo!
Il Faraone disse: - Torna a Menfi, i tuoi figli ti stanno cercando e sono alla presenza del Faraone.
Setne disse al Faraone: - O mio grande signore, che tu possa vivere quanto Ra; come potr andare a Menfi senza abiti addosso?
Il Faraone chiam allora un giovane servitore che stava in piedi accanto a lui e gli ordin di dare un vestito a Setne. Poi aggiunse: - Setne, va a Menfi, i tuoi figli sono vivi e stanno presso il Faraone.
Setne and a Menfi e abbracci i suoi figli, che realmente erano in vita. Il Faraone gli chiese: -  stata lubriachezza a farti fare tutto questo?
Setne gli rifer allora tutto quanto gli era accaduto con Tabubu e Naneferkaptah.
Il Faraone gli disse: - Setne, prima mi sono adirato con te e ho detto: ti uccideranno se non riporti quel libro dove lo hai preso, ma finora non mi hai ascoltato. Ora perci fai in modo di riportare il libro a Naneferkaptah, tenendo in mano una forca e con un braciere acceso sulla testa.
Setne usc dal cospetto del Faraone e con in mano una forca e sulla testa un braciere acceso, scese nella tomba dove era Naneferkaptah.
Ihuret gli disse: -  stato Ptah, il grande dio, che ti ha riportato qui sano e salvo.
Naneferkaptah rise e disse: -  proprio quello che ti avevo gi detto!
Setne si avvicin a Naneferkaptah e vide che mentre parlavano il dio del Sole, Ra, splendeva nella tomba.
Ihuret e Naneferkaptah parlarono a lungo con Setne, poi Setne disse: - Naneferkaptah, erano forse cose vergognose?
Naneferkaptah gli rispose: - Setne, tu gi sapevi che Ihuret e suo figlio sono a Copto e appaiono qui in questa tomba solo per opera magica. Accetta il mio ordine e datti la pena di andare a Copto e di riportarli qui.
Setne risal fuori dalla tomba e si rec alla presenza del Faraone per riferirgli ci che gli aveva detto Naneferkaptah.
Il Faraone gli disse: - Va, Setne, va a Copto e riporta Ihuret e il suo bambino Merib.
Setne disse al Faraone: - Fammi dare la nave del Faraone con il suo equipaggio.
Gli fu data la nave del Faraone con il suo equipaggio; egli si imbarc e navig in modo da arrivare senza indugio a Copto. Del suo arrivo furono informati i sacerdoti di Iside di Copto e il capo dei sacerdoti. Essi gli andarono incontro sulla riva e lo presero per mano.
And nel tempio di Iside e di Arpocrate, fece portare buoi, uccelli e vino e fece un sacrificio e una libagione davanti a Iside e ad Arpocrate. And poi nella necropoli con i sacerdoti di Iside e il gran sacerdote.
L essi passarono tre giorni e tre notti cercando fra le tombe della necropoli, rovesciando le steli degli scribi della Casa della Vita e leggendo le iscrizioni che vi erano incise, ma non riuscirono a trovare il luogo dove riposavano Ihuret e suo figlio Merib.
Naneferkaptah sapeva che essi non sarebbero riusciti a trovare la casa del riposo di Ihuret e di suo figlio Merib. Egli si mostr sotto le apparenze di un sacerdote molto vecchio che si present davanti a Setne.
Setne lo vide e gli chiese: - Mi sembri un uomo molto anziano, sai forse dove si trova il luogo del riposo di Ihuret e di suo figlio Merib?
Il vecchio rispose a Setne: - H padre del padre di mio padre aveva detto al padre di mio padre che la casa del riposo di Ihuret e di suo figlio Merib era attigua allangolo meridionale della casa funeraria del capo delle guardie.
Setne disse al vecchio: - Forse il capo delle guardie ti punir se mi indurrai a far demolire la sua casa.
Ma il vecchio rispose a Setne: - Forniscimi protezione, ma fa abbattere la casa del capo delle guardie, e se Ihuret con suo figlio Merib non viene trovata sotto langolo meridionale della sua casa, che io sia trattato come un criminale.
Il vecchio ottenne protezione, e la casa del riposo di Ihuret e di suo figlio Merib venne trovata sotto langolo meridionale della casa funeraria del capo delle guardie.
Allora Setne fece trasportare i loro illustri corpi sulla nave del Faraone, mentre faceva ricostruire come era prima la casa del capo delle guardie.
Naneferkaptah fece in modo che Setne sapesse che era stato lui a far ritrovare la casa del riposo di Ihuret e di suo figlio Merib.
Setne sal a bordo della nave del Faraone e subito part, e giunse a Menfi con tutti coloro che erano con lui. La cosa venne riferita al Faraone e questi and sulla strada incontro alla nave. Egli fece portare quegli illustri corpi nella tomba in cui gi di trovava Naneferkaptah, e ne fece richiudere lingresso superiore come era stato prima.

Questo  lo scritto completo che contiene il racconto di Setne Khaemuaset, di Naneferkaptah, di Ihuret sua moglie e di suo figlio Merib, scritto dallo scriba [] il quindicesimo anno, nel mese di Tibi.
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LEGGENDE DELLANTICA INDIA.
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LUCCISIONE DI BHSHMA. dal Mahabharata.
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La grande battaglia dei Kuruidi comandati da Bhishma nella quale il re viene colpito a morte, ma rimane vivo a lungo in attesa del momento che giudica pi opportuno per dipartire dalla vita per divenire partecipe della eterna beatitudine.
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Vedendo Dhanafljaya munito delle frecce e dellarco Candiva, i duci sollevarono un gran clamore. I Panduidi, i Somaka e i loro alleati soffiarono nelle conchiglie di provenienza marina. E allora tamburi, trombe e corni furono fatti risuonare, e ne sorse un gran frastuono.
Gli di, coi Gandharva e i Mani e schiere di Siddha e Carana, accorsero desiderosi di guardare, e i Veggenti di gran potenza, con alla testa il dio dai cento sacrifizi, si raccolsero per ammirare quel grande combattimento.
Yudhishthira, vedendo i due eserciti agitati come due mari, pronti alla battaglia, si tolse la corazza e deposte le armi scese dal carro e a piedi, facendo atto dossequio, guardando al grande Avo, si avvi in silenzio verso lesercito nemico.
Il figlio di Kunti, Dhananjaya, scese dal carro insieme con i fratelli e gli mosse dietro; e anche il venerando figlio di Vasudeva si affianc a loro, e cos i re in ordine di dignit lo seguirono ansiosi.
- Che intenzioni hai, o re, che lasci le tue fila e ti rechi a piedi verso lesercito nemico? - chiese Arjuna.
- Perch, o re, ti sei tolto la corazza e disarmato vuoi andare fra i guerrieri nemici? - chiese Bhimasena.
- Fratello maggiore, te ne stai andando cos, senza una parola, e una grande paura mi agita il cuore: dimmi, che cosa vai a fare? - chiese Nakula.
- In questa attesa per la battaglia, oramai inevitabile e terribile, e adesso che il tuo esercito  pronto al combattimento, perch vai diretto verso i nemici? - chiese Sahadeva.
Pur cos interrogato dai fratelli, Yudhishthira non rispose e continu ad avanzare in silenzio. Allora il grande savio, magnanimo figlio di Vasudeva, disse loro con un lieve sorriso: - Io conosco la sua intenzione. Solo dopo aver reso onore a Bhishma, a Drona, al nipote di Gotama, a alya e a tutte le persone venerande il re combatter contro i nemici.  detto in una vecchia sentenza che colui il quale combatte contro i suoi maggiori, senza render loro onore, sar maledetto da essi. Ma chi con i maggiori combatte dopo averli onorati secondo la prescrizione, di lui  la vittoria nella battaglia. Cos invero io penso.
Mentre parlava, nellesercito dei Dhrtarshtridi si levarono grandi grida; i guerrieri del Dhrtarshtride si chiedevano lun laltro: E dunque un incapace, vergogna della sua famiglia? Codesto re impaurito viene presso Bhishma coi fratelli, per trovar scampo a mo di supplica. Ma come mai viene qui? Non  certo nato in una famiglia di famosi guerrieri se il suo cuore si  spaventato per limminente battaglia.
E allora tutti quei guerrieri si misero a magnificare i Kuruidi e imbaldanziti sventolavano i loro vessilli; tutti quei guerrieri biasimavano Yudhishthira e i suoi fratelli.
Ma poi, dopo avere insultato Yudhishthira, lesercito Kuruide ridivenne silenzioso. Che cosa dir quel re, che cosa risponder Bhishma che invece  lieto di combattere? Che cosa diranno Krshna e Arjuna? Che cosa vorr dunque chiedere?
Grande era il dubbio dei due eserciti, di fronte al passo di Yudhishthira. E questi, entrato nellesercito nemico tutto irto di saette e lance, and in fretta diretto da Bhishma, seguito dai fratelli. E parl stringendo tra le mani i piedi di Bhishma di ntanu che era pronto alla battaglia.
- Io ti saluto - disse Yudhishthira, - o imbattibile, in procinto di combattere: perdonami.
- Se non fossi venuto da me prima della battaglia, o signore della terra - rispose Bhishma, - io ti avrei maledetto a essere sconfitto. Sono contento di te, figliolo: combatti e ottieni la vittoria e tutto ci che daltro desideri ottenere in battaglia. E scegliti una grazia, o Prthide: che cosa brami da noi? Poich cos ti sei comportato, non puoi subire sconfitta, o gran re. Luomo  servo delle circostanze, e le circostanze non sono serve di nessuno.
Questa  la verit, e per queste circostanze io sono legato ai Kuruidi. E perci io ti parlo a guisa di un eunuco, o rampollo di Kuru: io sono preda delle circostanze, o Kuruide; che cosa desideri tu, che non interessi la battaglia?
- Consigliami sempre, o gran savio, come se desiderassi il mio bene, ma combatti per il Kuruide - rispose Yudhishthira. - Questo  quello che ti chiedo.
- Che cosa posso farti di amichevole, o discendente di Kuru? - chiese Bhishma. - Certo combatter come un tuo nemico; ma, dimmi quel che desideri chiedermi.
- Come potr vincerti in battaglia, te che sei invitto? - disse Yudhishthira. - Questo  il consiglio che ti chiedo, e per me sar utile, se tu hai di mira il mio bene.
- Non conosco un maschio che nella mischia possa vincermi, fossanche il dio Indra in persona. - Rispose Bhishma.
- Ors, o grande Avo (che tu sia lodato): dimmi un modo che possa dare la vittoria su di te in battaglia da parte dei tuoi avversari. - Disse Yudhishthira.
- Io non vedo un nemico che possa vincermi in battaglia; non  ancora tempo di morire per me. Ed ora torna via.
Allora Yudhishthira, il discendente di Kuru, accolse linvito di Bhishma inchinando il capo e lo salut; poi si rivolse al carro del Maestro, che stava in mezzo ai guerrieri che lo guardavano. Salut Drona, e giratogli attorno in segno di rispetto, disse quellimbattibili parole che tornavano in suo onore: - Io ti saluto, o venerando; combatter senza macchiarmi di peccato e vincer tutti i nemici, pur che tu mi dia il permesso.
- Se tu non fossi venuto da me, una volta che hai deciso di combattere, ti avrei maledetto, o gran re, alla sconfitta totale. - Rispose Drona. - Perci ora sono contento di te, o Yudhishthira, essendo stato da te onorato. Io ti do il permesso: combatti e ottieni la vittoria. Voglio anche farti un piacere: dimmi che cosa desideri; cos stando le cose, che cosa brami, che non tocchi la battaglia? Luomo  servo delle circostanze, ma le circostanze non sono serve di nessuno; cos  la verit, o gran re, e per effetto delle circostanze io sono legato ai Kuruidi. Perci ti chiedo: che cosa desideri che non interessi la battaglia? Io combatter per il Kuruide, ma posso augurarti la vittoria.
- Augurami la vittoria, o brahmano, e consigliami per il mio bene, e combatti per il Kuruide: questa  la grazia che io scelgo. - Rispose Yudhishthira.
- Certa, o re,  la vittoria per te il cui consigliere  Hari; ed io ti predico che vincerai in battaglia i nemici.
Dove  il diritto, ivi  Krshna, dove  Krshna ivi  la vittoria: combatti, va, Kuntide. E interrogami, che cosa debbo dirti?
- Io tinterrogher, ottimo fra i due volte nati; odi quel che io desidero che tu mi dica: come potr vincerli in battaglia, invincibile dai nemici?
- Non puoi conseguire la vittoria finch io combatto nella mischia - rispose Drona, - fa ogni sforzo coi tuoi fratelli, o re, perch io al pi presto muoia.
- E allora suvvia, o eroe dalle lunghe braccia, consigliami il modo di ucciderti: o Maestro, cadendo ai tuoi piedi, io ti interrogo; lode sia a te. - Disse Yudhishthira.
- Io non vedo un nemico che mi possa uccidere in battaglia mentre combatto e compio eroiche gesta, salvo che, quando io sia giunto alla mia ora fatale, egli non mi colpisca nella mischia dei combattenti, dopo che io abbia gettato la mia arma essendo privo di senno. E la mia arma io getterei in battaglia, se udissi duna grande sventura da un uomo le cui parole son degne di fede: ci  la verit, che ti dico.
Avendo udite quelle parole e salutato il Maestro, prosegu verso il figlio di Caradvant; e avendo salutato Krpa e compiuto il giro di omaggio intorno a lui, disse al sommamente imbattibile: - Ti riverisco, affinch io possa combattere contro di te, o venerando, senza macchiarmi di colpa, e vincere i nemici, avendo da te ottenuto licenza, o impeccabile.
- Se a me non fossi venuto - disse Krpa - una volta deciso alla battaglia, ti avrei maledetto alla disfatta completa. Delle circostanze  servo luomo, ma le circostanze non sono serve di nessuno: cos  la verit, o gran re, e le circostanze mi legano ai Kuruidi. Per costoro io devo combattere, tale  il mio pensiero; perci io ti chiedo: che cosa desideri che non si riferisca alla battaglia?
- Ors, io ti chieder, o maestro, odi le mie parole - cominci Yudhishthira, ma fu interrotto. Il re confuso non disse altro, ma a lui parl il nipote di Gotama, conoscendo che cosa egli volesse dire: - Io non sono vulnerabile, o signore della terra: combatti e consegui la vittoria. Lieto della tua venuta, la vittoria ti arrida. Questa che ti dico  la verit.
Udite quelle parole dal nipote di Gotama, salutato Krpa, il re si rec dove era il re dei Madra. Egli, reso omaggio a alya e giratogli attorno, disse queste parole intese al proprio bene: - Io ti riverisco, perch io combatta, o venerando, senza incorrere in colpa, e possa vincere i nemici, avendo ottenuto il tuo consenso.
- Se non fossi venuto da me, una volta deciso alla battaglia - disse alya - io ti avrei maledetto, o gran re, alla sconfitta nel combattimento. Sono contento di te in quanto mi hai onorato. Per quel che desideri possa avvenirti, io ti do il mio assenso: combatti e ottieni la vittoria. E dimmi ancora, o eroe, che cosa desideri? Cos stando le cose, che cosa brami, o re, che non abbia riferimento alla battaglia? Delle circostanze luomo  servo, le circostanze non sono serve a nessuno; cos  la verit, o gran re: io dalle circostanze sono legato ai Kuruidi. Eseguir il tuo desiderio cos come lo vuoi, ma ti chiedo: allinfuori di ci che sia la battaglia, cosa desideri?
- Consigliami quello che  il mio supremo bene, e combatti pure per il mio avversario: questa grazia io mi scelgo. - Rispose Yudhishthira.
- Parla, che cosa di utile posso farti, o ottimo fra i re? Certo io combatter come tuo avversario; sono unito dalle circostanze coi Kuruidi. - Disse alya.
- Questa  la grazia che io ti chiedo e che da te veracemente mi  stata concessa durante le trattative: che in battaglia tu del figlio dellauriga fiaccherai la potenza. - Chiese Yudhishthira.
- Questo tuo desiderio avr esito, o figlio di Kunti, come tu lo vuoi ottenere; va, combatti, in verit io ti prometto la vittoria.
Salutato il Kuntide, che era signore dei Madra, Yudhishthira usc fuori dal grande esercito, circondato dai fratelli.
Krshna allora si rec dal figlio di Radha in procinto della battaglia e a lui parl, nellinteresse dei Pnduidi, egli, il fratello maggiore di Gada: - Ho udito, o Kama, che per la tua inimicizia con Bhishma non combatterai. Allora passa alla nostra parte finch Bhishma non sia ucciso. Una volta per ucciso Bhishma, o figlio di Radha, di nuovo diverrai nella battaglia compagno del Dhrtarshtride, se tu lo trovi giusto.
- Io non far nulla che sia contro al Dhrtarshtride, o Keava: sappi che io sono pronto a lasciare la vita per il bene di Duryodhana. - Rispose Karna.
Avendo udite queste parole, Krshna se ne and e si riun ai Pnduidi che seguivano Yudhishthira. E allora nel mezzo dellesercito grid il figlio maggiore di Pandu: - Chi noi elegge, lui eleggo io, per la sua amicizia.
Indi, Yuyutsu cos disse al re Yudhishthira: - Io combatter i figli di Dhrtarshtra come avversari in battaglia, a favor vostro, o gran re, se tu mi eleggi.
- Vieni, vieni - lo invit Yudhishthira, - tutti insieme combatteremo contro i tuoi stolti fratelli. Io ti eleggo, o eroe dalle lunghe braccia, combatti per la mia causa: in te risiede lofferta funebre e la propagazione della stirpe di Dhrtarshtra. Sii devoto a noi, o figlio di re, che a te saremo devoti: cos vi sar un Dhrtarshtride n stolto n furioso.
Allora Yuyutsu il Kuruide pass allesercito dei Pnduidi, facendo rullare il tamburo. E quindi il re Yudhishthira insieme ai fratelli riprese la sua corazza splendente, lucida doro; e si recarono tutti ai loro carri quei tori fra gli uomini e ristabilirono come prima lordine di battaglia.
Fecero risuonare i tamburi a centinaia, e grida leonine si levarono infinite fra gli uomini.
I principi, Dhrshtadyumna e gli altri, vedendo sui loro carri i Pnduidi simili a tigri in forma umana, si rallegrarono e scorgendo la maest dei figli di Pandu, degni di onore da parte di chi rende onore, li acclamarono molto, e di quei magnanimi magnificarono la benevolenza e la compassione a tempo opportuno e laffetto per i parenti.
Viva! viva! si sollevarono grida da ogni parte, insieme con le lodi, voci augurali di quei gloriosi, le quali rallegravano il cuore e lanimo, e barbari e Ari che videro e udirono quella ventura dei Pnduidi, scoppiarono in pianto e singhiozzi.
Allora batterono i grandi tamburi e nelle conchiglie bianche come latte soffiarono lieti i valorosi.

- Chi furono i primi a scagliare le loro armi, i Kuruidi o i Pnduidi? - Chiese Dhrtarshtra a Sanjaya.
- Accompagnato dai fratelli, tuo figlio Duryodhana si mise innanzi a Bhishma e avanz con il suo esercito. E cos pure i Pnduidi con alla loro testa Bhimasena, desideroso di combattere contro Bhishma.
Tra i due eserciti si levarono clamori, grida, trombe, corni, tamburi, nitriti di cavalli e barriti di elefanti. I nemici corsero contro i nostri e fecero eco alle loro grida e un gran tumulto si lev.
Dai due schieramenti che si correvano incontro, in cui si mescolavano principi, elefanti, cavalli e carri, veniva fuori un frastuono confuso come di oceani su cui soffi il vento. E in quel rumore spaventoso che si era sollevato, Bhmasena dalle lunghe braccia gett un muggito di toro: lurlo super il fragore dei tamburi, il barrito degli elefanti e le grida leonine dei combattenti: dei cavalli nitrenti a migliaia nei due eserciti tutte le voci sopraffece quel grido di Bhimasena.
Nelludire quellurlo, i tuoi guerrieri trasalirono come per il fragore della folgore di Indra, quando rumoreggia una nuvola; e tutti gli animali da trasporto emisero escrementi ed orina, per il grido di quelleroe, come le bestie fanno per il ruggito del leone.
Mostrandosi terribile, urlando come una grande nuvola, lui mosse contro il tuo esercito. Lui, il grande arciere che avanzava preceduto da rovesci di saette che oscuravano il sole come le nuvole.
In quel primo scontro riecheggiante del suono che faceva la corda dellarco urtando contro la palma di Bhma, nessuno dei tuoi n degli avversari si volse in fuga: ivi io scorsi lagilit dei discepoli di Drona, bravi a colpire il bersaglio e scagliami saette in gran copia.
Il rumore degli archi sibilanti era incessante, e le frecce ne uscivano fiammeggianti, come i lampi dal fondo del cielo.
Tutti gli altri re a guisa di spettatori, ammiravano come uno spettacolo Bhma che si scontrava coi suoi parenti; quelli che avevano dato inizio alla battaglia. Danneggiandosi a vicenda, gareggiando fra loro lottavano i grandi guerrieri.
I due eserciti dei Kuruidi e dei Pnduidi, affollati di elefanti, cavalli e carri, splendevano nella battaglia come dipinti su un arazzo: e allora tutti i re, afferrando gli archi, coi loro guerrieri mossero allassalto per ordine di tuo figlio, e quegli altri re comandati da Yudhishthira, a migliaia, assalirono lesercito di tuo figlio.
Lo scontro dei due eserciti fu terribile e il sole scomparve, nascosto dalla polvere che essi sollevavano: n si poteva distinguere fra i propri soldati e gli avversari, che si scontravano, si separavano, e di nuovo si muovevano incontro. Ma mentre si svolgeva quella mischia confusa ispiratrice di paura, sopra tutte le schiere si distingueva fulgente Bhma.
Il mattino di quel fiero giorno, la battaglia si svolse terribile producendo la morte di pi re. - Continu Saniaya. - Il grido dei Kuruidi e dei Pnduidi, che cercavano di superarsi, faceva riecheggiare cielo e terra.
Le grida si mescolavano coi suoni dei copribraccio e del cozzar delle lame, e si sollevavano gli urli degli eroi che luno contro laltro vociavano, e i rumori delle corde che battevano contro i guanti e il calpestio dei pedoni e i nitriti dei cavalli, i colpi di sprone e di frusta, e il tintinnio degli ornamenti metallici degli elefanti che si correvano contro.
In quel fragore indistinto, che si sollevava facendo rizzare i capelli, si distingueva lo stridere dei carri, simile al rumore che solleva Parjanya. E quelli pieni di ferocia, sprezzanti della vita, mossero incontro ai Pnduidi, sollevando i loro vessilli.
Cos ardevano a migliaia singolari lotte di guerrieri su carri, elefanti, cavalli e di pedoni, in quella mischia, tuoi e avversari, alla rinfusa.
Per un momento la battaglia fu piacevole a vedersi, ma poi nella confusione non si riconobbe pi nulla: lelefante si scontrava con lelefante, il guerriero sul carro col guerriero sul carro avversario, il cavallo correva contro il cavallo, il pedone contro il pedone. E cos si svolgeva la battaglia terribile di quegli eroi che nella mischia si urtavano luno contro laltro.
I Veggenti divini, i Siddha e i Carana tutti riuniti contemplavano il tremendo combattimento simile a quello fra gli di e gli Asura. Migliaia di elefanti e di carri, masse di cavalli e di uomini si scontravano confondendosi; e da ogni parte si vedevano carri elefanti e pedoni e cavalieri che combattevano.

Sanjaya continu:
- O re, ti parler degli innumerevoli duelli che in ogni parte senza limiti infuriavano. Il figlio non conosceva il padre, n il padre il figlio della sua carne, n il fratello riconosceva il fratello, n lo zio il nipote, n il nipote lo zio, n lamico lamico: come ossessi combattevano i Pnduidi contro i Kuruidi.
Alcune di quelle tigri umane correvano coi carri contro una schiera di carri, e i gioghi si spezzavano contro i gioghi, e gli assi dei carri contro gli assi; alcuni rimanevano ammassati insieme cercando di uccidersi a vicenda, e i carri intricati coi carri non potevano pi muoversi.
I giganteschi elefanti infuriati scontrandosi con gli elefanti si colpivano lun laltro con le zanne; e gli elefanti cozzando con gli elefanti dei nemici muniti di lame e banderuole, e feriti colle zanne urlavano per il gran dolore. Ben ammaestrati, incitati con pungoli e bastoni, infuriati si facevano incontro lanciando barriti allimpazzata. E gli elefanti colpiti da lance, dardi, saette, urlavano e cadevano morti o correvano qua e l lanciando grida terribili.
Gli uomini che correvano di fianco agli elefanti per proteggerne le zampe, ampi nei petti, con lance, archi, con lucenti accette, con clave, con bastoni, giavellotti, aste, mazze di ferro e con spade lucide e taglienti brandite, correvano veloci qua e l, cercando di uccidersi lun laltro. Si vedevano le spade fulgenti macchiate di sangue umano, e spade brandite e agitate dalle braccia degli eroi mentre cadevano a terra.
Grandi quantit di uomini giacevano al suolo fracassati da clave e mazze, fatti a pezzi dalle spade, colpiti dalle zanne di elefanti o da essi schiacciati, che da ogni parte si chiamavano.
I cavalieri si correvano incontro coi veloci cavalli ornati di pennacchi, che parevano cigni; e le loro lance, grandi, splendenti doro, veloci, lucide e taglienti, volavano simili a serpenti.
Alcuni cavalieri su rapidi cavalli, saltando addosso ai grandi carri, tagliavano le teste dei guerrieri che li conducevano; ma anche i guerrieri dai carri con le saette dai ricurvi nodi uccidevano molti cavalieri venuti a portata delle loro frecce. E gli elefanti, assalendo i cavalli, li schiacciavano sotto i loro piedi, furenti comerano nel loro aureo ornato: e alcuni elefanti, colpiti dagli arcieri nelle fronti e nei fianchi, lanciavano grida, pazzi dal dolore.
Alcuni elefanti, scompigliando cavalli e cavalieri, li sospingevano nel terribile tumulto, lanciando in aria colle zanne i destrieri coi loro cavalcatori, e andavano in giro fracassando i carri ornati di bandiere. Grazie al loro valore e alla loro furia gli elefanti uccidevano cavalli e cavalieri con le proboscidi e con le zampe.
Le lance scagliate dalle braccia degli eroi, veloci, lucenti, aguzze, volavano simili a serpenti, trapassando corpi umani ed equini, e corazze di ferro, e cadevano in terra come grandi meteore.
Con le spade che rilucevano, essi uccidevano i nemici nella battaglia. Qua e l uomini feriti dalle lance, tagliuzzati dalle accette, schiacciati dagli elefanti, calpestati dai cavalli, spezzati dai mozzi dei carri, colpiti dalle aguzze saette, si lamentavano, chiamando i loro parenti, alcuni i figli, altri i padri, altri i fratelli e magari i nemici. Molti con le interiora fuoriuscite, coi femori spezzati, colle braccia mutilate, trapassati nei fianchi, si sentivano urlare, bramosi di sopravvivere.
Alcuni oppressi dalla sete, con un filo di vita imploravano dellacqua, e afflitti, maledicevano se stessi e tutti.
Altri guerrieri valorosi, pieni dodio gli uni contro gli altri, non lasciavano le armi, n si lamentavano, ma baldanzosi si insultavano a vicenda, e si guardavano lun laltro con le facce contratte dal cipiglio. Ma altri pur oppressi dal dolore delle ferite, afflitti dalle frecce, stavano ammucchiati senza emetter lamenti, forti e pazienti. Altri combattenti, privati dei loro carri e cercando quello di un altro, venivano abbattuti e schiacciati dagli elefanti, e apparivano come Kimguka fioriti.
Da quelle schiere si alzavano spaventevoli rumori mentre continuava quel terribile carnaio deroi, e il padre uccideva il figlio e il figlio uccideva il padre nella mischia.
Cos combattevano i Kuruidi contro i Pnduidi, e mentre questa terribile battaglia senza limiti si svolgeva, lesercito dei Prthidi si addensava attorno al carro di Bhishma con linsegna dalle cinque stelle e dalla palma argentea ritta sul suo grande carro. Bhishma dalle lunghe braccia splendeva come la luna quando appare sul Meru.
E allora con le velocissime frecce che avevano i nodi ricurvi, Bhishma tagli teste e braccia che stringevano le armi; e pi elefanti che si trovavano sulla strada del suo carro, che pareva danzasse, mandarono barriti di dolore.
Abhimanyu, pieno dira, salito sul carro tirato da rossastri cavalli, si avvi contro Bhishma con la sua insegna, un albero di Kamikra dorato, e rivers saette su di lui e su quegli altri guerrieri. Con una freccia aguzza leroe colp linsegna che aveva la palma sulla bandiera e continu a combattere contro Bhishma e i suoi seguaci. Fer Krtavarman con una freccia, e alya con cinque ferrei dardi, poi assal il Grande Avo con nove dardi che avevano punte acute. Con una ben diretta, scagliata dallarco completamente teso, colp linsegna ornata doro; e con unaltra con nodi ricurvi, stacc dal corpo la testa del suo auriga. Con unaltra infranse larco ornato doro di Krpa, poi colp quasi danzando il grande guerriero furibondo.
A vedere la sua agilit, si dilettarono anche gli di. E non essendovi mezzo di riconoscere il nipote di Krshna, tutti quei guerrieri in testa a cui era Bhishma pensarono quasi di avere di fronte Dhananjaya in persona: il suo arco che aveva lo splendore di un tizzone acceso, nella sua rapidit riempiva col fragore il cielo a guisa del Gndva.
Ma, assalendolo con nove rapide e violente frecce Bhishma fer il figlio di Arjuna, e fracass linsegna di quel valentissimo con tre dardi prima di uccidere il suo auriga. Ma Krtavarman e Krpa e alya, pur ferendolo, non misero in fuga il Krshnide, simile al monte Mainaka; ed egli leroe nipote di Krshna, pur circondato dai guerrieri di Dhrtarshtra, fece piovere sui cinque combattenti piogge di saette. Rugg il forte Krshnide, mentre su Bhshma dirigeva i suoi colpi. E rifulse la grande forza del suo braccio, mentre egli si accaniva nel combattimento e perseguiva Bhishma con le sue frecce.
A lui che compiva tali atti di valore anche Bhishma scagli dei dardi; ma egli li spezzava a mano a mano che uscivano dallarco di Bhishma. Allora con nove infallibili frecce lui infranse linsegna di Bhshma, e quella argentea palma dal grande tronco cadde a terra.
Vedendo la sua insegna abbattuta dalle sae;te del Subhadride, Bhma mand un urlo di gioia. Ma Bhishma cav fuori le sue grandi armi celesti, terribile in quel momento egli fortissimo.
Il figlio di Virata, Uttara, con un elefante che protendeva la proboscide, assal il re supremo dei Madra. alya, stando sul suo carro si oppose a quellimpeto irresistibile ma lelefante infuriato, ponendo una zampa sul giogo del carro, uccise i quattro cavalli.
Il re dei Madra, rimanendo nel carro ormai senza cavalli, lanci contro Uttara unasta ferrea, simile a un serpente, apportatrice di morte, e da essa trafitto attraverso la corazza, avvolto di ampia tenebra quello cadde dal dorso dellelefante. Allora alya, afferrata la spada, salt gi dal carro e con forza tagli la grande proboscide dellelefante, questo, contemporaneamente ferito da pi frecce, e con la proboscide tagliata, mand un terribile barrito di dolore e stramazz gi morto. Fatto questo il valoroso re dei Madra sal in fretta sul luminoso carro di Krtavarman. E il figlio di Virata, ankha, vedendo colpito Uttara il suo nobile fratello, fiammeggi dira e agitando il grande arco ornato doro corse addosso a alya, per ucciderlo, seguito da una gran quantit di carri che scagliavano una pioggia di saette sul carro di alya.
Vedendolo arrivare fiero come un elefante infuriato, sette carri dei tuoi lo aggirarono tuttattorno per proteggere il re dei Madra che era capitato fra i denti della Morte.
Allora Bhshma dalle lunghe braccia, ruggendo come una nuvola, afferr larco lungo quanto una palma e corse incontro a ankha per affrontarlo. A veder muoversi lui, il grande fortissimo arciere, lesercito Pnduide si agit come una nave percossa dallimpeto del vento.
Arjuna rapidamente si par innanzi a ankha pensando che in quel giorno doveva difenderlo contro Bhshma, e cos la lotta s accese. Un forte grido si alz dai guerrieri che combattevano, e restarono stupiti a vedere quel valore che sincontrava col valore. alya con la clava in mano scese dal carro e uccise i quattro cavalli di ankha. Questi salt gi in fretta stringendo la spada e giunto al cocchio di Bibhatsu vi trov salvezza. Allora dal carro di Bhshma volarono le saette dalle quali il cielo e la terra furono del tutto ricoperti; e cos Pancala e Matsya, e i Kekaya furono abbattuti da Bhishma.

Come alla fine dellinverno vengono arsi i boschi dal fuoco, si vedevano gli eserciti di Drupada arsi dalle frecce: e Bhshma si ergeva nella mischia come un fuoco senza fumo.
I guerrieri Pnduidi non erano capaci di guardare Bhishma, abbagliante col suo fulgore. E cos i Pnduidi, sopraffatti dal terrore, si guardavano intorno senza trovare chi li salvasse, come vacche oppresse dal freddo. E poich il loro corpo era senza pi forza, sorse nelle file dei Pnduidi un grande grido.
Allora Bhshma di ntanu incurv larco e scagli frecce infocate prendendo di mira tutte le direzioni e colp i carri dei Pnduidi, luno dopo laltro. Allora, rotte le schiere e confuse in ogni parte, e poich il sole era giunto al tramonto e nulla pi si distingueva, vedendo Bhshma trionfare nella grande battaglia, i Prthidi ordinarono la ritirata delle loro truppe.

Vedendo il Pnduide Dhrshtadyumna oppresso dalla sventura, Govinda cerc di confortarlo: - Non affliggerti, non devi addolorarti, tu i cui fratelli sono eroi e arcieri noti in tutto il mondo, il grande guerriero Satyaki, i vecchi Virata, Drupada e il Prshatide Dhrshtadyumna, e cos pure tutti i re con le loro milizie, attendono al tuo beneplacito e ti sono devoti, o signore delle trib. Qui con te c il Prshatide sempre desideroso del tuo bene e pronto a fare ci che ti piace, e con te c anche ikhandin dalle lunghe braccia che certo sar la morte di Bhshma.
Allora per rincuorare tutti, Dhrshtadyumna disse: - Io sono gi stato destinato da ambhu a uccidere Drona.
Oggi io combatter contro Bhshma e Drona e Krpa e alya e Jayadrata, contro tutti questi orgogliosi oggi combatter.
Allora i grandi arcieri Pnduidi acclamarono al valoroso Prshatide distruttore di nemici.
- Adotta lordinamento detto Krauncaruna, sgominatore di ogni nemico - disse Prthide, - quello che Brhaspati insegn a Indra al tempo della battaglia fra di e Asura, tu adottalo come va fatto per la distruzione dellesercito avversario: e lo vedano per la prima volta i re con i Kuruidi.

Diecimila carri procedevano ai fianchi, centomila alla testa, un milione e centoventimila al centro, e nellavanguardia simile a un lungo collo ve nerano centosettantamila. E tuttattorno a quello schieramento marciavano elefanti corazzati simili a montagne semoventi.
Proteggeva la retroguardia Virata con i Kekaya e trentamila carri, assieme al re di Kaji e al rampollo di ibi.
I Pnduidi, avendo cos ordinato il loro schieramento, attendevano il sorgere del sole pronti per la battaglia; e i loro vessilli sventolavano fra i carri e gli elefanti.
Drona e Bhshma schierarono a loro volta il loro grande esercito per sopraffare i Pnduidi.
Bhishma, circondato da ogni parte dai suoi carri, procedeva guidando lesercito, simile al re degli di.
E allora i Pnduidi soffiarono con gioia nei corni e alzarono grida leonine.
Udendo tali grida, il grande Avo fece risuonare il suo corno, e subito conche, tamburi e timballi dai nemici furono suonati.
Il grande fragore fatto da quegli eroi fece riecheggiare confusamente il cielo e la terra; e cos costoro si affrontarono per combattere.
Le ordinate schiere dei Pnduidi dalle fulgide insegne rimasero immobili a rimirare la grande massa di armati nemici, simile a un oceano senza sponde.
Il re Duryodhana disse a tutti i suoi comandanti: - Combattete compatti.
Essi collanimo reso crudele, corsero tutti contro i Pnduidi sollevando le bandiere; e allora ebbe inizio una turbinosa battaglia da far drizzare i capelli, nella quale carri ed elefanti si mescolavano tra loro.
Scagliate dai guerrieri dei carri, le saette ben taglienti cadevano con le punte non smussate su elefanti e cavalli. E cos, iniziata la mischia, brandendo larco, leroe dalle lunghe braccia, Bhshma, assal il figlio di Subhadr e Bhimasena. Una pioggia di frecce precedette il vecchio Avo dei Kuruidi.
La grande schiera ripieg al giungere di quelleroe, e in tutti i combattenti grande fu lo sgomento; e avendo le insegne e gli elefanti abbattuti, uccisi i migliori cavalli, scompigliate le righe dei carri, si trovarono in male acque i Pnduidi.
Ma Arjuna, tigre umana, vedendo Bhshma sul suo grande carro, disse adirato al Vrshnide: - Dirigiti su di lui, altrimenti Bhshma furibondo distrugger certo il mio esercito. Io voglio andare contro di lui per la nostra salvezza.
Il figlio di Vasudeva rispose: - Tienti pronto, o uccisore di uomini, che ti porto contro il carro del grande Avo.
E diresse contro il carro di Bhshma.
Il figlio di Drona, e Duryodhana, e Vikama, dispostisi attorno a Bhishma nel combattimento, stettero pronti alla pugna, e i Pnduidi alla loro volta si strinsero attorno a Dhananjaya.
Il Gangide assal il Prthide con nove saette e Arjuna lo colp a sua volta con dieci delle sue; indi il Pnduide Arjuna ricopr tutto Bhishma con mille frecce ben dirette: ma a quella moltitudine di frecce del Prthide ribatt Bhishma di ntanu con una moltitudine delle sue, e ambedue imbaldanziti e lieti di combattere si scontravano in modo eccellente rintuzzandosi a vicenda. I cumuli di saette lanciate a gruppi dallarco di Bhishma venivano spezzati da quelli di Arjuna; e quelle scagliate da Arjuna le une dopo le altre ricadevano al suolo, colpite dalle frecce del Gangide.
Arjuna assal Bhishma con venticinque aguzzi dardi e Bhishma nella battaglia con trenta fer il Prthide. Adirato infine Bhishma, il migliore degli arcieri, con tre saette fer nel petto il figlio di Vasudeva, e luccisore di Madhu colpito da quelle saette partite dallarco di Bhishma apparve nella battaglia come un Kimguka fiorito. Allora Arjuna infuriato nel veder ferito il Madhuide colp con tre frecce lauriga del Gangide; e sforzandosi i due eroi di uccidersi a vicenda, non potevano superare luno laltro nella mischia. Disegnavano vari cerchi andando avanti e indietro pi volte guidati dallagilit e labilit degli aurighi; e schivando i rispettivi colpi i due guerrieri stavano sempre l in mezzo.
Ambedue levavano ruggiti da leone e cos pure il clangore dei loro archi li incitava; e dal suono delle loro conche e dal fragore dei mozzi dei loro carri la terra sobbalzava e rimbombava.
N si scorgeva alcuna differenza fra quei due: forti in battaglia i due eroi erano pari fra di loro. Solo le insegne distinguevano i due eroi nella mischia.
Di quei due combattenti, scorgendo tale valore, tutti furono presi da ammirazione; e nessuno poteva notare di loro due il pi piccolo difetto nella battaglia, come di un uomo che si attiene alla legge nessuno pu notare un peccato. Ambedue divenivano invisibili grazie alla massa delle frecce e di nuovo tornavano visibili allimprovviso nella pugna.
Gli di coi Gandharva, i Carana con i Veggenti, si dicevano lun laltro, vedendo lestremo valore di quei due: - Non possono questi due grandi guerrieri esser vinti in battaglia, nemmeno da tutti i mondi coi loro di, Asura e Gandharva.
Codesto forte eroe figlio di Pandu, accompagnatosi a Krshna, cos riduce gli eserciti come deve fare un Dhananjaya. Oggi egli non pu esser vinto in alcun modo e il suo aspetto pare quello di Yama al termine di un eone; n  possibile far restare fermo questo grande esercito: guarda come esso fugga, pur essendo ognuno veduto dallaltro.
Ed ecco che il sole si diresse verso la montagna del tramonto come per far scomparire gli aspetti di tutto il mondo.
Bhishma allora disse a Drona: -  giunta lora della ritirata: i guerrieri sono stanchi e non combatteranno in alcun modo.
Il grande guerriero diede lordine e cos ebbe luogo la ritirata dei due eserciti, mentre il sole tramontava e cominciava il crepuscolo.
Allalba, Bhshma di antanu diede ordine agli eserciti di schierarsi nuovamente per la battaglia desideroso di procurarsi la vittoria.
Vedendo quellesercito spiegato, Dhrshtadyumna dispose in forma di mezzaluna il suo terribile schieramento.
E allora ebbe inizio la battaglia, in cui carri ed elefanti collaboravano uccidendo gli uni e gli altri.
Turbe di cavalli e di carri si vedevano scontrarsi per vincersi a vicenda; e dalle schiere di carri combattenti si lev un fragore confuso, che giungeva al cielo misto al rullo dei tamburi, e di uomini che si uccidevano a vicenda nella intricata battaglia.
Dalla fronte dei due eserciti si distaccavano reparti in una confusione di carri e di elefanti: cavalieri da cavalieri venivano abbattuti nella grande mischia con lance dalle fulgide punte e con dardi.
Il guerriero sul carro assalendone un altro con saette ornate doro lo abbatteva in quella terribile lotta; e i guerrieri montati sugli elefanti, con frecce, giavellotti e lance uccidevano a frotte i guerrieri sugli elefanti avversari.
Le schiere dei pedoni nella battaglia con giavellotti e accette abbattevano i pedoni avversari, procurandosi male a vicenda: e il fante uccideva il pedone nella mischia, e il pedone il fante di ambedue gli eserciti; i montati sugli elefanti uccidevano allora i cavalieri e i cavalieri quelli che stavano sugli elefanti, e ci era molto mirabile.
Turbe di guerrieri venivano abbattute a centinaia e a migliaia. E la terra appariva ornata di bandiere, di archi spezzati, di scimitarre, di dardi e clave e mazze e bastoni, di lance e corazze variegate, di pungoli e bastoni aguzzi, di lucide spade e di frecce dalle auree penne, di gualdrappe e coperte e di preziosi tappeti. Da corpi di uomini e cavalli e da elefanti caduti nella battaglia la terra assumeva un aspetto ripugnante, sporca di sangue e di carne.
Il polverone, innaffiato dal sangue che scorreva dalle ferite, si attenu rischiarando il campo di battaglia e allora spuntarono da ogni parte innumerevoli cadaveri, come insegne di morte per il mondo.
Allora Bhishma di antanu usc fuori con il suo esercito e ne dispose lo schieramento perfetto in ogni parte, pronto per la battaglia.
Krpa e Krtavarman e il figlio di ibi dal gran carro, akuni e il re del Sindhu e Sudakshina di Kamboja, tutti con Bhishma, si posero innanzi a tutti i guerrieri sulla fronte dello schieramento.
Cos anche i Pnduidi spiegarono a loro volta il proprio imbattibile esercito, e i re coi loro eserciti mossero contro i Pnduidi, avendo alla testa Bhishma.
I Pnduidi, preceduti da Bhimasena, cercavano di vincere in battaglia Bhishma che sorvegliava il combattimento. Tra gridi di battaglia, urli, corni, tamburi, i Pnduidi corsero avanti.
Gli altri, rispondendo con ruggiti di leoni inferociti, marciarono veloci contro a loro impetuosamente e con furia; e sorse un grande tumulto.
Allora gli uni contro gli altri cozzarono fra di loro, e la terra trem con un grande fragore e lo splendente sole sotto quellimpeto perse il suo splendore; soffiarono venti turbinosi annunzianti una grande sventura e, terribili, gli sciacalli emisero spaventosi ululati, facendo capire a tutti che una grande calamit stava per giungere.
Le plaghe celesti emisero bagliori, cadde una pioggia di polvere, e cos pure una pioggia di ossa miste a sangue. E lacrime caddero dagli occhi delle bestie, e gli esseri ragionevoli lasciarono scorrere orina e escrementi.
Si udirono grandi rumori di ignota provenienza, e si videro arrivare sciacalli, gru e avvoltoi e cani che urlavano con voci diverse, preannunziando una grande calamit.
I grandi eserciti dei Pnduidi e dei Dhrtarshtridi in quello scontro immane apparvero come selve incurvate dal vento. Dalla mischia in cui si confondevano re, elefanti e cavalli che si scontravano in un momento infausto, si alz un rumore indistinto, come di oceani agitati dal vento.
A met del giorno avvenne lo scontro spaventoso di Bhishma contro i Somaka, recante la fine del mondo.
Il Gangide ottimo fra i combattenti con il suo carro disperse i Pnduidi lanciando aguzze saette, a cento e a mille, e schiacci quell' esercito come una mandria di vacche fa di un covone di grano mietuto.
Dhrshtadyumna, ikhandin, Virata e Drupada assalendo Bhishma nella pugna colpirono con saette il gran guerriero: ed egli, avendo ferito Dhrshtadyumna e Virata con tre saette, scagli un dardo ferreo contro Drupada.
Colpiti da lui i grandi arcieri, da Bhishma tormentatore di nemici, si infuriarono come serpenti calpestati.
ikhandin fer il grande Avo dei Bharatidi che nel suo animo, conoscendolo donna, non gli rispose.
Ma Dhrshtadyumna nella mischia, ardendo per lira come un fuoco, colp il grande Avo con tre frecce nelle braccia e nel petto; e Drupada con venticinque, Virata con dieci, ikhandin con venticinque missili fer Bhishma il quale a sua volta li fer con tre infallibili frecce per ciascuno, e con un dardo infranse larco di Drupada. Quello, preso un altro arco, fer Bhtshma con cinque frecce e il suo auriga con tre saette bene aguzze.
E allora Bhma e i cinque figli di Draupadi e i cinque fratelli Kekaya e Satyaki il Satvatk assalirono il Gangide. E di contro gli uomini di Bhishma rintuzzarono coi loro soldati lesercito dei Pnduidi, e sorse una grande e confusa battaglia.
Il combattente dal carro assaliva un altro simile combattente e lo spediva alle sedi di Yama; e cos uomini, elefanti, cavalieri, assalendone degli altri, li inviavano allaltro mondo con saette dai nodi ricurvi e con armi diverse terribili. E carri privi dei loro guerrieri coi cavalli volti in fuga correvano in tutte le direzioni e schiacciando uomini e elefanti.
E gli elefanti, privi dei loro guerrieri, schiacciando le loro proprie schiere si urtavano tenendo dietro a ogni sorta di grida. E cos i combattenti degli elefanti che senza pi elefanti correvano nella confusione degli avversari; e cavalli oriundi di pi paesi con aurei ornamenti correvano come il vento, a cento e a mille.
Gli elefanti, assalendo altri elefanti che correvano nella grande mischia, schiacciavano pedoni e cavalieri, e cos pure gli elefanti schiacciavano nella battaglia i carri, e i carri assalendo la fanteria e la cavalleria schiacciavano nella pugna altri cavalli e uomini: cos in molti modi essi si schiacciavano a vicenda.
In quel crudele spaventoso combattimento si produsse una raccapricciante fiumana le cui onde erano formate di sangue e di interiora, i banchi di sabbia da mucchi di ossa, con capelli per erbe e alghe, coi carri come stagni, con le saette per gorghi, coi cavalli per pesci, sparsa di crani che fungevano da rocce, piena di elefanti che facevano da alligatori, ricca di schiuma formata da corazze e diademi, con isole fatte di archi e con tartarughe rappresentate dalle spade, ombreggiata da quegli alberi che erano bandiere e insegne, masse di cadaveri, affollata di schiere di carnivori, accrescitrice del regno di Yama.

Vedendo Bhishma furibondo accerchiato dai Pnduidi, come al cessar dei calori estivi, il sole  circondato di nubi nel cielo, Duryodhana disse a Duhgsana: - Questo eroe e grande arciere, Bhishma distruggitore di nemici,  oppresso da ogni parte dagli eroi Pnduidi, devi prendere la sua difesa perch salvato dalla mischia, Bhishma, il nostro grande Avo, potr uccidere i nemici. Bhishma  oppresso da ogni parte dagli eroi Pnduidi, devi prendere le difese di quel magnanimo, perch salvato nella mischia, Bhishma, il nostro grande Avo, possa continuare a compiere imprese eroiche.
Cos sollecitato, Duhsana corse a difendere Bhshma insieme con una grande schiera; e allora il figlio di Subala con centomila cavalieri che avevano in mano dardi lucenti e portavano lance e mazze, superbi, veloci, forti, provvisti di bandiere sui cavalli, assal, circondandoli da ogni lato, Nakula, Sahadeva e il Pnduide.
Indi Duryodhana il re mand diecimila forti cavalieri ad assalire i Pnduidi. Sotto di essi che correvano veloci come uccelli nella battaglia, la terra colpita dai loro zoccoli tremava e rimbombava, e il fragore degli zoccoli dei cavalli alto sud, come di una foresta dai grandi tronchi che arda su un monte: e di sotto al loro calpestio una nube di polvere che si sollevava giunse sino al cielo e ricoperse il sole.
Il fuoco che era Bhishma ed aveva per focolare i carri, per fiamme gli archi, per combustibile spade lance e clave e per scintille le frecce, ardeva fra i guerrieri. Con frecce dalle penne dorate, munite di piume di avvoltoio, con saette e dardi muniti di barbe, Bhishma cospergeva lesercito nemico. Abbatteva bandiere e combattenti dal carro con le aguzze saette, e rendeva quei carri come boschi di palme nudi di foglie: egli nella sua furia rendeva vedovi di uomini i carri, e gli elefanti e i cavalli; e udendo il fischio che mandava la corda del suo arco, simile al sibilare del fulmine, tutti gli esseri si rannicchiavano. Infallibili volavano le saette partite dallarco di Bhishma e non rimanevano pendenti dalle corazze ma le perforavano. Si vedevano carri con sopra gli uomini uccisi, attaccati a veloci cavalli, trascinati per il campo di battaglia. Quattordicimila Cedi, Ki e Karsha, famosi, di nobile famiglia, pronti a morire, decisi a non tornare indietro, tutti con vessilli variati doro, assalendo Bhishma scomparivano come nella Morte che li attendesse a bocca spalancata, diretti allaltro mondo con i loro cavalli, carri ed elefanti.
E si vedevano dovunque carri con gli assi e i finimenti rotti o con le ruote infrante, a centinaia e a migliaia. E la terra era cosparsa di guerrieri abbattuti gi dal carro, di saette, di corazze infrante, di asce, di clave e mazze, di scimitarre, di frecce, di pezzi di carro, di faretre, di ruote spezzate, di braccia, di balestre, di spade, di teste ornate di orecchini, di guanti protettori della palma, di vessilli abbattuti e di archi in vari modi spezzati.
Verso Bhishma sul grande carro inattaccabile, che con masse di saette tormentava quei re, essi non potevano rivolgere gli sguardi come verso il sole folgorante che per saette ha i raggi. E mentre egli schiacciava lesercito dei Pnduidi, lastro dai mille raggi giunse al tramonto.
Allora tutti i Pnduidi, mandando innanzi ikhandin, e circondandolo da ogni parte, ferirono Bhishma con terribili proiettili, con asce ed accette, con dardi di balestre, con saette dalle penne auree, con lance giavellotti e con frecce di ferro. Ma lui pur con la corazza squarciata non vacillava, nonostante le ferite che gli venivano inferte. Ma quelle frecce affilate dalle auree penne, che ikhandin andava scagliando sulleroe dai grandi voti, penetrarono nel corpo di Bhishma; e allora il Diademato eccitato si diresse su Bhishma, mandandosi innanzi ikhandin, e gli spezz larco.
I Jayadratha, Bhurigravas, ala, alya e cos pure Bhagadatta, non perdonarono agli avversari di aver infranto larco del loro grande guerriero, e tutti e sette sommamente adirati assalirono il Diademato: misero in mostra straordinarie armi divine e quei grandi guerrieri aggredirono i Pnduidi e il rumore di essi che correvano suon uguale a quello degli Oceani in tempesta al termine di un eone.
Ammazzate! Rapite! Afferrate! Combattete! Tagliate!; tali voci confuse risuonavano e alludire questo confuso clamore i grandi guerrieri dei Pnduidi accorsero per proteggere Phalguna e fra costoro arse una battaglia tumultuosa da far rizzare i capelli, come nella guerra degli di contro i Dnava.
Ma ikhandin ottimo fra i combattenti dal carro, difeso dal Diademato, fer ancora con dieci saette Bhishma. Il Gangide aveva per preso un altro arco pi possente, ma Phalguna con tre saette taglienti glielo spezz; e nello stesso modo spezz ogni nuovo arco che prendeva Bhishma.
Questi, adirato, leccandosi gli angoli della bocca, afferr furibondo una lancia che avrebbe spezzato anche un monte e la scagli con furia contro Phalguna: ma questi, vedendola venire a volo splendente come una folgore, lanci cinque aguzze saette e con queste tagli in cinque punti quella lancia scagliata dalla forza del braccio di Bhshma, ed essa cadde a terra ormai inoffensiva. Vedendo spezzata quellasta, Bhshma invaso dallira pens: Sarei capace io con un solo arco di uccidere tutti i Pnduidi, se essi non fossero protetti dal fortissimo Vishnu? Per due cause oramai non combatter contro i Pnduidi: per la loro imbattibilit e per la qualit di ikhandin. Da mio padre, allorch egli spos Kali, mi fu dato di morire quando io voglia e il non poter essere ucciso in battaglia: perci io penso che sia giunto per me il tempo di morire.
Cos avendo deciso Bhshma dallo smisurato valore, i Veggenti e i Vasu, che stavano nellaria, gli dissero: - Ci che tu hai deciso, o eroe,  molto gradito a noi; esegui ci che desideri, o grande arciere; distogli lanimo dalla battaglia.
Al termine di queste parole spir un vento soave, piacevole, profumato, recante goccioline dacqua; e i tamburi degli di risuonarono con grande fragore e una pioggia di fiori cadde su Bhishma: nessuno eccetto Bhishma ud le parole degli di. Una grande ansiet si impadron dei trenta di, ora che Bhishma, caro a tutti loro, stava per cadere dal carro. E dopo che ebbe sentito le parole delle schiere divine, Bhishma figlio di ntanu non fece pi fronte al nemico, cos ferito dalle aguzze saette che gli avevano trapassato tutta la corazza. Allora ikhandin colp nel petto il grande Avo con nove taglienti dardi.

Bhishma il grande Avo dei Kuruidi, non si scosse, come un monte durante un terremoto; allora con forza Bbhatsu tese larco Gndiva e colp il Gangide con venticinque frecce: indi di nuovo in fretta con cento saette. Bhishma il grande Avo dei Kuruidi ancora non si scosse, ma il grande arciere cos parl a Duhgsana: - Il Prthide mi va colpendo con migliaia di saette, eppure io non posso esser vinto combattendo neppure dal portatore del fulmine; neanche uomini, di, Dnava e Rkshasa uniti sarebbero capaci di vincermi; come dunque possono dei deboli mortali?
Mentre parlava, ikhandin fer ancora Bhishma.
E allora di nuovo a Duhsana sorridendo disse: - Queste saette che al tatto sono come fulmini, con acute punte, penetranti profondamente, lanciate senza interruzione, non sono di ikhandin. Producono ferite, spezzano forti corazze e colpiscono come clave: non possono essere saette di ikhandin. Simili per tatto alla verga di Brahma, veloci come il fulmine, irraggiungibili, esse prostrano i miei spiriti vitali: non sono queste saette di ikhandin. Come serpenti infuriati vibranti la lingua e carichi di veleno, esse penetrano nelle mie ferite: non sono queste saette di ikhandin. Vanno distruggendo la mia vita come messaggeri di Yama, al tatto simili a colpi di clava: non sono queste saette di ikhandin. Tagliano le mie membra come nellautunno quelle delle mucche: queste frecce sono di Arjuna, non sono saette di ikhandin. Tutti gli altri re non mi recherebbero alcun danno, allinfuori delleroe dallarco Gndva.
Cos parlando Bhishma, come se volesse bruciare il Pnduide, gli lanci unasta ardente che mandava scintille, ma quello spezzandola in tre parti con tre saette, la fece cadere a terra. Allora Bhishma afferr uno scudo ornato doro e una spada, desideroso di ottenere in battaglia la morte o la vittoria.
Ma a lui, alleroe dallanimo ostinato che ancora non era sceso dal carro, fracass in cento pezzi lo scudo; e fu cosa mirabile a vedersi; e urlando come un leone esort i suoi eserciti: - Assalite il Gangide, non abbiate ombra di timore.
Allora quelli con giavellotti, missili e frecce innumerevoli, lanciando grida da leone si scagliarono contro il Gangide: e una mischia confusa ebbe inizio al decimo giorno della grande battaglia e apparve come il gorgo che fa il Gange nelloceano, e la terra aveva aspetto ripugnante, sozza comera di sangue, n vi si distingueva pi il terreno uguale o diseguale.
- Abbattete, afferrate, ferite, trascinate! - queste urla confuse si udivano attorno al carro di Bhishma che colpito da una grande quantit di dardi, a centinaia e a migliaia, non aveva sul suo corpo uno spazio largo un dito che non fosse ferito.

Cos, scarnificato dalle puntute saette, Bhishma cadde dal carro tenendo la testa volta verso oriente, mentre ancora poco rimaneva del giorno.
Ahim, ahim, un grande urlo si alz al cielo da ogni parte, vedendo cadere il grande Avo magnanimo, e insieme con Bhishma caddero tutti i cuori.
Leroe dalle lunghe braccia cadde facendo risuonare la terra come un fulmine, ma non tocc il suolo, coperto comera di frecce. E sul grande arciere giacente sul suo letto di dardi subentr una divina natura.
Su lui piovve Parjanya e la terra trem, e mentre il sole apparve dimezzato. E si ud nellaria una voce divina che pareva provenire da ogni parte: - Come il magnanimo Gangide, il migliore di tutti gli armigeri, completer il suo tempo, ora che  giunto il periodo in cui il sole avanza verso Sud?
- Io resto qui fermo - disse il Gangide avendo udito quella voce, e trattenne i suoi spiriti vitali, in attesa che il sole tornasse verso Nord.
Avendo sentito la sua decisione, la Ganga, figlia dell'Himalaya, mand da lui i grandi Veggenti sotto forma di cigni che vennero a vedere Bhishma grande Avo dei Kuruidi dove egli giaceva.
E quei savi veduto il magnanimo gli fecero attorno il giro rituale. Poi, dopo essersi consigliati fra loro dissero, i sapienti: - Bhishma, essendo un Perfetto, rimarr in vita durante il periodo in cui il sole avanza verso Sud.
Vedendo i cigni che dopo aver cos parlato si dirigevano verso la plaga meridionale, il figlio di antanu riflett, e disse loro: - Non io me ne andr affatto sinch il sole sia rivolto verso Sud: ci  fermo nel mio animo.
Andr alla mia residenza che gi fu mia anticamente, quando il sole torner verso Nord:  la verit che vi dico, o cigni. Essendo padrone dei miei spiriti vitali, io dispongo della loro dipartita; e perci li tratterr, deciso a morire quando il sole si volger a settentrione. E quella grazia che mi fu concessa dal mio magnanimo padre, che la mia morte possa aver luogo quando io voglia, essa trovi cos applicazione. Tratterr pertanto i miei spiriti vitali, poich il loro abbandono  in mio potere.
Cos egli rimase a giacere sul letto di frecce.
Caduto il Gangide, fra i due eserciti, gli eroi messe da parte le armi caddero in profondi pensieri. Alcuni piangevano, altri si gettavano a terra, altri svenivano, altri maledicevano la condizione di guerrieri, altri ancora rendevano onore a Bhshma.
I Vati e i Mani esaltavano leroe dai grandi voti, e anche i primi dei Bharatidi lo esaltavano. Ed egli, il valoroso, intento a meditare la grande rivelazione, attendeva il suo tempo.
Una volta abbattuto Bhshma di ntanu, il grande Avo dei Bharatidi, ogni pugna cess; i guerrieri erano pallidi in faccia e senza pi splendore, e vergognosi se ne stavano pieni di confusione a testa bassa.
Vedendo ritirarsi i Kuruidi, anche i Pnduidi fecero eseguire la ritirata ai propri eserciti.
Ritiratisi cos gli eserciti, tutti i re si tolsero di dosso le corazze e corsero presso Bhishma e a cento e a mille si accostarono al magnanimo, come gli di minori a Prajapati. Giunti presso a Bhishma giacente, si fermarono rendendogli omaggio, i Pnduidi insieme coi Kuruidi.
Allora ai Pnduidi e ai Kuruidi che prosternandosi gli stavano dinanzi, Bhishma di ntanu disse: - Il benvenuto a voi, o illustri, il benvenuto a voi, o grandi guerrieri. Sono lieto per la vostra vista. - E cos avendoli salutati, poich aveva il capo penzoloni disse: - Il mio capo  troppo sospeso, datemi su che appoggiarlo.
Allora i re portarono cuscini delicati e morbidi, ma il grande Avo li rifiut: - Questi non sono adatti per i letti degli eroi, o principi. - Poi, avendo visto il Panduide Dhananjaya, grande guerriero al cospetto di tutto il mondo, disse: - Dhananjaya dalle lunghe braccia, appronta al mio capo pendente un sostegno quale tu pensi sia adatto. - E quello, deposto il grande arco e reso omaggio al grande Avo, con gli occhi pieni di lacrime, disse: - Comanda, ottimo dei Kuruidi, eccelso fra tutti gli armigeri; io sono il tuo servo, o imbattibile: che cosa debbo fare, o grande Avo?
- La mia testa pende; dammi un sostegno adatto al giaciglio: presto, o eroe. Tu sei il migliore di tutti gli arcieri, conoscitore della legge guerriera e ricco di sapienza, bont e qualit.
- S - rispose leroe e rapido allopera afferr e benedisse il Gndiva e le frecce dai nodi ricurvi, quindi chiesta licenza al sommo dei Bharatidi con tre aguzze e veloci saette gli sostenne il capo. E poich il suo desiderio era stato inteso, Bhishma conoscitore della virt, si rallegr per il sostegno fornitogli.
- Lappoggio che mi hai dato  degno del mio giaciglio. Se tu avessi fatto altrimenti ti avrei maledetto, perch  disposto dalle nostre leggi, che un guerriero in battaglia deve dormire su un letto di frecce.
Poi rivolto a tutti, re e figli di re, che gli stavano attorno il Pnduide disse: - Io voglio giacere su questo letto sinch il sole non volga il suo corso: quelli che allora saranno vivi mi vedranno. Quando verso la plaga abitata da Vairavana si diriger lastro diurno radioso, riscaldando i monti col suo carro dal sommo fulgore, allora io abbandoner i miei spiriti, o amici. Venga scavata la fossa alla mia morte: io aspetter cos il sole, sul mio letto di frecce.
E voi cessate la battaglia, ponendo fine alle inimicizie, o principi.
Si accostarono allora dei medici, esperti nellestrarre saette dalle ferite, muniti di ogni sorta di rimedi. Ma al vederli disse: - Mandate via i medici, dopo aver dato loro la mercede e aver reso loro onore. Per essi non vi  nulla da fare sul mio corpo: ho raggiunto la suprema sorte celebrata nelle leggi dei guerrieri. Non  questo quel che la legge prescrive per me giunto sul letto di frecce: da queste frecce io debbo essere arso fino alla fine.
Udito il suo desiderio, Duryodhana conged i medici, onorandoli secondo il merito; e tutti si stupirono, quei re di varie contrade, vedendo la somma fedelt alla legge del fulgido Bhshma. I Pnduidi e i Kuruidi tutti fecero il rituale giro intorno al magnanimo che giaceva nel suo insigne giaciglio e avendogli reso omaggio, pensosi e molto afflitti, si avviarono alle loro tende, essendo ormai sera, sozzi comerano di sangue.
Giunta lalba, tutti gli eroi, re e principi, Pnduidi e Dhrtarshtridi si recarono dal grande Avo, e salutarono leroe ottimo fra i Kuruidi che giaceva nel suo letto eroico. Fanciulle con unguenti di sandalo, con grani arrostiti, e donne giovani e vecchie e spettatori di varie genti si raccolsero attorno al figlio di ntanu. Strumenti musicali, eteree cortigiane, attrici e ballerine danzarono e cantarono per il vecchio grande Avo dei Kuruidi; tutti insieme Kuruidi e Pnduidi si sedettero presso limbattibile domatore di nemici dai voti divini, cortesi luno collaltro, in ordine di grado e det.
Quella assemblea dei Bharatidi, affollata di centinaia di re, splendeva di luce di Bhishma, come nel cielo lorbe solare.
E risplendeva di re che sedevano presso il grande Avo, come quella degli di che siedono attorno al signore degli di.
Bhishma, soffocando il dolore con la sua fermezza, tormentato comera dalle frecce disse: - Io, col corpo tormentato dalle frecce e stordito dal tormento delle ferite, desidero dellacqua.
Allora quei guerrieri portarono di qua e di l boccali dogni grandezza e recipienti dacqua fresca. Ma vedendo quello che gli era stato portato, Bhishma di Cntanu disse: - Oggi io non posso ingerire cibi umani dati da uomini, o cari, mi trovo sul letto di frecce e sto aspettando il ritorno della luna e del sole.
Poi con un fil di voce si rivolse a Dhananjaya e disse: - Per refrigerare il mio corpo procacciami dellacqua, o Arjuna: tu sei capace, o grande arciere, di darmi dellacqua secondo il rito.
E Arjuna sal sul suo carro, e messa la corda al forte arco Gndva, la tese. Nelludire il rumore fatto nel tendere la corda, simile al fragore del tuono, tremarono tutti gli esseri e tutti i principi; indi, fatto il giro rituale col carro intorno al migliore dei Bharatidi ed ottimo degli armigeri che l giaceva, incocc una fiammeggiante saetta e recitando lincantesimo colp la terra al lato destro di Bhishma.
Subito sgorg uno zampillo puro e benefico di fresca acqua simile ad ambrosia, di gusto e odore divini.
Con quella fonte il Prthide confort Bhshma, egli il cui valore giungeva a operare cose divine. E dopo aver bevuto da quella fonte il grande eroe, visto assolto ogni cerimoniale che si conveniva, dipart dalla vita per divenire partecipe della eterna beatitudine.
Per questo fatto, somma meraviglia provarono tutti i re della terra; e a vedere questa opera straordinaria e sovrumana tremarono i Kuruidi, come mucche tormentate dal freddo. Per lammirazione sventolavano i loro mantelli da ogni parte e da ogni parte si sollevava un rumore confuso per il risuonare di conche e tamburi.
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I CAVALIERI DELLA TAVOLA ROTONDA.
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GAWAN ALLASSEDIO DI BEAROSCHE. di Wolfram Von Eschenbach.
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Gawan era animoso, ma sapeva esser coraggioso e insieme prudente senza che la vilt sfiorasse minimamente i suoi pregi.
Sul campo era una torre che si ergeva nelle pi aspre battaglie, chiaro a vedersi anche nella mischia. Il suo grido di guerra squillava alto a incitare la vittoria.
Gawan era partito da Art da molti giorni ormai. Il fiero eroe cavalcava dritto per la sua strada, e uscito da un bosco, stava attraversando col suo seguito una pianura, quando vide una colonna di gente, al seguito di molte bandiere, passare in possente sfilata.
Il sentiero  troppo lungo per ritornare nel bosco a nascondermi pens. Allora diede ordine al suo scudiero di stringere in fretta la cinghia al destriero Gringuljete dalle orecchie rosse: era il nome della bestia. Gawan laveva presa a un cavaliere con il quale si era scontrato a duello presso il lago Brumbane, ed era rimasto ucciso.
Gawan disse tra s: - Chi si scoraggia e fugge ancora prima desserci costretto, fa danno anzi tempo ai suoi pregi. Voglio muovere loro incontro, checch mi possa accadere; tanto mi hanno gi visto: sapr pur come uscirne.
Cos smont a terra, con la calma di uno che  arrivato alla sua stalla, per lasciar lavorare lo scudiero.
Innumerevole era la gente che cavalcava in quella colonna; vide vesti ben tagliate in eleganti fogge e grande numero di scudi che, allaspetto, non conosceva affatto, come non aveva mai visto le insegne che quelli portavano.
- Io sono uno straniero per costoro - disse Gawan.
- Di quella gente non ho notizia alcuna; se per questo. me ne vorranno, allora, prima che io debba loro voltare le spalle, impugner la spada e mi batter.
Avevano stretto la cinghia di Gringuljete, il destriero che laveva condotto per tanti perigliosi sentieri e che laveva portato allassalto in numerosi scontri: ora lo aspettava questaltra prova.
Gawan vide molti elmi preziosi, fioriti di eleganti cimieri. E un numero portentoso di lance dipinte di bianco, date in mano a giovani damigelli, ognuna con lo stemma del loro signore.
Gawan il figlio di re Lot not un grande trambusto e ressa: muli che portavano armature, e carriaggi colmi, procedevano in modo disordinato. E dietro di loro seguiva tutto un mercato con meraviglia di cose da barattare.
Cerano anche molte donne; di esse taluna portava in pegno, per amore donato, persino la dodicesima cintura. (Non erano regine, erano puttane e le chiamavano le mercenarie.) Ribaldi, giovani e vecchi, si sprecavano per numero: avevano le membra stanche per il viaggio. Qualcuno di loro sarebbe stato meglio a penzolare da un capestro, piuttosto che ingrossare quellesercito e fare disonore a una nobile gente.
Quellesercito che Gawan stava osservando, pedoni e cavalieri, gli pass davanti senza notarlo, credendo che egli fosse dei loro.

Mai, n al di qua n al di l del mare, fu vista una lotta pi superba di cavalieri: avevano forza e altezza dardire.
Uno scudiero che mostrava gran fretta, si diresse verso Gawan; al suo fianco galoppava un destriero con la sella vuota ma portava uno scudo nuovo. Con tutte due gli speroni pungeva senza riguardo il suo ronzino, voleva far presto ad arrivare, quasi che fosse diretto a uno scontro.
Gawan si mosse verso lo scudiero, lo salut, poi gli domand di chi fosse tutta quella gente.
Lo scudiero rispose: - Signore, volete farvi gioco di me? Se avessi meritato un tal affronto per scortesia verso di voi, allora ben altro castigo meriterei, ma in nome di Dio, voi conoscete gli uni e gli altri meglio di me. Perch dunque domandarmelo?
Gawan giur che di tutti quelli che gli erano passati dal davanti, lui non conosceva nessuno, e poi aggiunse: - Non fa onore ai miei viaggi che io, in verit, affermi di non avere mai visto alcuno di costoro in nessuno dei luoghi ove mi sono recato.
- Signore, se  cos, ho fatto male a non darvene conto prima. Il mio buon senso ha fallito - rispose luomo. - Giudicate voi la mia colpa secondo la vostra benevolenza. Poi vi dir volentieri ogni cosa, ma prima lasciate chio dica quanto mi rincresce della mia scortesia.
- Signore - rispose Gawan - ditemi dunque, in nome del cortese rammarico che provate, chi sono costoro.
- Quello che  passato avanti a voi e che nessuno certo pu fermare nel suo viaggio si chiama re Poydiconjunz; e con lui c il duca Astor de Lanverunz. Con loro viaggia un insolente, uno al quale mai una donna offr il suo amore: costui porta la corona dogni licenza e si chiama Meljahcanz. Fossero donne o fanciulle, egli non riserv mai loro un po damore, se le prese sempre con la violenza: lo si dovrebbe, per tal cosa, ammazzare.
Costui  il figlio di re Poydiconjunz e vuole darsi alla cavalleria; pieno di forza com, d spesso prova di ardimento. Ma che gli giova il suo coraggio? Una scrofa, quando laccompagnano i suoi porcellini, si difende con forza anche lei. Io non ho mai sentito che fosse apprezzato un cavaliere di coraggio ma senza cortesia: e non mancano quelli che mi danno ragione.
Signore, udite ancora e lasciate che vi dica ogni cosa. Davanti a voi c anche un grande esercito guidato da un uomo che  soggiogato dalla passione, il re Meljanz di Liz. Costui, senza necessit, nutre in s una proterva rabbia: causata da un amore non ricambiato.
Lo scudiero continu: - Signore, vi dir una cosa che vidi io stesso. Il padre di re Meljanz, sul letto di morte, fece venire a s i principi della sua terra. La sua vita, gi cos forte, era stata data in pegno senza salvezza, ed ora doveva pagare il pegno. In quellangoscia egli raccomand a tutti quelli che erano presenti, in nome della loro fede, di curarsi della sua famiglia, poi si rivolse a uno di loro, un principe che era il suo pi alto vassallo, uno provato nella fede, immune da ogni falsit, e lo preg di allevare il suo figlio. Disse: - Ora potrai provare su di lui la tua fede. Insegnagli a onorare gli stranieri e quelli della sua terra, e a fare parte delle sue ricchezze chi chiede nel bisogno - cos il re raccomand il suo figliolo, prima di trapassare.
Il principe Lyppaut fece tutto quello che il suo signore gli aveva chiesto sul letto di morte; nulla lasci dincompiuto, esegu ogni cosa fino alla fine. Il principe condusse il giovinetto a casa sua. Egli aveva due creature, a lui assai care: luna tale che, a dirla unamica perfetta, non le mancava altro che let, si chiamava Obie. Obilot era il nome della sorella. Fu Obie la causa di quello che avvenne. Un giorno il giovane re le chiese amore. Ella in cuor suo lo maledisse e gli domand che cosa sperasse per essere uscito cos di senno: - Se foste in et tale da avere passato ore gloriose con lelmo allacciato sopra la testa, e affrontato dure insidie, e teneste in pugno la palma della vittoria, e tornato qui ai miei piedi chiedeste quel che bramate da me, consentirei anche troppo presto al vostro volere. Voi mi siete caro, chi potrebbe negarlo? quanto Galoes lo fu ad Annore, che per lui, quando lo seppe perduto in una tenzone, volle morire.
- Madonna - rispose il principe - pure, a servizio damore saddice benevolenza, se si vuol fare giusto conto di un amore. Madonna voi spregiate cos i miei sentimenti. Avrei potuto trarre vantaggio dal fatto che vostro padre  mio vassallo e che tiene dalla mia mano molti castelli e tutta la sua terra.
- Chi  obbligato a voi da un feudo, vi serva anche in questo - disse ella. - Io non voglio avere feudi da nessuno: perch cos  la mia libert, ed io sono alta abbastanza per cingere qualsiasi corona possa essere posta su testa mortale.
-  stato vostro padre a insegnarvi ad avere tanta superbia? Se  cos, allora egli mi pagher il suo misfatto. Per questo porter le armi, e ne vedremo di colpi e di botte! Sia guerra o torneo, ne cadranno molte di lance spezzate.
E, rabbioso, part dalla fanciulla. Molto si dolse della sua rabbia tutta la gente della casa; se ne dolse anche Obie. A far fronte a tanta sventura, Lyppaut, lui che non ne portava colpa, si offr a giudizio e a dare molte altre riparazioni. Dritta o storta che volgesse la cosa, egli chiedeva una sentenza dei suoi pari, da una corte, cio, che fosse di principi: lui, che a questa storia, si era trovato senza sua colpa. Egli implor la graziosa benevolenza dal suo signore: ma a costui la rabbia aveva tolto ogni gioia.

Nessuno riusc a ottenere che Lyppaut facesse prigioniero il suo giovane signore: egli lospitava nella sua casa e non volle farlo, cos come non vorrebbe un uomo fedele anche oggi.
Il re, senza prendere congedo, cos come gli consigliava la sua insania, part di l. I suoi damigelli, figli di principi che erano stati insieme con lui in quella casa, tutti piangenti diedero sfogo al loro dolore.
Per loro, Lyppaut che non aveva alcuna colpa poteva ben vivere: non aveva allevato anche loro con fedelt, guida sicura a nobili costumi? Uno solo, il mio signore, non fu daccordo e si dichiar contro Lyppaut, quantunque anche a lui il principe avesse provato la sua fedelt.
Il mio signore  un francese, si chiama Lisavander. I damigelli, uno per uno, quando presero lo scudo di cavaliere, dovettero giurare guerra al principe. Molti figli di principi e altri, proprio oggi, sono diventati cavalieri per mano del re.
A capo del primo esercito  un uomo che sa bene cosa sia combattere duramente,  il re Poydiconjunz di Gors: egli conduce con s molti e bene armati cavalieri. Meljanz  il figlio di suo fratello: entrambi, sia il giovane che il vecchio, quanto a superbia e villania, si equivalgono. I due re sono cos presi dalla rabbia che vogliono andare fino a Bearosche dove aspramente dovremo conquistarci il favore delle dame; dovremo spezzare molte lance, e trafiggere molte corazze. Ma Bearosche  cos salda, che se avessimo venti eserciti e ognuno fosse pi grande di quello che abbiamo, si dovrebbe lasciarla inespugnata.
Io corro avanti di nascosto al mio esercito; ho sottratto ai figli di principi questo scudo, nella speranza che il mio signore possa trovare una tenzone e ricevere su questo primo suo scudo il colpo di lancia che gli verr dato in assalto.
A quel punto lo scudiero si volt a guardare. Il suo signore stava passando di fronte a lui, tra destrieri e dodici lance bianche si distinguevano nella schiera. La sua furia non avrebbe potuto restare celata a nessuno: anelava, con quella sortita, ad avere tutto per s il primo scontro.
- Signore - disse lo scudiero a Gavan, - lasciate che io mi congedi - e in tutta fretta torn dal suo signore.

Gawan, pens che non poteva far altro che indagare su quella storia. Ma il dubbio lo assal: - Debbo vedere combattere, o lasciare che tutto avvenga senza di me? Se lo facessi ogni mio pregio sarebbe mortificato. Daltronde, se entro in questa contesa e ne resto impigliato, perder certamente tutto. - Egli savvolse di queste pene: sarebbe stata cosa dura per lui di restare al di fuori; ma non voleva neanche passare oltre, senza prima indagare.
Pens: Iddio conservi la mia forza. E senza altra esitazione Gawan si avvi alla volta della citt di Bearosche.

Davanti a lui si ergevano un castello e una citt di tal fatta che nessuno avrebbe potuto mai avere casa migliore. Di fronte a lui brillava, magnifica, la corona di tutti gli altri castelli, bellamente ornata di torri. Gli eserciti si erano accampati nel piano l davanti. Gawan scorse un grande numero di tende sontuose, vide anche molte bandiere meravigliose e genti straniere dogni sorta.
Il dubbio era come una lama nel suo cuore; langoscia lo tormentava. Gawan pass l nel mezzo a cavallo. Bench le corde dei padiglioni si serrassero strette luna allaltra, il campo era lungo e largo e la via era agevole. Egli vide, gli uni qua, gli altri l, come accampavano e quel che facevano. A chi gli diceva: - Siate il benvenuto - lui ringraziava di rimando.
Una grande compagnia di armati si era accampata a unestremit del campo, erano fanti di Semblidac: subito dopo venivano degli arcieri di Kahati.
Ignoranza spesso vuol dire malevolenza, cos il figlio di re Lot cavalcava per il campo seguito dai suoi scudieri senza che qualcuno gli rivolgesse linvito di restare.
Gawan allora si avvio alla citt; pens: Se ho da essere considerato un intruso, sar pi al sicuro dentro in citt che qui presso costoro. Io non miro a guadagni, spero solo che la fortuna massista.
Gawan si diresse verso una porta, ma non pot entrare, perch a quei castellani non era parso di troppo murare tutte le porte della citt e munire ogni loro bastia di guardie.
Oltre a ci, sulle mura a ogni merlo attendeva un arciere con balestra, pronto a scoccare il colpo: tutti erano intenti a prepararsi per la guerra.
Gawan mosse in su, verso il monte, seguendo le mura del castello. E bench fosse ignaro del luogo, egli cavalc fin che trov un posto per fermarsi, proprio sotto le mura.
Qui i suoi occhi furono attratti a guardare delle nobili dame: la signora stessa del castello era venuta sulle mura e di l stava in vedetta con le sue due belle figlie che raggiavano dal volto chiari colori.
Intese che parlavano al suo riguardo.
- Chi mai pu essere quel cavaliere? - diceva la vecchia duchessa. - E che schiera pu essere questa, che si  accampata davanti alla citt?
E la figlia maggiore risponderle: - Madre, sono mercanti.
- Ma non vedi che gli portano dietro degli scudi?
- Questa  usanza di molti mercanti.
Ora parlava la figlia pi giovane, riferendosi a Gawan: - Tu lo prendi per quello che non . Vergognati, sorella, non pu essere un mercante.  persona dallaspetto tanto gentile che io voglio averlo mio cavaliere: il suo servire pu bene pretendere un premio; e io voglio donarglielo col mio amore.
Gli scudieri di Gawan notarono che l sotto, vicino al muro, stavano un tiglio e un olivo. Parve loro una felice scoperta.
Il figlio di re Lot smont di cavallo e l trov la migliore ombra. Il suo ciambellano, senza indugio, gli port un materasso e una coperta, su cui il valoroso campione si sedette, mentre dallalto una gran folla di dame lo stava a guardare.
Furono scaricati dai cavalli il suo corredo di gala e larmatura, e a parte, sotto altri alberi, presero posto gli scudieri che laccompagnavano.
La vecchia duchessa diceva: - Figlia, quale mercante potrebbe comportarsi in quel modo?
La giovane Obilot disse: - Gi altre volte villania la rese cos: non si volse ella con superbia anche contro Meljanz di Liz, quando egli le chiese amore? Maledetta sia la sua arroganza!
Obie in preda alla rabbia rispose: - Del suo portamento non mimporta; quelluomo per me  un trafficante: vedrete che bel mercato ne uscir. Guarda, sorella, che cura si prende delle sue casse il tuo cavaliere; lui stesso vuol essere il loro guardiano.
Tutti questi discorsi vennero alle orecchie di Gawan che stava allascolto.

Ma come andavan le cose nella citt?
Un canale navigabile scorreva l, passando sotto un gran ponte di pietra; e non si snodava tra i nemici; ma in unaltra parte, dove la campagna era intatta da eserciti. Or ecco giungere l al galoppo un marescalco che aveva lincarico di preparare il campo allesercito. Al momento giusto sarebbe stato seguito dal suo signore e dagli altri che devono seguire. Era il segno che qualcuno stava arrivando in aiuto del signore del luogo, per combattere con fedelt per lui: da Brevigariez il fratello suo, il duca Marangliez, che conduce con s due baldi cavalieri, il valoroso re Schirniel che cinge corona a Lyrivoyn, e suo fratello, il re di Avendroyn.
Quando i castellani videro che stavano per giungere aiuti, quello che era stato, prima, il consiglio di tutti, parve cosa malfatta.
Allora lo stesso principe Lyppaut disse: - Ahi, il triste giorno che Bearosche dovette murare le sue porte; daltro canto, se io uscissi armato dello scudo di cavaliere contro il mio signore, sarebbe la fine di mia miglior cortesia. Assai pi mi gioverebbe il suo favore, e mi saddirebbe anche meglio, piuttosto che odio s grande.
Che si direbbe della lancia tirata dalle stesse sue mani a trapassare il mio scudo, o se la mia spada dovesse trafiggere lo scudo del mio nobile signore? Se mai donna accorta lodasse tal cosa, dovrebbe essere una che non conosce pudore. Ora mettete che tenessi prigioniero il mio signore nella torre; ecco, dovrei liberarlo e andare io, sotto la sua scorta, nella torre.
Pure debbo ringraziare Iddio che egli non mi abbia suo prigioniero, poich la sua rabbia lo spinse a volermi qui assediato. Consigliatemi voi, dunque, con giudizio - disse egli volto ai castellani, - come affrontare questa dura bisogna.
Allora pi dun valente cavaliere gli disse: - Se la vostra innocenza vi avesse giovato, non si sarebbe giunti fino a questo segno. - E gli diedero istantemente il consiglio di aprire le porte e lasciare che i migliori uscissero fuori ad affrontare il nemico. Dicevano: - Ben siamo in grado di batterci in campo, piuttosto che difenderci da questi merli contro i due eserciti di Meljanz. La pi parte di quelli venuti allassedio col re sono fanciulli: ci tornerebbe assai facile catturare qualche ostaggio, gi altre volte la cosa fece svanire la grande rabbia. Forse il re che sa di dovere scendere a vera battaglia, allenter la sua stretta e ci risparmier la sua ira. A noi saddice assai meglio combattere in campo, piuttosto che farci prendere tra queste mura.
Dovremmo riuscire ad aprirci la via fino al loro campo, se la forza di Poydiconjunz non ci fermer. Il pericolo pi grande per noi sta in quei bretoni che sono al comando del duca Astor, sono loro che si vedono sempre attaccare per primi. E poi c Meljahcanz, il figlio di Poydiconjunz: se costui lavesse allevato Gurnemanz, anche pi alto sarebbe il suo pregio; pure, anche cos, si vede sempre nella schiera di quei che combattono. Ma contro costoro, ora ci sono giunti grandi aiuti.
Questo era il loro consiglio.
Il principe fece come gli avevano consigliato e smur le porte. I castellani, uomini di grande coraggio, cominciarono a uscire in campo, una schiera qui, una l.
Anche lesercito nemico prese ad avanzare arditamente verso la citt: molti e assai belli furono gli scontri del vespro. Da entrambe le parti si udivano grida di scudieri le pi diverse: l si gridava nelluna e nellaltra lingua, in scozzese e in francese. Le gesta dei cavalieri non conoscevano tregua, alto si levavano quelle braccia di eroi. Pure, la pi parte, erano ancora fanciulli, quelli dellesercito venuto fino l: essi compivano nobili imprese, e pi duna volta colsero i castellani alla sprovvista.

Cerano di quelli che mai avevano avuto gemma di dama; e pure, indosso, portavano vestiti quale non c il migliore. Meljanz portava un cimiero assai bello: quelluomo di alto ardimento montava il bel castigliano conquistato da Meljahcanz la volta che questi rovesci Keye cos alto dietro il cavallo da farlo restare sospeso a un ramo: appunto quel cavallo, che Meljahcanz aveva conquistato l con la forza, montava ora bellamente Meljanz di Liz. Questi si distingueva bene tra gli altri per le sue gesta, e gli occhi di Obie, venuta su al palazzo, non perdettero uno solo dei suoi colpi.
- Vedi - diceva, - sorella mia; in verit il mio cavaliere e il tuo si comportano ben diversamente. Quello tuo sembra in attesa che noi sabbia a perdere monte e castello.
- Egli sapr bene riguadagnare il perduto - rispose la sorella, - io conto ancora sul suo coraggio, cos che non avr pi a temere i tuoi scherni. A me offrir il suo servizio ed io a lui voglio fare pi grande la gioia. Dacch affermi che  un mercante, mercanteggi egli con me il premio del mio amore.
Gawan udiva distintamente le parole e lalterco delle due donne. Ma gli parve giusto non far motto, e sopport.
Pu un cuore puro non sentir la vergogna? La morte solo ha potenza di liberarlo.

Il grande esercito di Poydiconjunz riposava tranquillo: soltanto un valoroso giovinetto, il duca Astor di Lanverunz con tutta la sua cerchia, sera gettato nella mischia. Allora si mosse Poydiconjunz, il vecchio accorto cavaliere, e li ricondusse tutti indietro con s.
Compiuti erano i vespri combattuti per lamore di nobili dame.
Disse Poydiconjunz al duca di Lanverunz: - Perch non degnate aspettarmi? Qual bramosia di gloria vi spinge in battaglia? Credete forse daver fatto gran cosa? Qui v il valoroso Laheduman e anche il figlio mio Meljahcanz: quello che questi due, ed io stesso, sapremmo fare, quello, s, sarebbe combattimento da vedere, se aveste occhi per giudicare. Io non partir mai di qui, se non abbia saziato tutti noi di lotta, a meno che gli abitanti della citt uomini e donne, non si arrendano a noi.
- Mio signore - rispose il duca Astor, - vostro nipote Melianz, il re di Liz, fu il primo ad avanzare con tutta la sua schiera. Avremmo dovuto intanto, noi del vostro esercito, darci con zelo a dormire? Ci avete voi insegnato questo? Se  cos, dormir, quando si deve combattere: so bene, io, dormire mentre si combatte! Pure, credetemi, se io non mi fossi mosso, i castellani terrebbero gi nelle loro mani bottino e vittoria: fui io a preservarvi dallonta. In nome di Dio, addolcite la vostra ira; dalla vostra gente, s pi acquistato che perduto, se madonna Obie vuol essere buona testimone.
Anche se Poydiconjunz era gonfio di rabbia contro il suo proprio nipote, pure il giovine valoroso Meljanz usc dalla lizza con lo scudo traforato da molti colpi: del che non ebbe a soffrire il suo ancor verde pregio.

Obie intanto rivolgeva il suo odio contro Gawan, che, senza colpa, dovette sopportarlo: voleva tirare su di lui la vergogna.
Incaric un garzone di recarsi da Gawan, l dove egli sedeva: - Va e domanda se vende i suoi cavalli e se nelle sue casse c della stoffa che si possa comprare. Noi dame compreremmo subito quello che ha.
Il garzone ci and di corsa: fu accolto da Gawan con rabbia, avendo lui in precedenza udito le parole di Obie
I fulmini dei suoi occhi scaturirono lampi. Il garzone ne fu cos sconvolto che non domand, n disse altra parola di quanto la sua signora gli aveva comandato.
Gawan non lo lasci neanche parlare; gli grid: - Levati di qui, ribaldo. Avrai da me tanti ceffoni, da non riuscire a contarli, se osi avvicinarti.
Il garzone scapp, prima svelto, poi quando fu lontano, pi adagio.
Ma Obie non si arrese.
Preg un damigello di andare dal burgravio della citt, il quale si chiamava Scherules. Gli disse: - Devi pregarlo che faccia una cosa per me e che ci si metta risolutamente. Sotto gli olivi, l, presso il fossato, ci sono sette cavalli: vada, li catturi e in cambio avr da me molte cose preziose. Il mercante che li possiede ci vuole ingannare: pregalo di impedirglielo. Io maffido alla sua mano: prenda e non dia compensi; si tenga ogni cosa senza tema di biasimo.
Il damigello, corso gi, rifer ci che stava a cuore alla sua signora.
- Penser io a proteggere la tua signora da inganni - disse Scherules, - voglio correre l.
Mont a cavallo e si diresse sul monte dove stava Gawan, leroe che di rado dimenticava il coraggio: ma in lui Scherules non trov neppure unombra di meschinit. Anzi era una figura luminosa e fiera, un cavaliere assai bello di sembianze. Scherules lo squadr tutto,, ma ogni cosa trov perfetta.
Disse: - Signore, voi siete straniero; e a noi  venuto meno il senno a lasciarvi qui senza asilo. A ragione ci direte scortesi. Ora io stesso voglio essere vostro marescalco e mettere quello che ho, uomini e beni, al vostro servizio. Mai ospite giunto a cavallo trov signore di casa meglio disposto di me a servirvi.
- Vi ringrazio, signore - rispose Gawan. - Ancora non ho meritato questo onore, ma volentieri, vi seguir.
Scherules, il cavaliere adorno di lode, cos parl, come gli dettava la sua cortesia: - Poich  toccato a me lonore, sar io a guardarvi da perdite, purch lesercito di fuori non vi faccia prigioniero: ma io vi sar a fianco per difendervi.
Poi, con la bocca ridente, ordin a quanti scudieri egli vide: - Ricaricate tutte le vostre armature; scendiamo gi nella valle.
Quindi Gawan part con la sua guida.

Ora Obie, decisa nel suo proposito di denigrare Gawan, mand una cantastorie ben nota a suo padre, a riferire che l tra di loro era arrivato un falsario. - In nome del suo cuore di vero cavaliere, prega mio padre, dal momento che egli ha tanti mercenari venuti a servirlo per cavalli, per argento e per vesti, che dia loro, quale primo soldo, le cose di costui che sono ricche e preziose; solo con quelle potr mandare ben sette nuovi cavalieri sul campo.
La cantastorie disse al principe tutto quello che la figlia gli aveva mandato a dire. Se mai alcuno s trovato a far guerra, esso sa quanto bisogno si ha di prendere, dove si possa, ricco bottino.
Lyppaut era Cos oppresso dai mercenari, che pens subito: - Devo far preda di questa roba, con le buone o con le cattive.
Egli non lasci trascorrere tempo per andarne alla caccia.
Scherules gli venne incontro a cavallo e gli domand dove andasse con tanta fretta. - Cavalco sulla pista del truffatore: mi si dice di lui che sia un falsario.
Il nobile Gawan era innocente: il suo male veniva solo dai cavalli e dallaltro che egli si portava dietro.
Scherules non pot far a meno di ridere. - Signore, siete stato ingannato; chi vha detto tal cosa, uomo, donna che fosse, ha mentito. Il mio ospite  innocente: ben altra considerazione dovete avere di lui. Egli non ha mai posseduto conio da batter moneta, n, se volete dare ascolto a parola verace, mai ha portato borsa di cambiatore. Guardate il suo portamento, ascoltate le sue parole; lho lasciato test nella mia casa; se sapete giudicare costume di cavaliere, dovrete pensare bene di lui; egli non sattent mai a falsit. Se nondimeno alcuno gli fa violenza, sia pure il padre mio o il figlio mio, chiunque labbia in odio, parente o fratello mio che sia, dovr drizzare su di me la sua arma: io voglio difenderlo, salvarlo da ingiusta contesa, sio non perda il vostro favore.
Vorrei lasciare questo scudo di cavaliere, infilarmi in un sacco da frate e fuggirmene via dalla mia terra, lontano lontano ove nessuno mi conoscesse, piuttosto che voi, mio signore, commetteste su di lui atto che vi fosse di disonore. Assai meglio sarebbe per voi accogliere benevolmente quanti vengono qui e sanno del vostro travaglio, piuttosto che volere derubarli: astenetevi da una tal cosa.
Il principe rispose: - Conducetemi da lui e fate chio lo veda. Da questo non pu venirgli alcun male.
E mosse alla volta di Gawan. Due occhi e un cuore, quelli che Lyppaut port l con s, furono pronti a dire, alla vista dellospite, che nobile era il suo aspetto e che una vera tempra di uomo si scorgeva dai suoi atti.
Chi sia stato portato da vero affetto a soffrire pena damore, sa come che il cuore cada in balia di amore, sua preda e zimbello. Nessuna bocca pu dire a pieno i prodigi che amore pu fare. Sia donna o uomo, lamore assai spesso ne fiacca altezza di sensi.
Lamore di quei due, di Obie, e di Meljanz, era cos forte, e si nutriva di tale fedelt, che quando egli si part da lei: ella ne ebbe tale strazio, che mansuetudine si fece in lei rabbia sfrenata.
A pagare fu linnocente Gawan e gli altri che, per lei, dovettero soffrire. Colei venne meno al costume di dama, tanto sua gentilezza soffusc nella rabbia. Per lei era come avere uno spino negli occhi, il vedere uomini dalto valore: e il suo cuore non poteva a meno di dire che Meljanz, di tutti, era il pi alto.
- Se egli vuole che soffra - pensava - sar pronta a farlo. Io lamo, questo giovane dolce e valoroso uomo, pi di tutto al mondo: mi spinge a lui il mio cuore. Nella rabbia, spesso, parla lamore: or dunque a Obie non si poteva farne colpa.

Quando il padre ricevette nella sua casa il nobile Gawan, lo accolse con queste parole: - Sire, la vostra venuta pu giovarci a salvezza. Ho girato per molti paesi e mai visione pi grata si offr ai miei occhi. Il giorno della vostra venuta ha da essere il nostro conforto nella sventura: voi potrete aiutarci. - E lo preg perch scendesse in campo per lui. - Se vi manca larmatura, lasciate che ve ne provveda io una. Siate, vi prego, della mia schiera.
- Sarei pronto a farlo - rispose il nobile Gawan, - ho armatura e forza di membra; senonch il mio braccio  in tregua. Nella vittoria o nella sconfitta, sarei pronto a soffrire con voi: ma ora, signore, debbo tenermi in disparte, fino a che non si sia compiuta una tenzone nella quale la mia fede  impegnata. Per questo sono venuto qui, e potr godere del saluto dogni nobile gente solo dopo aver certezza della giusta causa; altrimenti sarebbe per me la morte.
Queste parole dettero pena al cuore di Lyppaut. Disse: - Signore, in grazia della vostra nobilt e cortesia, udite la mia innocenza. Ho due figlie che mi sono care, perch esse sono le mie creature. Dio mi ha fatto questo dono e io voglio vivere in gioia la mia vita. Mi considero fortunato, anche per il dolore che mi procurano: una di esse soffre in comunione con me! Ma ineguale comunanza  la nostra: perch a lei, il mio signore ha fatto offesa per amore e a me per disamore. Se intendo bene, il mio signore mi vuole fare violenza, solo perch non ho avuto figli maschi. Ma a me sono pi care le figlie. Solo per questo ho da soffrire? Una tal pena, io, voglio ascriverla a fortuna. Colui cui sia toccata in sorte una figlia, bench le sia vietata la spada, trova in essa difesa altrimenti preziosa: ella, castamente, gli procaccer un figlio pieno di forza. E io in questo nipote ripongo gi le mie speranze.
- E Dio ve lo conceda - disse Gawan.
Il principe Lyppaut lo preg ancora.
- Signore, in nome di Dio, lasciate questo discorso - rispose Gawan, il figlio di re Lot. - Fatelo anche in nome della vostra cortesia e non costringetemi a venir meno alla mia parola. Una cosa posso concedervi: questa notte vi dir quello che avr deciso di fare.
Lyppaut lo ringrazi e lo lasci. Alla corte egli incontr sua figlia Obilot e Clauditte, la figlioletta del burgravio, che giocavano.
- Figlia, che fai tu qui?
- Padre, sono scesa gi, perch confido che quel cavaliere straniero non mi respinga: voglio pregarlo di servirmi per compenso damore.
- Figlia, allora maprir a te: egli non ha consentito n rifiutato. Conduci tu a buon porto la mia preghiera.
La fanciulla saffrett ad andare dallo straniero. Quando entr nella stanza, Gawan salt su: la salut e si pose a sedere vicino alla dolce bambina. La ringrazi di averlo difeso, allorch era stato fatto segno a calunnie. Disse: - Se mai cavalire fu in angustia per cos piccola damigella, quello voglio essere io.
La dolce, chiara giovinetta disse senza ambage: - Dio m testimone, signore, che voi siete il primo uomo col quale io tengo discorso. Se in ci io non perdo cortesia e mia pudicizia, navr acquisto di gioia; la mia maestra mi dice che la parola  la veste dellanima.
Signore, io, in voi, prego me stessa: a voi mi spinge una vera pena. Vi dir quale, se mi ascoltate: se per ci mi terrete da meno, pure io non esco dal sentiero della misura, ch io, con voi, parlo con me stessa. Voi, in verit, siete me, anche se i nomi sono diversi. Sia, il vostro, il mio stesso nome ora siete e uomo e insieme fanciulla.
Cos, in voi io avr bramato me stessa. Se ora lascerete che, vergognosa, me ne parta senza avermi esaudita, il vostro pregio sar chiamato a renderne conto alla vostra cortesia: nella vostra grazia cerca rifugio la mia virginale fragilezza. Se vi degnate, voglio darvi amore con cuore fedele. Se avete sensi di uomo, penso che non lascerete di servirmi: io sono ben degna di servizio damore. E poich anche mio padre cerca aiuto da parenti e amici, non vi dispiaccia di servire ad entrambi e di attendere da me sola il compenso.
- Madonna - disse - dalla vostra bocca odo parole che vogliono sviarmi da fedelt. Eppure, infedelt dovrebbe essere invisa anche a voi. La mia fede soffre angustia per essere data in pegno: sio non la serbo, sono morto. Ma mettete che volgessi a servirvi tutte le mie forze: prima che voi possiate donarmi amore, dovreste vivere ancora cinque anni; tale  il termine che pone il tempo al vostro amore.
Qui Gawan si ricord delle parole di Parsifal, come egli confidasse pi nelle donne che in Dio. Il suo consiglio entr come messaggero della fanciulla nel cuore di Gawan.
Allora promise alla piccola dama che avrebbe portato le armi per lei.
- Nella vostra mano sia la mia spada! - promise Gawan. - Se alcuno brami battersi con me, sarete voi a correre allassalto, voi a combattere per me. Finch vedano me a combattere sarete voi, per mezzo mio.
- Questo non  troppo per me - disse la fanciulla. - Sar vostro schermo e vostro scudo, cuore e conforto, ora che mi avete sciolto dal dubbio. Vi sar compagna e guida nelle avversit della sfortuna, a voi dolce riparo. Il mio amore vi dar la pace, nel pericolo vi concilier la fortuna, cos che il vostro coraggio valga a difendervi finch siate al sicuro. E poich io sono vostro tutore e vostra tutrice voglio esservi vicino nel combattimento. Se avete fede in me, fortuna e forza non vi abbandoneranno.
Allora il valoroso Gawan disse: - Madonna, ora che vivo al vostro comando, voglio avere luno e laltro dono da voi, lamore e il conforto.
In quel momento la manina di lei si trovava tra le sue mani. Ella disse: - Signore, ora lasciatemi andare; una cosa mi sta ancora a cuore: che fareste senza il mio pegno damore? Troppo caro mi siete, per lasciarvi partire cos. Anchio mi devo adoprare a provvedervi della mia gemma. Quando la porterete, nessun altri potr superarvi nella gloria.
La fanciulla e la sua compagna di gioco gi erano per partire; entrambe offrirono ancora allospite Gawan i loro servigi. Egli sinchin a ringraziarle della loro benevolenza, poi disse: - Se foste gi nellet dellamore, per voi due anche un bosco che offrisse tante lance quanti ha rami e anche di pi, sarebbe piccola messe. Se la vostra giovinezza pu tanto ora, quando la userete nel vostro tempo avvenire, il vostro amore apprender a molte mani di cavalieri larte per cui uno scudo, a fronte di lancia, si frantuma.
Cos le due fanciulle, gioiose, libere di dolore, partirono. La figlioletta del burgravio disse: - Ditemi ora, mia padrona, che cosa avete in mente di dargli? Poich noi non abbiamo che bambole, se le mie sono un poco migliori, dategliele ed io non lavr a male: ci sar poco da litigare per questo.

Il principe Lyppaut viste Obilot e Clauditte che salivano avanti a lui, le preg di fermarsi.
Allora la piccola Obilot disse: - Padre, mai ho avuto tanto bisogno del tuo aiuto: ascolta e dammi consiglio. Il cavaliere mi ha detto di s.
- Figlia, quello che brami da me, purch io labbia, ti sar dato. Felice me che colsi in te tanto frutto. Giorno di benedizione  quello in cui mi nascesti.
- Padre, allora te lo dir, in segreto ti aprir il mio dolore. Consigliami tu nella tua benignit.
Egli preg che salisse sul suo cavallo.
Obilot esclam: - Allora, con chi andr la mia compagna?
A queste parole gran numero di cavalieri si fermarono: era nata tra loro contesa a chi dovesse prender Clauditte con s. Quella era fanciulla da convenire a ognuno; ma fu data a uno solo: anche Clauditte era bella a vedersi.
Cavalcando, il padre le disse: - Obilot, dimmi ora della tua pena.
- Ecco, ho promesso al cavaliere straniero un amuleto. Ma credo dessere stata fuori di senno. Se non avr nulla da dargli, come potr vivere ancora? Or che egli si  detto certo di servirmi, debbo arrossire di vergogna: io non ho nulla da dargli. Mai uomo fu tanto caro a una fanciulla.
Allora egli disse: - Figlia, conta su di me: io te lo procurer. Poich brami da lui che ti serva, ti dar di che soddisfarlo, purch la madre te lo permetta. Dio voglia che ne goda ancor io. Oh, luomo superbo e valente, quali speranze pongo in lui! Pure non gli avevo ancora parlato quando, stanotte, mapparve in sogno.
Lyppaut con la figlia Obilot and dalla duchessa.
- Signora, sosteneteci, abbiamo bisogno del vostro aiuto. Il mio cuore grid di gioia, quando Dio mi don questa fanciulla e mi liber dal cruccio.
- Quale aiuto volete da me? - disse la duchessa.
- Madonna, poich siete pronta ad aiutarci, Obilot chiede una veste migliore. Le pare desserne degna, ora che valente cavaliere brama il suo amore e le offre di servirla; egli vuole da lei un amuleto.
- Oh, il dolce uomo gentile! - esclam la donna. - Lo so, voi intendete lo straniero nostro ospite; il suo aspetto  lo splendore di maggio.
Laccorta donna comand di recare dello sciamito di Ethnise. Le fu portata anche una pezza non tagliata di seta di Thabronit della terra di Tribalibot. Nel Caucaso, loro  rosso, e i pagani ne trapungono, con mano esperta, molte stoffe di seta di grande bellezza. Lyppaut tosto comand di ritagliarne un vestito alla figlia: per lei egli avrebbe volentieri fatto a meno di tutte le sue stoffe, delle pi belle e delle meno belle.
Cos fu tagliato, su misura della piccola dama, un drappo trapunto doro; solo un braccio le rest nudo: perch una manica doveva essere donata a Gawan.
Questa era il suo presente: seta dOriente importata dalla lontana pagana.
La manica aveva toccato il suo braccio destro, ma non era stata attaccata al vestito; per cucirvela non era stato ritorto alcun filo. Clauditte la port a Gawan, allo splendido eroe: cos egli, per essa, fu immune da ansie.
Tre erano i suoi scudi: egli tosto la fiss sopra uno di essi. Ogni sua tristezza disparve del tutto: egli non tacque il suo grazie, sinchin pi volte a ringraziare anche il sentiero sul quale era venuta la fanciulla che cos benigna laveva accolto e cos amorosa laveva fatto ricco di gioia.
Il giorno ebbe fine e venne la notte. Grandi erano le forze dalluna e dallaltra parte, numerosi i cavalieri e bene armati: se lesercito di fuori non fosse stato tale fiumana, gi da molto quelli di dentro sarebbero usciti in battaglia. Essi ora apprestarono la loro linea di difesa pi avanzata alla luce della luna: seppero bene spogliarsi da paura e vilt.
Prima del giorno avevano gi costruito dodici larghi bastioni, cinti a difesa dun fossato, muniti ognuno di tre barbacani per le sortite a cavallo. Il marescalco di Kardefablet de Jamor si pose a guardia di quattro porte, davanti alle quali poi, il mattino, il suo esercito fu visto battersi valorosamente. Lo stesso superbo duca vi combatt da vero cavaliere: era il fratello della signora del castello (la consorte di Lyppaut). Egli aveva cuore anche pi saldo che talun altro intrepido cavaliere che sappia durar combattendo: perci egli affrontava spesso le fatiche della battaglia. Venuto di molto lontano, era entrato di notte nella citt col suo esercito, perch di rado schivava e il rischio e la lotta. Ora guardava a difesa quattro porte.
Anche quelli dellesercito accampato al di l del ponte, prima che venisse giorno, passarono dentro la citt di Bearosche, cos come il principe Lyppaut aveva comandato. Prima erano passati a cavallo sul ponte quelli di Jamor. Tutte le porte ebbero cos un tale presidio, che quando sorse il giorno apparvero munite a forte difesa.
Scherules ne scelse per s una che poi, insieme con Gawan, non lasci incustodita.
Allora furono uditi alcuni stranieri dolersi che si fosse fatta cavalleria senza che essi nulla sapessero e che i vespri fossero passati senza che ad alcuno di loro toccasse una sola tenzone. La lamentela era affatto senza ragione, perch ora, tenzoni se ne sarebbero offerte a iosa a quanti volessero uscire in campo a cercarne.
Le strade erano piene di armati: qua e l si vedevano, al chiaro della luna, passare continuamente bandiere ed elmi di grande pregio e lance belle a vedersi; le avrebbero portate poi in tenzone.
L, sulla piana davanti a Bearosche, anche uno zendado di Regensburg sarebbe parso di troppo scarso valore; ch, l, si vedevan cotte darme assai pi preziose.

La notte teneva il suo vecchio costume: sul finire si tirava il giorno appresso; ma questo non fu accolto dal canto delle allodole come accadeva sempre, fu invece teatro di molti scontri a echeggiare sonori. Era linizio della battaglia.
Si udiva il fracasso delle lance, proprio come se si squarciassero le nubi. Il giovine esercito di Liz sera fatto incontro a quelli del Lyrivoyn e al re di Avendroyn. Molti e ardimentosi, gli scontri risuonavano come quando uno getti le castagne intere sopra le braci.
Alla presenza di Gawan e Lyppaut, signore del castello per ventura e salute della loro anima, un prete lesse una messa. La cant a Dio e a loro, e ne ebbe acquisto la loro virt: cos voleva lordine cui obbedivano. Poi, a cavallo, si lanciarono in linea alla bastita dove prima molti valorosi cavalieri della schiera di Scherules, per difenderla, avevano combattuto da prodi; Poydiconjunz mosse con tali forze, che se ogni virgulto fosse unasta, non vi si vedrebbe selva pi fitta di quella che a guardarla pareva la sua schiera.
Egli entr nella lizza con sei bandiere, intorno alle quali saccese di primo mattino la lotta. Le trombe risuonarono strepitose, come il tuono che tiene gli uomini in angosciosa paura.
Il fragore dei tamburi gareggiava con lo squillate delle trombe. Neppure un filo di stoppia rimase immune dallessere calpestato.
Il duca Astor affront quelli di Jamor: gli scontri si inasprivano. Non pochi valorosi campioni venivano sbalzati da cavallo, ma continuavano la battaglia. Pi dun puledro vagava nella mischia senza padrone.
Gawan vide che il campo era tutto un groviglio, gli amici fin dentro la schiera dei nemici: allora, anche lui, si lanci allassalto.
A stento si poteva seguirlo con gli occhi. Anche Scherules e i suoi non risparmiavano i cavalli: Gawan li condusse allo sbaraglio. Quanti cavalieri abbatt, quante dure lance spezz, il messaggero della Tavola Rotonda!
Pareva pervaso dalla forza da Dio!
Quante spade risuonavan nellaria! Per lui luno e laltro esercito eran tuttuno: la sua mano era pronta contro quelli del Liz e contro quelli di Gors. Ben presto riusc a catturare alle due parti nemiche molti cavalli che si tir dietro fino alle bandiere del suo signore. L domandava se alcuno li volesse; ed erano molti ad accettare il dono; e tutti furono a un tratto fatti ricchi, grazie al loro nuovo compagno.
A grande carriera si fece incontro un cavaliere, uno che non faceva risparmio di lance: era Lisavander, il signore di Beauvais. Gawan il cortese gli fu addosso, e il giovane Lisavander si trov scaraventato a terra. Per Gawan si accorse che il suo scudiero era il giovane che qualche giorno prima gli aveva raccontato i motivi della tenzone, allora se ne dispiacque e gli restitu il cavallo. Lo scudiero sinchin a ringraziarlo.
Nel frattempo Kardefablet si aggirava a piedi sul campo di battaglia: era stato sbalzato da un colpo maestro, aggiustatogli dalla mano di Meljanz. I suoi uomini balzarono per sostenerlo gridando a gran voce Jamor! Jamor! e menavano a destra e a manca duri colpi di spada. Ma ormai erano circondati. Gli elmi rimbombavano sugli orecchi. Gawan allora prese i suoi uomini e sferr il suo assalto con forza: accorrendo con la schiera del suo ospite Scherules a difesa del valoroso Kardefablet. Quanti cavalieri allora furono messi a terra!
Il Conte di Muntane mosse contro Gawan. Ne nacque cos aspra tenzone, che il forte Laheduman si trov senza neppur capire sbalzato sul campo, e il superbo, valente, glorioso campione si arrese a Gawan.
Il duca Astor, avanti a tutti, combatteva vicinissimo ai bastioni: erano in corso molti impetuosi combattimenti. Si udiva gridare Nantes! Nantes!, il grido di guerra di Art: erano alcuni bretoni, i duri i cavalieri venuti di lontano. Li comandava il duca di Lanverunz. Poydiconjunz avrebbe potuto anche lasciarli liberi, quei bretoni: tali erano le loro gesta. Erano stati presi in un assalto ad Art, presso Montagne Cluse, dove avevano combattuto da prodi. Qui o ovunque si trovassero a combattere, gridavano Nantes: tale era il loro costume. Alcuni di loro avevano barba gi grigia, e tutti, per segno di riconoscimento, portavano un dragone sullelmo o sullo scudo, come nello stemma di Ilinot, il valoroso figlio di Art.
Che cosa poteva fare Gawan alla vista di quegli uomini?
Conosceva bene quello stemma, e il suo cuore si riemp di dolore. Lasci che quei bretoni si battessero ostinati; lui non volle entrare in lotta con loro: cos si fa, per lamicizia, anche oggi.
Cavalc invece contro lesercito di Meljanz contro cui quelli della citt si stavano battendo valorosamente, ma la forza del nemico era preponderante, cos si stavano ritirando verso il fossato.
Un cavaliere rosso in ogni sua parte svettava tra tutti per ardore: lo chiamavano linnominato perch nessuno lo conosceva. Era venuto da Meljanz tre giorni prima: e nebbero a piangere quelli della citt perch egli prestava il suo aiuto a Meljanz che gli aveva dato dodici scudieri di Semblidac, che lo servivano nelle tenzoni e negli assalti di schiera.
Quante lance gli venivano date in mano, tante ne consumava. Alti suonarono i suoi colpi nellurto, quandegli prese Schimiel e il suo fratello. Ma fece dellaltro: strinse alla resa il duca Marangliez.
Lo stesso re Meljanz combatteva ferocemente. Chi lo vide dovette ammettere che di rado un uomo cos giovane aveva fatto quello che lui stava facendo. La sua mano spacci una moltitudine di duri scudi: quante lance andarono in pezzi, l davanti a lui, tra le schiere che si serravano sulle schiere nellassalto! Il suo giovine cuore era cos grande che bramava di battersi: nessuno poteva soddisfarlo a pieno. Finch si trov Gawan a fronte.
Gawan prese dalle mani degli scudieri una delle dodici lance di Angram conquistate sul Plimizoel. Il grido di guerra di Meljanz era Barbigoel, la nobile capitale del Liz.
Gawan aggiust bene il suo tiro e la forte asta di canna di Oraste Gentesin fece apprendere a Meljanz cosa fosse il dolore: trapassato lo scudo, gli sinfisse nel braccio.
Fu una magnifica tenzone. Mentre Gawan lo colpiva, gli si ruppe in due la sella; cos i due eroi si trovarono a terra dietro i cavalli. Allora si diedero a percuotersi con le spade; e con tal foga che il loro falciare sarebbe stato pi che abbastanza per due contadini: ma qui ognuno dessi batteva non sul suo, ma sul covone dellaltro.
Gli scudi volavano a pezzi nellaria. Meljanz aveva anche la lancia confitta nel braccio e un sudore sanguinolento gli impediva la vista. Gawan lo costrinse a indietreggiare e poi lo strinse alla resa. Se il giovane nobile non fosse stato ferito, non si sarebbe cos presto acconciato ad arrendersi: un bel po ancora si sarebbe dovuto aspettare.
Il principe Lyppaut, il signore del paese, non risparmi ardore e coraggio. Contro di lui mosse a scontrarsi il re di Gors. Fu allora che genti e cavalli patirono strazio dai tiri degli esperti uomini di Kahati e dai fanti del Semblidac. I cittadini dovettero pensare a tenere indietro i nemici dalle loro posizioni, essi avevano fanti che difesero i bastioni come meglio non si poteva fare.
Quanti valorosi perdettero la vita per la rabbia di Obie; la stolta leggerezza di costei mise in travaglio molte genti. Che colpa poteva essere imputata a Lyppaut? Il suo vecchio re Schaut lavrebbe assolto di tutto.
Le schiere cominciavano a essere stanche: solo Meljahcanz si batteva ostinato. Del suo scudo non ne era rimasto tanto, giusto quant larga una mano; il duca Kardefablet lo aveva ricacciato indietro.
Il torneo era ormai fermo sulla piana. Ma ecco avanzare Gawan; e ne soffr Meljahcanz, perch neppure il valoroso Lancillotto gli si era fatto addosso con tanta foga, quando, venuto dal sentiero del Ponte della Spada per liberare Ginevra, sera scontrato con lui. Gawan si lanci allassalto. Che poteva fare ora Meliahcanz, se non spingergli addosso il cavallo con gli sproni? Molta gente era l a vedere la tenzone. Gawan, leroe di Norvegia, mise subito il nemico a sedere nel prato e i cavalieri e le dame che videro il colpo di Gawan furono pronti a far le sue lodi. Meljahcanz si trov dunque tra le gambe di cos tanti cavalli che mai pi, poi, ebbero pascolo derba. Sudore e sangue gli colavano gi per il corpo.
Quello fu giorno di mora per i cavalli e di preda per gli avvoltoi. Il duca Astor riusc per a sottrarre Meljahcanz da quelli di Jamor che gi si erano spinti avanti per catturarlo. Cos ebbe fine il torneo.

Chi combatt in quella guerra per alta meta di gloria o per il premio delle dame? Tra quelli della citt, uno si batt da prode per la piccola Obilot; tra quelli di fuori fu un cavaliere rosso: e questi due ebbero la palma.
Quando lo straniero nellesercito di fuori savvide che gli veniva meno il ringraziamento al suo servire da parte del re perch esso era stato preso e portato dentro la citt, si rec da quelli della citt che erano stati fatti prigionieri.
- Signori - disse loro, -  avvenuta una cosa dolorosa: il re di Liz  fatto prigioniero. Vi prego di mettere tutto il vostro zelo perch egli sia liberato in cambio vostro, oppure di aiutarmi a conquistare il Gral.
Il re di Avendroyn, Schimiel di Lyrivoyn e il duca Marangliez, previo giuramento donore, furono liberati. Ma essi non poterono dirgli dove fosse il Gral; sapevano solo che il custode del Gral era un re, il cui nome era Anfortas.
Quando il Cavaliere rosso sent queste parole, di rimando, esclam: - Se non potete esaudire la mia preghiera, allora andate dalla vostra regina e dite che colui che combatt per lei con Kingrun e con Clamide anela ora al Gral e tuttavia si strugge damore per lei. Ditele dunque cos, e che per questo vi ho mandati. Eroi, Dio vi protegga.
Preso congedo, essi cavalcarono verso la citt.
Poi il cavaliere disse ai suoi scudieri: - Quanto al bottino, non v da temere. Prendetevi tutti i cavalli che catturammo: lasciatene uno solo per me, perch il mio  pieno di ferite.
- Signore, vi ringraziamo per laiuto, cos generoso, che ci date. Ora siamo ricchi per sempre. - Dissero i bravi scudieri.
Per lui volle Ingliart dalle orecchie corte, quello sfuggito a Gawan mentre faceva prigioniero Meljanz. La mano del Cavaliere rosso lo trasse con s: di su quel cavallo, Parsifal in seguito avrebbe sforacchiato non poche bande di scudi.
Congedatosi, si mise in viaggio. Agli scudieri lasci quindici destrieri o pi, tutti senza ferite. Lo pregarono di rimanere: ma la sua meta era ben lontana. Il leggiadro si avvi verso contrade ove lagio non laspettava di certo: perch lui cercava solo di combattere. Ai suoi tempi, mai nessuno combatt tanto.

Quelli dellesercito di fuori, tutti in fila, cavalcarono verso i loro alloggiamenti per avere riposo. Dentro la citt, intanto, il principe Lyppaut parlava e domandava come fossero andate le cose: aveva saputo che Meljanz era loro prigioniero. Gli era andata bene: ora veniva per lui il tempo di confortarsi.

Gawan sciolse la manica, senza strapparla, dallo scudo, aveva posto pi in alto la sua gloria ma tuttavia era tutta pesta e sforacchiata; egli preg Clauditte di portarla a Obilot.
Grande gioia ne venne alla fanciulla. Il suo braccio era l, candido e nudo: subito ella vi infil la manica. E ogni volta che incontrava la sorella, diceva: - Chi mha fatto questo? - E laltra, con rabbia, sopportava lo scherno.
I cavalieri erano oppressi da grande stanchezza, avevano bisogno di riposo. Scherules di occup di Gawan e del conte Laheduman, ma cerano anche altri cavaliri che Gawan aveva fatto prigionieri sul campo, in quei giorni di grandi scontri. Il generoso Scherules li preg di sedere, come si usa fare con i cavalieri. Mentre lui e i suoi uomini, stanchi comerano, rimasero tutti in piedi davanti al re, finch Meljanz ebbe mangiato; e si adoprarono perch avesse buon trattamento.
Questo, a Gawan, parve troppo: - Se il re lo permette, sedete, voi che siete il signore di casa - disse Gawan, accorto; cos gli dettava sua cortesia.
- Il mio signore Lyppaut  il vassallo del re; lui, per primo, gli avrebbe fatto questo servigio, se il re si fosse degnato di accettare servigi da lui. Ma il mio signore, per ritegno, non osa venirgli dinanzi, perch non gode del suo favore. Se Dio ricomporr la loro amicizia, noi tutti saremo ligi al suo comando.

Allora parl il giovane Meljanz.
- La vostra cortesia fu sempre cos perfetta, nel tempo che soggiornai qui, che io non fui mai senza il vostro consiglio. Se allora vi avessi dato ascolto, oggi mi si vedrebbe felice. Ora aiutatemi, conte Scherules, io mi fido di voi, presso questi che mha nelle sue mani e presso Lyppaut il mio secondo padre, che mi si mostri benevolenza: luno e laltro saranno pronti ad ascoltare il vostro consiglio. Io non avrei perduto il favore di Lyppaut, se sua figlia si fosse trattenuta dallusare con me uno scherzo che susa solo con pazzi. Quello fu contegno sconveniente per una dama.
Il nobile Gawan esclam: - Qui, ora, si riconciliano due che nessuno, fuor che la morte, divider.
A questo punto arrivarono quelli che il Cavaliere rosso aveva fatto prigionieri e si presentarono al re: essi raccontarono come erano andate le cose.
Quando Gawan ebbe inteso di colui che aveva combattuto con loro e a chi si erano arresi, ed essi gli riferirono anche del Gral, allora non pot a meno di pensare che quel cavaliere era Parsifal; e ringrazi il cielo che Dio, in quelle giornate piene di scontri, li avesse tenuti luno lontano dall  altro.
La loro modestia aveva fatto che nessuno dei due dicesse il suo nome.
Rivolto a Meljanz, Scherules disse: - Sire, se posso rivolgervi preghiera, degnatevi di vedere il mio signore. Date ascolto di buon animo a quello che da due parti vi dicono gli amici e non siate arrabbiato con lui.
A tutti questo parve bene. Tutti gli uomini del seguito e i guerrieri della citt si avviarono per andare su alla sala del re.
Allora Gawan and a prendere il conte Laheduman e gli altri suoi prigionieri, e li invit a offrire la loro resa a Scherules. Come avevano promesso nessuno di loro si oppose.
Furono dati a Meljanz ricchi vestiti e una fascia per sostenere il braccio ferito, trapassato dal colpo di Gawan.
Gawan, per mezzo di Scherules, fece sapere alla dama Obilot che volentieri lavrebbe veduta per assicurarla della sua sottomissione e anche per prendere congedo da lei: - E ditele chio le lascio in consegna il re; pregatela di accoglierlo e di averne cura, cos che ne abbia lustro il suo costume.
Meljanz, udite queste parole, disse: - Obilot diverr corona dogni bont tra le donne. Mi si conforta lanimo, chio debba rendere a lei la mia sicurt e che lei sia a proteggere la mia vita.
- Sappiate allora che solo la sua mano vi fece prigioniero - disse il nobile Gawan. - A lei sola si deve la mia vittoria.

Scherules corse avanti a cavallo. L a corte, dame, fanciulle, cavalieri avevano indossato vestiti sontuosi: abiti poveri o meschini, quel giorno non sarebbero stati adatti.
Con Meljanz cavalcarono a corte tutti quelli che avevano lasciato in pegno la loro resa. Giunti a corte, salirono.
L, seduti, cerano Lyppaut, la consorte e le due figlie.
Il principe avanz incontro al suo re: grande era la calca nella sala, quando egli li accolse. Meljanz veniva avanti accanto a Gawan.
- Se non vi opponete - disse Lyppaut, - la vostra vecchia amica vi vuol ricevere con un bacio: intendo la mia donna, la duchessa.
Meljanz rispose subito al principe: - Volentieri accetto il bacio e il saluto di due delle dame che vedo qui; ma alla terza non concedo riconciliazione.
Ne piansero i genitori, mentre Obilot era assai lieta.
D re fu accolto con un bacio e con lui Schimiel e il fratello, due re ancor senza barba. Lo stesso ebbe il duca di Marangliez. Anche Gawan dovette ricevere il suo bacio, anzi lo pregarono di prendere in braccio la sua dama. Egli si strinse al petto la leggiadra piccola come fosse una bambola: era preso damoroso piacere.
Rivolto a Meljanz Gawan disse: - La vostra mano mi ha promesso che lavreste protetta: ora date anche a lei questa promessa, perch da me, siete libero. La fonte dogni gioia sta nelle mie braccia: siate dunque suo prigioniero.
Meljanz allora si fece pi vicino alla fanciulla; ella si serr pi stretta al petto di Gawan, ma dovette tuttavia ricevere il solenne impegno del re.
- Sire, se  vero che il mio cavaliere  un mercante, come sostiene mia sorella, avete sbagliato ad arrendervi a lui - disse Obilot.
Ella poi lo preg di giurare la resa, la mano in mano, a sua sorella Obie. - Abbiate in lei la vostra amica, per lei cercate la gloria: ed ella abbia sempre in voi il suo signore ed amico: a nessuna delle due parti concedo altra scelta.
Dio parlava dalla sua tenera bocca: e la sua preghiera fu accolta dalluna parte e dallaltra. Madonna Amore, con la forza del suo potere e per la fede del cuore, ridest nuovo lamore di quei due.
La mano di Obie scivol di sotto al mantello ad afferrare il braccio di Meljanz: tutta piangente, la sua rossa bocca lo baci l dove egli era ferito di lancia. Molte lacrime, fluite gi dagli occhi lucenti di lei, gli innaffiarono il braccio. Chi la faceva s ardita l davanti alla gente? Era amore, lantico e sempre giovane amore.
Lyppaut, cos, vide fatta la sua volont; mai gli era avvenuta cosa s cara. Dio poi gli concesse lonore di potere chiamare la figlia Sua Signora.
Qualche tempo dopo Gawan sal a palazzo e prese congedo. Obilot ne pianse assai; ella lo preg: - Portatemi via con voi. - Ma la preghiera della dolce piccola fanciulla non fu accolta da Gawan, e a fatica la madre pot staccarla da lui.
Allora egli disse addio a tutti. Lyppaut gli si offerse ad ogni servigio, perch lamava di cuore. Scherules, il suo generoso signore di casa, accompagn il prode campione con tutto il suo seguito; e poich il cammino di Gawan saddentrava in un bosco, gli diede la scorta di un cacciatore e provviste per lungo tratto. Cos il valoroso eroe prese congedo. Triste era il cuore di Gawan.
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I CAVALIERI DELLA TAVOLA ROTONDA.
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IL MIRACOLO DI GALAHAD. di Sir Thomas Malory.
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Dopo aver vagato invano in molte terre, un giorno ser Galahad si ferm per riposare in una abbazia dove fu informato della presenza di re Mordrains. Allora decise di rimanere finch non lavesse visto e incontrato.
La mattina seguente, dopo aver udita la Messa, ser Galahad si present al re, che da lungo tempo era cieco. E non appena sent il nome di ser Galahad, Mordrains si rivolse a lui dicendo:
- Ser Galahad, leale cavaliere e fedele servitore di Ges Cristo, ho atteso per lungo tempo dincontrarti e gi cominciavo a disperare! Abbracciami e lascia chio senta il calore del tuo petto, sicch io possa riposare fra le tue braccia! Tu sei il pi puro tra tutti i cavalieri, sei come il fiore del giglio che rappresenta il simbolo della verginit; come la rosa, che  del colore delle fiamme e simboleggia tutte le buone virt. In te c il fuoco dello Spirito Santo e la mia carne, che ormai era tutta morta per vecchiaia, ritorna giovane.
Ser Galahad commosso dalle parole del re, lo abbracci in tutta la persona e lo strinse a s.
- Buon Signore Ges Cristo - esclam re Mondrains, - ora che finalmente ho trovato quel che cercavo, ora, io ti prego, che Tu venga a visitarmi.
Nostro Signore ud la sua preghiera, e lanima di lui dipart dal suo corpo.
Ser Galahad lo seppell come si conveniva a un re, e poi ripart per il suo peregrinare.
 
Dopo un giorno di viaggio periglioso arriv in una foresta, dove trov una sorgente dacqua che ribolliva. Ma, appena ser Galahad vi immerse la mano, quella cess di bollire e il calore disparve. Quella sorgente che aveva propriet di medicamento era usata dalle genti, ma quel calore non poteva permanere con la pura verginit del cavaliere, e non appena la cosa si seppe, nel paese venne considerata un miracolo, e da allora quella polla dacqua fu chiamata la Sorgente di Galahad.
Proseguendo il suo cammino ser Galahad arriv nella contrada di Gore, nellabbazia dove era da poco passato ser Lancillotto e aveva trovato la tomba del re Bagdemagus. Ma ser Galahad trov ancor di pi, perch vide la tomba del figlio di Giuseppe dArimatea e quella di Simian, che erano sfuggite a ser Lancillotto.
Poi, guardando in una cripta sotto la chiesa, ser Galahad vide una tomba che ardeva meravigliosamente. Allora domand ai frati di chi fosse e perch ardesse.
- Messere - risposero, -  un fatto meraviglioso e inspiegabile. La leggenda dice che non cesser mai di ardere se non per opera di colui che sorpassa in bont e in cavalleria tutti quelli della Tavola Rotonda.
- Vorrei potermi avvicinare - chiese ser Galahad.
- Volontieri - risposero i frati.
Discesero dei gradini e lo condussero nella cripta. Giunto davanti alla tomba, subito le fiamme vennero meno, e il fuoco, che per tanto tempo era stato s forte, sestinse.
Allora una voce disse:
- Messere, tu devi ringraziare Iddio che ti ha concesso la buona fortuna di poter togliere le anime da una pena terrestre e di metterle nelle gioie del paradiso. Messere, io sono della tua stirpe, e ho dimorato in questo calore per ben trecentocinquantaquattro anni per purgarmi del peccato che commisi contro Giuseppe dArimatea.
Allora ser Galahad sollev fra le braccia il cadavere, lo port nella chiesa, dove lo depose; e il mattino seguente recit luffizio religioso, e lo seppell davanti allaltare maggiore.
Quindi elev a Dio una preghiera per raccomandare quei Santi frati, poi ser Galahad part, e cavalc per cinque giorni per arrivare dal Re Mutilato.
Ser Percival intanto, durante quei cinque giorni, seguiva le sue piste, e seppe di come ser Galahad aveva raffreddato lacqua della sorgente e spento le fiamme che ardevano sulla tomba.
Un giorno, uscendo da una grande foresta sincontr con ser Galahad e proseguirono insieme. Mentre procedevano su un sentiero incontrarono ser Bors che cavalcava da solo.
Grande fu la loro gioia. Lui li salut ed essi gli riconobbero lonore delle buone avventure, e si raccontarono scambievolmente quel che avevano fatto.
Disse allora ser Bors:
- E pi dun anno e mezzo chio non mi corico in dimore degli uomini, ma solo in selvagge foreste e montagne. Ma Dio  sempre stato il mio conforto.
Proseguirono a lungo sul sentiero prima di giungere al castello di Carbonec. Quando vi entrarono re Pelles li riconobbe, e allora prov una grande gioia, perch comprese che essendo ritornati essi erano riusciti nella cerca del Santo Graal.
Ser Eliazar, figlio di re Pelles, mostr loro la spada spezzata con la quale Giuseppe era stato ferito attraverso la coscia. Allora ser Bors ci mise le mani sopra dicendo che forse egli poteva ricongiungerne i pezzi, ma non riusc. La pass a ser Percival, ma questi non riusc meglio di lui.
- Prendetela voi - disse ser Percival a ser Galahad, - perch se essa ha mai da essere rimessa assieme da un uomo vivente, questi non potete essere che voi.
Allora ser Galahad prese i pezzi e li mise assieme, e subito parve ad essi come se la spada non si fosse mai spezzata e fosse stata appena forgiata. E quando quelli del castello videro quel miracolo, diedero quella spada a ser Bors, perch egli era un cos buon cavaliere e degno uomo.
Ma un poco prima di sera la spada salz, grande e meravigliosa e tutta fiammeggiante, e tutti i presenti si sbigottirono. Ed ecco che subito dopo, in mezzo ad essi si lev una voce, che disse:
- Coloro che non debbon sedere alla tavola di nostro Signor Ges Cristo escano di qui, perch ora i veri cavalieri saranno cibati.
Allora tutti uscirono, salvo re Pelles ed Eliazar suo figlio, che erano santi uomini, e una vergine che era sua nipote. Nella sala restarono solo i tre cavalieri con questi tre. Ma subito dopo dei cavalieri tutti armati entrarono dalla porta della gran sala si tolsero lelmo e deposero le armi, e poi si rivolsero a ser Galahad. Uno di essi disse:
- Messere, noi ci siam molto affrettati per esser con voi a codesta tavola dove il sacro cibo sar distribuito.
- Siate i benvenuti - rispose ser Galahad, - ma da dove venite? - Tre di essi dissero che provenivano dalla Gallia, altri tre dallIrlanda, e altri tre dalla Danimarca.
Mentre sedevano a tavola, quattro gentildonne portarono un letto di legno sul quale cera disteso un buon uomo ammalato con una corona doro sul capo. Deposero quel letto nel mezzo della sala, e senza dir parola se ne andarono.
Il re alz la testa e disse:
- Ser Galahad, buon cavaliere, voi siete il benvenuto, da molto ho desiderato il vostro arrivo, perch nessun uomo avrebbe potuto sopportare cos a lungo la mia pena. Ma ora spero in Dio perch la mia sofferenza venga alleviata e che il mio momento sia venuto. Cos io uscir di questo mondo come mi era stato promesso tanto tempo fa.
Non appena egli fin di parlare, una voce disse:
- Fra di noi ce ne sono due che non sono della Cerca del Santo Graal. Che essi escano!

Allora re Pelles e suo figlio uscirono. Ai rimasti sembr che un vecchio e quattro angeli scendessero dal cielo. Egli era vestito come un vescovo e teneva in mano una croce, e i quattro angeli che lo portavano su un seggio, lo deposero davanti alla tavola dargento, dovera il Santo Graal.
Il vecchio parea aver nel mezzo della fronte scritte queste parole: - Giuseppe, il primo vescovo della cristianit, quel medesimo che Nostro Signore soccorse nella citt di Sarras nel palazzo spirituale.
I cavalieri rimasero fermi per lo stupore perch sapevano che quel vescovo era morto da pi di trecentanni.
- Ah, cavalieri - disse il vescovo, - non meravigliatevi perch io fui un uomo del vostro mondo.
In quel momento udirono la porta della grande sala aprirsi, e videro quattro angeli venire avanti: due reggevano delle candele di cera, il terzo portava un panno, e il quarto una lancia che gocciava sangue meravigliosamente, e le gocce cadevano in una coppa che teneva con laltra mano.
Poi deposero le candele sulla tavola, il terzo immerse il panno nella coppa, e il quarto tenne la sacra lancia diritta sulla coppa. Il vescovo, come se stesse celebrando una Messa, prese unostia fatta di pane: e quando la lev in alto, apparve il viso di un bambino con il volto splendente come un fuoco, il quale si immedesim nel pane, e tutti i presenti videro che quellostia era formata di carne umana. Poi il vescovo rimise lostia nella sacra coppa e procedette a celebrare la Messa.
Quindi si avvicin a ser Galahad e lo baci, e gli disse dandar a baciare i suoi compagni. Ser Galahad subito ubbid.
- Ora - disse il vescovo, - servitori di Ges Cristo, voi vi ciberete in questa tavola di dolci vivande che mai nessun cavaliere ha assaggiato.
Detto questo, il vescovo scomparve dalla grande sala.
I cavalieri sedettero alla tavola in gran timore e dissero le loro preghiere. Allora videro uscire dalla sacra coppa un uomo che aveva tutti i segni della Passione di Ges Cristo aperti e tutti sanguinanti. Luomo disse:
- Miei cavalieri e servitori, miei figliuoli, che siete usciti dalla vita mortale a quella spirituale, io non voglio pi celarmi a voi, ma ora vedrete una parte dei miei segreti e delle mie cose nascoste. Ricevete e tenete lAlto Ordine e il cibo che avete tanto desiderato.
Quindi prese la sacra coppa e si avvicin a ser Galahad, che subito si inginocchi per ricevere il Salvatore. Dopo di lui anche i suoi compagni lo ricevettero; e parve loro cos dolce che sarebbe stato impossibile narrare.
Poi Egli disse a ser Galahad:
- Figliuolo, vorresti tu ci chio tengo fra le mie mani?
- Non avete che a dirmelo - disse Galahad.
- Questa - disse, -  la sacra coppa dalla quale mangiai lagnello il giorno di Pasqua. Ed ora hai veduto ci che pi dogni altra cosa desideravi vedere. Ma non lhai ancora vista cos apertamente come la vedrai nella citt di Sarras, nel palazzo spirituale. Perci tu devi partire e portare con te questa sacra coppa, perch questa notte essa partir e qui non sar mai pi vista. E sai perch? Perch essa non  servita e venerata al modo giusto dalla gente di questo reame, poich essi si son dati a mal vivere e perci io li diseredo dellonore che avevo fatto loro.
Andate domattina al mare, voi tre cavalieri, dove troverete la vostra nave, e con voi prendete la spada con la strana cintura e nessun altro venga con voi.
Voglio anche che prendiate del sangue che cola dalla punta di questa lancia, con il quale aspergerne questo Re Mutilato sulle gambe e sul corpo che cos riavr la salute.
- Signore - chiese Galahad, - perch questi altri compagni non possono venire con noi?
- Come io mandai i miei apostoli uno qui e un altro l, cos voglio che voi vi disperdiate. Due di voi morranno nel mio servizio, ed uno ritorner per darne notizie.
Indi Egli diede loro la benedizione e poi scomparve.
 
Ser Galahad si rec subito alla lancia, chera deposta sulla tavola, e tocc quel sangue con le dita; dopo di che and al letto dove giaceva il Re Mutilato e ne asperse le gambe e il corpo. Indi lo rivest, e subito lui si alz in piedi scendendo dal suo letto come uomo risanato e ringrazi Iddio daverlo guarito.
In seguito abbandon il mondo e and a stare in una casa di monaci cistercensi, e divenne un santuomo.
In quel medesimo giorno, verso la mezzanotte, una voce risuon in mezzo ad essi, e disse:
- Figli miei e non miei capitani, amici miei e non miei guerrieri, partite di qui e recatevi dove meglio sperate di operare come vi ho ordinato.
- Grazie a Te, Signore - essi dissero, - per averci chiamati Tuoi figli! Ora possiamo provare di non aver sprecato le nostre fatiche.
Poi in tutta fretta si rivestirono delle loro armature e partirono. i tre cavalieri di Gallia, uno dei quali si chiamava Claudine, figlio del re Claudas, e gli altri due erano grandi gentiluomini, ser Galahad disse che se fossero passati alla corte di re Art, salutassero il mio signore, ser Lancillotto mio padre, e tutti i cavalieri della Tavola Rotonda pregandoli che non se ne scordassero.
Cos ser Galahad, ser Percival e ser Bors partirono e cavalcaron tre giorni prima di giungere alla riva del mare, dove trovarono la nave ad aspettarli.
Quando furono a bordo videro appoggiata sul letto la tavola dargento che essi avevano lasciato nel castello del Re Mutilato, e la Santa Coppa, che era coperta da un panno rosso sciamito: e furono felici daver con s queste cose.
Essi si inchinarono di fronte a quelle Sacre Testimonianze, e ser Galahad singinocchi e preg a lungo Nostro Signore di poter lasciare questo mondo quando lo chiedesse. Mentre pregava ud una voce che diceva:
Ser Galahad, la tua preghiera sar esaudita: quando chiederai la morte del tuo corpo, tu lavrai, e allora avrai la vita dellanima.
Allora ser Percival, che aveva udito, lo preg per lamicizia che cera fra loro, di dirgli perch avesse chiesto quelle cose.
- Ora te lo dir - disse ser Galahad. - Laltro giorno, quando vedemmo parte delle meraviglie del Santo Graal, io sentii dentro al cuore tanta gioia quale, credo, nessun uomo terreno avesse mai provato. Quindi so che quando il mio corpo sar morto, la mia anima avr grande gioia nel vedere la Benedetta Trinit ogni giorno e la maest di nostro Signore Ges Cristo.
Allora i due cavalieri dissero a ser Galahad:
- Su questo letto tu dovrai giacere, perch cos  stato scritto.
Lui dunque si distese e dorm a lungo. Quando si risvegli e guard oltre la murata della nave, vide dinnanzi a s la citt di Sarras.
Essi portaron fuori della nave la tavola dargento. Ser Galahad lasci passare avanti ser Percival e ser Bors e lui li segu. Cos entrarono nella citt e appena passata la grande porta, incontrarono un vecchio curvo. Ser Galahad lo chiam e lo preg daiutarli a portare quelle cose pesanti.
- Sono dieci anni - rispose il vecchio, - che io non posso camminare senza grucce.
- Non badarci - gli disse ser Galahad, - alzati e mostra la tua buona volont!
Egli prov ad alzarsi, ed ecco che si trov sano comera una volta. Allora corse alla tavola che stava dalla parte opposta di ser Galahad.
Nella citt si sparse immediatamente la voce che un mutilato era stato guarito da meravigliosi cavalieri cherano entrati.
Quando il re di quel paese, che si chiamava Estorase, venne a sapere tutto ci, e vide quei cavalieri, domand loro da quali terre venivano e che cosa era ci che portavano sulla tavola dargento. Essi gli rivelarono la verit del Santo Graal e del potere che Dio vi aveva messo. Ma quel re, che era un gran tiranno e proveniva da sangue pagano, li prese e li imprigion in una profonda prigione.
Ma, appena furono in prigione, nostro Signore mand loro la Santa Coppa, dalla quale essi si nutrirono mentre giacevano in quella cella.
Alla fine di quellanno accadde che quel re sammalasse e si sentisse morire. Allora mand a prendere i tre cavalieri, e quando furono davanti a lui, implor il loro perdono per quel che gli aveva fatto: essi generosamente lo perdonarono, e subito dopo mor.
Tutta la citt rimase sbigottita a quella morte, non sapevan chi potesse sostituire il loro re. Ma mentre tenevano consiglio, una voce discese fra loro ordinando che scegliessero per loro re il pi giovane dei tre cavalieri perch esso conserver voi e tutti i vostri.
Quindi ser Galahad fu eletto re con il consenso di tutta la citt, compresi coloro che lavrebbero voluto uccidere. E quando egli and a visitare il suo reame, fece costruire sopra la tavola dargento uno scrigno doro e di pietre preziose che coprisse il sacro vasello, ed ogni mattina allalba i tre cavalieri si recavano davanti ad esso a recitare le orazioni.
Alla fine dellanno e nella medesima domenica in cui a ser Galahad avevano posto in testa la corona doro, lui e i suoi compagni si alzarono di buonora e andarono al palazzo. Quando si recarono dinnanzi alla Sacra Coppa trovarono un uomo inginocchiato, che aveva le sembianze dun vescovo con intorno una moltitudine dangeli come fosse Ges Cristo in persona. Luomo si alz e cominci la Messa di Nostra Signora. Dopo la consacrazione, chiam a s ser Galahad e disse:
- Vieni avanti, servo di Ges Cristo, e vedrai ci che hai tanto desiderato vedere.
Ser Galahad cominci a tremare quando contempl le cose spirituali. Poi alz le mani al cielo, e disse:
- Signore, io ti ringrazio, per avermi mostrato quel che desideravo pi dogni altra cosa. Ora, Signore benedetto, non vorrei pi vivere in questo miserabile mondo, se cos ti piace, Signore!
Il santuomo prese in mano il Corpo del Signore e lo porse a ser Galahad che lo ricevette felice ed umile.
- Sai tu chi sono io? - chiese il santuomo.
- No, signore - rispose Galahad.
- Io sono Giuseppe, figlio di Giuseppe dArimatea, e Nostro Signore mi ha mandato perch ti tenga compagnia. E sai perch Egli ha mandato me invece di un altro? Perch tu mi somigli in due cose: per aver veduto le meraviglie del Santo Graal e per essere stato un vergine puro come io sono stato e sono.
Quando Giuseppe ebbe finito di parlare, ser Galahad si avvicin a ser Percival, lo baci e lo raccomand a Dio.
Poi si rec da ser Bors e fece la stessa cosa, dicendogli:
- Mio gentil signore, porta i miei saluti a mio padre ser Lancillotto e digli di ricordare che questo mondo  solo un sentiero per arrivare a Nostro Signore.
Poi si inginocchi davanti alla tavola e disse le sue preghiere. Improvvisamente, la sua anima si dipart verso Ges Cristo e una moltitudine dangeli la port su in cielo.
I suoi due compagni videro tutto con i lor occhi, e ancora non si erano ripresi, quando dal cielo cal una mano, solo una mano senza corpo, la quale raggiunse la Coppa, la prese, e con essa anche la lancia, e port il tutto su in cielo.
Da allora non vi fu mai pi uomo che os dire daver veduto il Santo Graal.
Ser Percival e ser Bors davanti al corpo di ser Galahad morto si prostrarono per il dolore, e se non fossero stati uomini buoni sarebbero caduti nella disperazione. Anche la gente della contrada e della citt ne fu rattristata.
Appena il loro compagno fu sepolto, ser Percival raggiunse un eremo fuori dalla citt e indoss labito del religioso. Ser Bors non cambi mai i suoi abiti laici, perch intendeva ritornare nel reame di Logris. E cos ser Percival visse un anno e due mesi nelleremo in santa vita, e poi pass via da questo mondo. Ser Bors lo seppell accanto a ser Galahad in terra consacrata.

Poi indoss la sua armatura e part dalla citt di Sarras. Arriv al mare e si imbarc su una nave. Cos arriv nel reame di Logris, e saffrett a portarsi a Camelot, dove dimorava il re.
Alla corte gli fecero unaccoglienza gioiosa, perch lo credevano perduto, essendo stato cos a lungo lontano.
Il re fece venire degli esperti chierici perch scrivessero la storia delle alte avventure dei buoni cavalieri.
Quando ser Bors fin di dettare le vicende che aveva vissuto con ser Galahad e ser Percival, disse a ser Lancillotto:
- Ser Galahad vostro figlio per mio mezzo vi saluta, e dopo di voi, mi ha pregato di salutare il mio signore re Art e tutta la corte.
Simili saluti vi manda ser Percival. Io li seppellii entrambi con le mie mani nella citt di Sarras. Inoltre ser Galahad vi prega di ricordarvi che questo  un instabile mondo.
-  vero - disse ser Lancillotto. - Ora spero in Dio che le sue preghiere mi aiuteranno.
E ser Lancillotto abbracci ser Bors dicendo:
- Cugino, voi siete il benvenuto. Per tutto quel chio possa fare per voi e per i vostri, voi troverete sempre la mia povera persona in qualunque momento,pronta fin che avr respiro. Questo ve lo prometto fedelmente e non ci verr mai meno. Sappiate, gentil cugino ser Bors, che voi ed io non dobbiam separarci mai pi fin che le nostre vite durino.
- Messere - rispose ser Bors, - come voi volete, cos voglio io.

Cos finisce il racconto del Santo Graal,
il quale  un racconto considerato
dei pi veri e pi sacri di questo mondo.
LEGGENDE VICHINGHE

I MIRACOLI DI ODINO

La terra abitata dalla popolazione umana  molto frastagliata da insenature e i grandi mari si estendono dalloceano fin dentro la terra.
E noto che il mare interno si protende da Nrvasundi (Stretto di Gibilterra) fino a Jrsalaland (la terra di Gerusalemme). Da questo oceano si estende verso nord-est un lungo braccio di mare che si chiama Svartahaf (Mar Nero), il quale divide in due le regioni del mondo: quella ad est si chiama Asi, quella ad ovest  detta da taluni Eurp e da altri Ene.
A nord di Svartahaf si estende Svithjdh (Scizia). Taluni sostengono che questa terra non  meno vasta di Serkland (la terra dei saraceni); altri la considerano pari a Blland (lEtiopia).
La parte settentrionale di Svithjdh  disabitata a causa del gelo e del freddo, cos come la parte meridionale di Blland  deserta a causa del torrido calore del sole.
La terra di Svithjdh comprende vaste regioni popolate da molte razze di popoli che parlano svariate lingue; l vi abitano giganti, nani e negri e parecchie specie di popoli meravigliosi;  inoltre una terra dove vivono draghi straordinariamente grandi.
Dal nord di quelle montagne che sono al di l di tutte le zone abitate, scorre in Svithjdh un fiume che si chiama Tanais (lodierno Don); anticamente questo era chiamato Tanakvisl; esso sfocia in mare nello Svartahaf (Mar Nero).
Presso Takvisl cera la terra detta Vanaland (la terra dei Vani) o Vanaheimr (Patria dei Vani). Questo fiume divide le tre regioni del mondo: ad est c Asi ad ovest Eurp.


Gli uomini di Asi.

La terra ad oriente di Tanakvisl in Asi era detta saland (Patria degli Asi) o saheimr (Recinto degli Asi), e la capitale del Paese si chiamava sgardhr.
Nella fortezza di quella citt cera un capo che si chiamava Odino (Odhinn).
sgardhr era luogo di solenni sacrifici. Dodici sacerdoti del tempio comandavano; erano loro che prendevano le decisioni per i sacrifici e a loro era demandato il compito di giudicare le discordie degli uomini. Questi sacerdoti si chiamavano Dir. A loro tutto il popolo doveva tributare servizio e venerazione.
Odino era un grande guerriero, faceva lunghi viaggi e conquist molti regni. Era cos favorito dalla vittoria che in ogni scontro aveva la meglio, e cos avvenne che i suoi uomini credettero che in ogni battaglia gli spettasse di diritto la vittoria. Quando mandava i suoi uomini in battaglia o comunque in missione, aveva labitudine di porre loro le sue mani sul capo per impartire la benedizione; essi credevano cos di garantirsi il successo. Cos quando incappavano in difficolt, sia in mare sia in terra, essi invocavano il suo nome e sembrava loro di ottenerne sempre un sollievo. Pareva loro di godere infine duna protezione completa [nei luoghi] dove egli si trovava. Spesso egli faceva viaggi cos lunghi che rimaneva lontano per molti anni.


I fratelli di Odino.

Odino aveva due fratelli; uno si chiamava V, laltro Vilir. Essi governavano il regno quando egli era lontano. Avvenne una volta che egli era partito e aveva indugiato lontano cos a lungo che un suo ritorno parve agli Asi assai improbabile.
Allora i fratelli presero a dividersi la sua eredit ed entrambi andarono a possedere Frigg la sposa di lui. Ma dopo qualche tempo Odino ritorn a casa; egli riprese la moglie con s, e la perdon di aver giaciuto con i due fratelli.


La Guerra con i Vani.

Odino part con lesercito per combattere i Vani, ma essi resistettero bene e difesero la loro terra. La vittoria tocc un po agli uni un po agli altri; gli uni e gli altri saccheggiarono il Paese avversario arrecando danni.
Quando ambedue furono stanchi, indissero un convegno di pace e si accordarono di scambiarsi ostaggi. I Vani mandarono i loro uomini pi eminenti: Njordhr e suo figlio Freyr. Gli Asi ricambiarono con Hoenir, un uomo alto e bellissimo presentandolo come un capo, esso era accompagnato da Mimir, uomo sapientissimo.
Da parte loro i Vani mandarono colui che nel loro consesso era il pi saggio: si chiamava Kvasir.
Non appena Hoenir giunse in Vanaheimr fu eletto capo dei Vani. Mimir lo consigliava in ogni cosa. Hoenir per, quando stava in mezzo allassemblea o a una riunione senza Mimir accanto e si trovava a dover affrontare qualche caso complicato, dava sempre la medesima risposta: Decidano altri; cos diceva.
Allora i Vani sospettarono che gli Asi avessero barato nello scambio degli ostaggi. Perci presero Mimir, lo decapitarono e mandarono la testa agli Asi.
Odino prese la testa e la spalm con estratti derbe, affinch non putrefacesse, fece su di essa degli incantesimi e le diede potere magico tale che essa parlava con lui e gli rivelava molte cose nascoste.
Odino consacr Njordhr e Freyr sacerdoti sacrificatori ed essi divennero Dir degli Asi. La figlia di Njordhr, che si chiamava Freyja, venne nominata sacerdotessa sacrificale. Essa per prima cosa insegn agli Asi la magia che era comune tra i Vani.
Quando Njordhr era tra i Vani egli aveva posseduto sua sorella, poich tale era la legge laggi. Loro figli furono Freyr e Freyja. Ma fra gli Asi era proibito il matrimonio tra parenti cos stretti.


Gefjun.

Una grande catena di montagne si estende da nord-est verso sud-ovest dividendo Svithjdh dagli altri regni. A sud delle montagne la distanza da Tyrklandi (Turchia) non  molta. L Odino aveva grandi possedimenti. A quel tempo i capi dei Rumverjar (Romeni) si spinsero ampiamente per il mondo sottomettendo tutti i popoli. Molti capi fuggirono dai loro domini a causa della guerra. Ma Odino, poich era preveggente e conoscitore di magie, seppe che la sua discendenza avrebbe popolato la met settentrionale del mondo. Allora incaric i suoi fratelli V e Vilir di governare sgardhr, e se ne and portando con lui tutti i Dir e un gran numero di guerrieri.
Prima si diresse a ovest verso Gardhariki (lattuale Russia) e di l a sud in Sassonia. Egli aveva molti figli. Divenne padrone di regni in molti luoghi della Sassonia e vi pose a difesa i suoi figli. Poi si diresse a nord verso il mare e stabil la propria residenza in unisola; quel luogo ora si chiama Isola di Odino. Quindi mand Gefjun a nord oltre lo stretto a cercare delle nuove terre. Ella giunse dal re Gylfi, il quale le don una terra da arare, grande quanto sarebbe riuscita ad arare in una notte e un giorno. Ella allora chiam a s quattro buoi, figli suoi e di un gigante, cos nel tempo stabilito riusc ad arrivare fino al mare e anche su unisola a cui diede il nome di Selund e sulla quale si stabil.
Successivamente fu presa in moglie da Skjldr, figlio di Odino, ed essi abitarono nella citt danese di Lejre. E l dove il suo aratro aveva rivoltato la terra crebbe un lago detto Logrinn con tante baie quanti erano i promontori nellisola di Selund.
Cos cant Bragi il vecchio:

Gefjun solc con laratro lontano da Gylfi,
voleva ottenere il sole del mare,
cos le bestie fumavano di sudore,
e Danmork si ingrand.
Quei buoi avevano otto corna sulla testa, 
quando andarono dellisola
 verso lampio suolo di conquista.

Quando Odino venne a sapere da re Gylfi che a est cera terra di buona qualit, si rec l e strinse con Gylfi un patto poich a Gylfi sembrava di non avere forza da opporsi agli Asi. Gylfi e Odino gareggiarono in stratagemmi e tranelli e gli Asi erano sempre i pi potenti.
Odino stabil la residenza presso Logrinn nella localit oggi conosciuta come Upsala, vi eresse un gran tempio e in questo fece dei sacrifici secondo luso degli Asi.
Sappropri quindi di un territorio molto vasto che chiam Sigtnir e diede dimora ai sacerdoti del tempio: Njordhr abit a Natun, Freyr a Uppsalir, Heimdallr a Himinbjorg, Thrr a Thrudhvangr, Baldr a Breidhablik; a tutti egli elarg ottime dimore.


I Talenti di Odino.

Si narra che quando lsa Odino giunse nelle terre del Nord, e con lui tutti i Dir, essi diedero inizio alla diffusione delle arti che in seguito gli uomini hanno a lungo praticato. Odino era il migliore fra tutti, e da lui essi appresero tutte le arti, poich lui pi di chiunque altro le conosceva e le aveva praticate. Questo suo talento induceva le genti a tributargli onore e rispetto: egli era cos bello e nobile di aspetto, che, quando sedeva fra gli amici, a tutti rideva la gioia, ma in guerra appariva tremendo ai nemici. Questo  dovuto al fatto che era esperto nellarte di cambiare colore e forma a piacimento. Inoltre possedeva un modo di parlare cos gentile che a tutti coloro che ascoltavano sembrava vero solo ci che usciva dalla sua bocca. Lui parlava sempre in versi cos che i suoi discorsi, pi che detti sembravano declamati a mo di poesie. Lui e i suoi sacerdoti si chiamano Fabbri di canti, poich a questarte diedero inizio nei Nordhrlond.
Odino aveva in battaglia il potere di accecare, assordare o atterrire i nemici, di rendere le loro armi inette a ferire come semplici ramoscelli.

Io conosco
se grande  il mio bisogno
il modo di frenare l'avversario
 rendendo innocue le sue lame
 cos che n armi, n bastoni
 possano ferire.

I suoi uomini invece avanzavano senza corazza invasi dalla furia come lupi o cani: erano forti come orsi o tori, sterminavano folle intere. N il ferro n il fuoco poteva arrestare la furia di quei guerrieri rivestiti di pelli dorso.


Le arti di Odino.

Odino era in grado di cambiare aspetto: mentre il suo corpo giaceva come morto o addormentato, egli diventava uccello o animale, pesce o serpe, portandosi in un batter docchio in terre lontane per occuparsi delle proprie o altrui faccende. Inoltre, con le sole parole, spegneva il fuoco, calmava i marosi, mutava il vento a volont.
Possedeva una nave che si chiama Skidhbladhnir, munita di una grande vela con la quale viaggiava sui grandi mari, e quella vela, costruita con grande maestria, quando non serviva, poteva essere ripiegata come una tovaglia.
Odino teneva sempre presso di s la testa di Mimir che gli rivelava molte notizie dagli altri mondi. A volte resuscitava dalla terra i morti o si sedeva sotto i corpi penzolanti dalle forche; perci era detto signore degli spiriti dei morti o degli impiccati.

Se vedo da un albero penzolare
il cadavere di un impiccato
io incido e dipingo le rune
 e luomo si muove
 e parla con me.

Possedeva due corvi, Huginn e Muninn, che aveva addestrato a parlare; essi volavano in giro per il mondo e poi tornavano a riferirgli le notizie di quello che accadeva. Perci era divenuto straordinariamente saggio.
Odino possedeva anche larte, da cui scaturisce un grande potere e che egli stesso esercitava, che si chiama magia. Perci era in grado di conoscere il destino degli uomini e le cose che sarebbero avvenute, oltre che essere in grado di recare la morte, la sfortuna, o la malattia agli uomini o anche di togliere il senno o la forza ad uno per trasferirli ad altri. E questa magia quando era praticata comportava un tale comportamento osceno che ai maschi parve che praticarla fosse una vergogna; e questarte fu insegnata alle sacerdotesse.
Odino sapeva dove erano nascosti tutti i tesori della terra, e conosceva i canti che gli aprivano la terra e le rocce, le pietre e i tumuli: legava con le sole parole quelli che vi abitavano o che erano posti a guardia, poi entrava e prendeva tutto quanto gli piaceva. Per questi suoi poteri egli divenne assai famoso.
I nemici la temevano, gli amici se ne fidavano, credevano in lui e nella sua forza. Egli comunic la maggior parte delle sue facolt ai sacerdoti sacrificatori i quali gli erano vicini in tutta la saggezza e la magia. Per anche molti altri appresero e ne origin una pratica magica assai diffusa, che si mantenne a lungo.
Gli uomini adoravano Odino e i dodici capi Dir. Li credevano i loro di e li venerarono a lungo da allora in poi.
Dal nome Odino deriv il nome di Audhun con il quale gli uomini chiamarono i loro figli.


Le Leggi di Odino.

Odino dett le leggi della sua terra secondo lantico costume degli Asi. Stabil che tutti i morti dovessero essere bruciati e posti sul rogo con i loro averi.
Disse che ognuno sarebbe giunto nella Valholl (laula dei morti in battaglia) con le ricchezze che aveva sulla pira delle quali avrebbe usufruito, cos come avrebbe potuto usufruire di ci che personalmente aveva sotterrato.
Le ceneri dei defunti dovevano essere sparse nel mare o sepolte nelle viscere della terra. In ricordo degli uomini eminenti si sarebbe eretto un tumulo e per tutti coloro che avessero mostrato qualit di veri uomini si sarebbero innalzate pietre sepolcrali; questo uso fu da allora conservato a lungo.
Odino dett anche le Leggi per i sacrifici: quello propiziatorio della fertilit doveva aver luogo allinizio dellinverno, quello per la crescita a met inverno e il terzo sacrificio, quello che propiziava la vittoria, in estate.
Tutti gli uomini di Svithjdh pagavano a Odino un tributo, costituito da una moneta a testa, ed egli in cambio doveva proteggere la terra dalla guerra e fare i sacrifici di fecondit a loro favore.
Il sacerdote Njordhr, nominato da Odino raccoglitore di tributi, spos una donna che si chiamava Skadhi. Ella tuttavia non volle mai aver rapporti con lui ed essendosi mantenuta pura, pi tardi spos Odino dal quale ebbe molti figli; uno si chiamava Saemingr.
Su di lui vennero composti questi versi:

Stirpe degli Asi,
dai poeti adorato,
Odino gener il raccoglitore di tributi
con Vabitatrice del bosco di ferro,
quando a lungo,
in Mannheimar,
lamico degli uomini e
Skadhi abitarono.
E molti figli Ondurdis con Odino ebbe.


La Morte di Odino.

Odino mor di malattia in Svithjdh. Quando fu vicino alla morte si fece segnare con la punta della spada e dichiar che fossero onorati tutti i suoi uomini uccisi dalle armi, poi disse che sarebbe andato in Godhheimr per accogliervi i suoi amici. Cos gli Sviar pensarono che egli fosse tornato allantico Asgardhr, per vivervi in eterno.
Si accrebbe allora la fede in Odino e linvocazione a lui. Spesso agli Sviar pareva che egli apparisse loro prima dellinfuriare di grandi battaglie; ad alcuni dispensava la vittoria, altri chiamava presso di s, ed ambedue le cose parevano desiderabili.
Le spoglie di Odino furono bruciate con il suo cadavere e il rogo fu maestoso. Essi credevano che quanto pi in alto si spingeva il fumo nellaria, tanto pi sublime fosse in cielo colui che veniva bruciato, e tanto pi ricco quante pi ricchezze bruciassero con lui.
Dopo la morte di Odino, le sue terre furono governate dal sacerdote Njordhr degli Sviar che mantenne la tradizione dei sacrifici e fece onorare Odino come Signore delle sue genti.
Durante il suo regno vi fu vera pace e ogni prosperit in tale abbondanza che gli Sviar credettero che Odino continuasse ad avere potere sulla fecondit e sulle ricchezze degli uomini. Nel giro di pochi anni mor la maggior parte dei Dir, tutti furono bruciati e adorati con sacrifici. Njordhr mor di malattia e si fece marcare dalla lama di una spada consacrandosi a Odino prima di spirare.
Gli Sviar lo bruciarono e molto piansero sulla sua tomba.
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FINE Parte 1.